Archivio Categoria 'Diritto Sportivo'


AIAS

Autore: Andrea Mandolesi
7 Ottobre 2013

Lo studio legale Mandolesi è lieto di dare il benvenuto alla prima associazione tra avvocati dello sport.

 

E’ da pochissimo nata, infatti, l’AIAS, ovvero l’Associazione Italiana Avvocati dello Sport: trattasi di un’associazione con carattere volontario che opera sul territorio nazionale e internazionale, senza scopo di lucro. Il suo obiettivo è quello di creare e consolidare un network di avvocati nel settore del diritto dello sport.

 

Nel rispetto del suo statuto l’AIAS si adopera per la formazione continua degli associati e ad adottare tutte le iniziative utili in tal senso (seminari, convegni, pubblicazioni, convenzioni con privati ed enti di categoria).

 

Per maggiori informazioni consulta www.avvocatisport.it


Il rischio consentito nel calcio

Autore: Andrea Mandolesi
13 Marzo 2010

 

Anche il Tribunale di Rimini si è occupato di recente della responsabilità penale in ambito sportivo. O meglio, delle lesioni subite da un calciatore nel corso di una partita di calcio dilettantistico. Il caso sottoposto all’attenzione del Tribunale Riminese, che ha condotto il Pubblico Ministero a richiedere l’archiviazione del procedimento penale, riguardava uno scontro di gioco tra due avversari  a seguito del quale la persona offesa veniva colpita con una forte ginocchiata al fianco che ne avrebbe successivamente determinato l’asportazione del rene. In applicazione di un principio oramai consolidato in giurisprudenza, anche il sostituto procuratore Riminese, ha deciso di archiviare il caso ritenendo che, con la sua azione di gioco, la persona indagata non avesse superato la cosiddetta soglia del “rischio consentito”.

 

Prima di ogni altra considerazione ed ai fini di una più felice comprensione, è utile distinguere l’attività sportiva in senso lato in tre grandi categorie: l’attività sportiva necessariamente violenta, come il pugilato, ove la violenza è un elemento strutturale dell’attività; quella a violenza eventuale, laddove, invece, il contatto fisico è possibile ma non necessario, come il calcio o il basket; e, infine, tutte quelle attività dove la violenza è alla radice esclusa dalla tipologia di attività esercitata (nuoto, tennis, l’atletica leggera). Ebbene, mentre in quest’ultimo caso non vi sono problemi di sorta atteso che la violenza non è mai consentita, maggiori problematiche nascono dalle prime due categorie per le quali, invece, occorre stabilire se e quando l’ordinamento consenta di ritenere non punibili le offese provocate nell’esercizio dell’attività sportiva.

 

Questo il problema di fondo che si è posto il Tribunale nel caso di specie. Se, cioè, ritenere l’indagato penalmente responsabile dell’evento lesivo da lui “causato” nell’esercizio di una lecita attività sportiva.

 

Concentrando l’attenzione sugli sport a cosiddetta violenza eventuale, come appunto il calcio, è innanzitutto necessario stabilire se la violenza esercitata nell’esercizio dell’attività ecceda o meno i limiti consentiti dai regolamenti di quella particolare disciplina. Ovviamente, occorre tenere presente il tipo di sport esercitato. Praticando il calcio, ad esempio, è “normale” e fisiologico essere protagonisti di infortuni ed episodi cosiddetti “violenti”. O meglio, ciò che si deve preliminarmente stabilire è quando, in caso di episodi violenti, si fuoriesca dal campo del semplice illecito sportivo per entrare in quello dell’illecito penale. Tale distinzione, ormai del tutto pacifica sia in dottrina sia in giurisprudenza, deve essere ricercata nella volontarietà o meno dell’atto illecito: saranno quindi considerati meri illeciti sportivi e come tali non punibili penalmente tutte quelle lesioni frutto di violazioni involontarie dei regolamenti poste in essere per incapacità, scarsa accortezza, semplice casualità, ecc. Saranno, per contro, considerati illeciti penali tutte quelle lesioni cagionate volontariamente durante una competizione sportiva, laddove la gara sia solo un pretesto per l’offesa. Non esistono, quindi, problemi di interpretazioni ogni qual volta la violenza venga esercita, pur nell’ambito della competizione sportiva, con volontarietà. In tali casi, ovviamente, il responsabile della violenza ne risponderà come in qualunque altro caso di vita quotidiana. Ad esempio, è il caso del calciatore che, a gioco fermo e con palla lontana, colpisca l’avversario con un pugno al volto. E’ evidente che, in questi casi, non si possa mai invocare una causa di giustificazione “sportiva”, essendo la partita solo un pretesto per la condotta violenta.

 

Ben diverso è, invece, il caso sottoposto alle indagini del Procuratore di Rimini. Infatti, il giocatore responsabile della violenza, senza alcuna violazione delle regole del gioco, si scontrava fortuitamente con l’avversario andandolo a colpire violentemente nel fianco. Ebbene, in questo caso, che potremmo definire di “scuola”, per pervenire a determinare la responsabilità penale in capo all’agente, occorre dimostrare che quest’ultimo, con la sua condotta, abbia superato quello che comunemente viene definito il “rischio consentito”.

 

Il nostro ordinamento, per giustificare la non punibilità di certe condotte “violente”, introduce il limite del cosiddetto rischio consentito, ovvero, nell’esercizio di una attività sportiva è necessario, oltre al consenso dell’atleta alla partecipazione alla gara, anche il rispetto delle regole del gioco. In buona sostanza, si ritiene, per costante giurisprudenza, che la condotta di uno sportivo, nella specie di un calciatore, potrà ritenersi lecita non solo quando rispetti le regole specifiche della disciplina praticata, ma anche quando, pur violando le regole del gioco, non superi il cosiddetto rischio consentito. Si tratta, cioè, di una serie di comportamenti “scriminati” legati all’attività sportiva nel senso che, qualora li stessi comportamenti fossero mantenuti al di fuori di un’attività sportiva allora si verterebbe in un’attività penalmente (o civilmente) rilevante. La concorde giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, considera pertanto condotte penalmente rilevanti quelle che, superando il rischio consentito, pongono a repentaglio l’incolumità fisica dei giocatori producendo una lesione all’integrità fisica. Al contempo, è pacifica nel ritenere esente da responsabilità quell’atleta che, pur nel rispetto delle regole del gioco, realizzi involontariamente un danno all’avversario.

 

Ad essere più precisi, si rientra nell’ambito delle cosiddette scriminanti non codificate dell’esercizio dell’attività sportiva: quando, in pratica, le lesioni nel corso di una competizione sportiva siano procurate nel rispetto delle regole del gioco e senza superare la soglia del cosiddetto rischio consentito. La Suprema Corte di legittimità, in proposito, è chiara nel prevedere che, in tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva, quando i comportamenti violenti non oltrepassino la soglia del rischio consentito essi appartengono alla categoria dei meri illeciti sportivi penalmente irrilevanti (Cass. Pen. Sez. V, 2 giugno 2000, n. 8910).

 

Infatti, ogni qual volta si verta in lesioni nell’ambito di un’attività sportiva, per potersi pervenire ad una affermazione di penale responsabilità occorre, innanzitutto, che l’autore del fatto abbia volontariamente violato i regolamenti di quella disciplina (in modo tale da superare il limite di lealtà sportiva posto a fondamento di quella particolare competizione) ed allora sarà chiamato a risponderne a titolo di dolo, colpa o preterintenzione.

 

Ebbene, è evidente che nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale Riminese, non avendo l’indagato violato alcun regolamento di gioco nessun rimprovero può essere allo stesso attribuito. Ma ogni conseguenza dannosa viene dall’ordinamento tollerata e per l’effetto scriminata: esiste costante e pacifica Giurisprudenza di legittimità in tal senso.

 

A titolo esemplificativo e di sicuro pregio giuridico è, a proposito, la decisione della Corte di legittimità chiamata a pronunciarsi nel caso di un portiere di calcio colpito con una gomitata all’addome da un giocatore avversario, laddove ricorda la Corte come non sia sufficiente violare le regole tecniche di un determinato gioco affinché possa dirsi penalmente rilevante il danno cagionato a terzi, se e quando ciò sia avvenuto quale conseguenza fisiologica dell’azione. Secondo i giudici di legittimità: “in materia di lesioni personali derivanti dalla pratica dello sport, le elaborazioni dottrinarie e giurisprudenziali hanno, da tempo, definito i contorni della nozione di illecito sportivo, nozione che ricomprende tutti quei comportamenti che, pur sostanziando infrazioni delle regole che governano lo svolgimento di una certa disciplina agonistica, non sono penalmente perseguibili, neppure quando risultano pregiudizievoli per l’integrità fisica di un giocatore avversario, in quanto non superano la soglia del c.d. rischio consentito“. E ancora: “si tratta di un’area di non punibilità, la cui giustificazione teorica non può che essere individuata nella dinamica di una condizione scriminante……”, in particolare “nell’area delle cause giustificazione c.d. non codificate in considerazione dell’interesse primario che l’ordinamento statuale riconnette alla pratica dello sport” (Cass. Pen., Sez. V, 2005 n. 19473).

 

In buona sostanza, ne consegue che, qualora la condotta dell’agente non sia contraria alle regole tecniche (come nel caso analizzato), il giocatore autore di una lesione (ma rispettoso delle regole del gioco) non sarà perseguibile penalmente stante il mancato superamento della soglia del rischio consentito. Quindi, anche in presenza di lesioni gravi, la condotta “lesiva” comunque conforme ai regolamenti di quella particolare disciplina sportiva sarà tollerata dall’ordinamento escludendo per l’effetto ogni responsabilità penale in capo all’autore.

 

In pratica, secondo la prevalente giurisprudenza, non vi è superamento del rischio consentito quando vengano osservate le regole del gioco ovvero quando esse, nella foga agonistica vengano involontariamente violate. Diverso discorso, invece, nel caso di una violazione volontaria ove i fatti lesivi potranno dar luogo ad un eventuale responsabilità penale (Cass. Pen. Sez. V, 2 giugno 2000, n. 8910).

 

E ancora: “in tema di lesioni cagionate nel contesto di un’attività sportiva si verte nel superamento del c.d. rischio consentito ogni qual volta l’agente realizzi l’evento mediante una violazione volontaria delle regole del gioco”. (Cass. Pen. Sez. IV, 25 settembre 2003, n. 39204 e in senso conforme, Cass. Pen. Sez. IV, 20 giugno 2001, n. 24942, Cass. Pen. Sez. IV, 27 marzo 2001, n. 24942, Tribunale di Montepulciano, 10 gennaio 2002).

 

In conclusione, non si può non essere d’accordo con questo prevalente orientamento, stante, soprattutto, la rilevanza sociale e culturale che la pratica sportiva assume nella nostra società e che sarebbe, inevitabilmente, destituita di significato qualora ogni “incidente” venisse portato nelle già sin troppo intasate aule dei nostri tribunali.

 


Tessera del tifoso

Autore: Andrea Mandolesi
17 Settembre 2009

 

E’ definitivamente stata introdotta la cosiddetta “tessera del tifoso”.

 

D’ora in avanti, per rilasciare i biglietti di’ingresso allo stadio, sarà obbligatoria l’approvazione preventiva da parte delle questure. Infatti, quest’ultime dovranno controllare l’esistenza o meno a carico dei richiedenti di provvedimenti cd. Daspo (che, come noto, vieta l’accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive) o di condanne penali, anche non definitive, per reati commessi in occasione di eventi sportivi.

 

I nominativi dovranno essere inviati telematicamente dalle società, prima dell’emissione del biglietto o dell’agevolazione, attraverso il sistema informatico delle questure supportato dal Centro elettronico nazionale della Polizia di Stato. Il controllo è finalizzato anche a rettificare verifiche già effettuate nel caso di riscontri positivi successivi. In questo caso le società potranno anche annullare i titoli d’accesso già rilasciati o revocare le agevolazioni.

 

L’evidente scopo che coloro che l’hanno concepita si sono prefissati è quello di poter controllare con maggior efficacia gli utenti degli stadi italiani. In effetti, tale previsione, ha incontrato i favori delle società di calcio e delle istituzioni sportive dinnanzi ad una funzione preventiva certamente condivisa. Tutte le parti in gioco, paiono essere d’accordo nell’adottare le misure necessarie affinchè lo stadio torni ad essere, finalmente, un luogo di puro divertimento per tutti, tifosi e non.

 

Pertanto, con l’inizio del prossimo campionato le società di serie A, B e Lega Pro dovranno garantire il rilascio della “tessera del tifoso” a chiunque la richiederà, contestualmente all’acquisto di un biglietto o all’esibizione dell’abbonamento. 

 

Precisamente, entro il prossimo 31 dicembre, in ciascun settore degli impianti con capienza superiore a 7.500 spettatori dovranno essere previste corsie dedicate per i possessori della tessera del tifoso e dei loro familiari o accompagnatori. I varchi preferenziali dovranno essere strutturati in modo da essere immediatamente individuabili e saranno dotati di sistema di lettura elettronica in modo da agevolare e velocizzare al massimo le operazioni di controllo all’accesso allo stadio e consentire il più rapido e confortevole passaggio degli spettatori. 

 

Dal 1 gennaio 2010 le società potranno vendere o cedere a qualsiasi titolo i tagliandi riservati ai settori ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso, i quali saranno esenti dalle prescrizioni per gli spettatori eventualmente indicate dal Comitato di Analisi per la Sicurezza delle Manifestazioni Sportive ed adottate dalle Autorità Provinciali di pubblica sicurezza competenti; mentre, nei settori dello stadio diversi da quelli riservati agli ospiti, sarà consentito l’accesso con l’utilizzo di titoli diversi dalla tessera del tifoso, dopo l’esibizione agli steward di un valido documento d’dentità.

 

 

Leggi la direttiva Maroni.

 

 

Di seguito tutto il decreto.

 

 

Ministero dell’Interno - Decreto 15 agosto 2009 - Accertamento, da parte delle questure, della sussistenza dei requisiti ostativi al rilascio di accesso ai luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive (Gazzetta Ufficiale n. 200 del 29 agosto 2009).

 

 Art. 1. 

 

1. Le disposizioni del presente decreto stabiliscono le modalità di verifica della sussistenza dei requisiti ostativi:

a) di cui all’art. 8, comma 1, del decreto-legge n. 8 del 2007, che si applicano a tutte le società sportive che provvedono alla corresponsione di sovvenzioni, contributi e facilitazioni di qualsiasi natura, ivi inclusa l’erogazione a prezzo agevolato o gratuito di biglietti e abbonamenti o titoli di viaggio;

b) di cui all’art. 9, comma 1, del decreto-legge n. 8 del 2007, che si applicano alle società organizzatrici di competizioni riguardanti il gioco del calcio che disputano le gare in impianti sportivi con capienza superiore a 7.500 spettatori, responsabili della emissione, distribuzione, vendita e cessione dei titoli di accesso, di cui al decreto 6 giugno 2005, indicato in premessa.

 

Art. 2.

 

a) decreto-legge: il decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2007, n. 41;

b) società: le società sportive e le società organizzatrici di competizioni riguardanti il gioco del calcio, di cui agli articoli 8 e 9 del decreto-legge;

c) agevolazioni: le sovvenzioni, i contributi e le facilitazioni di qualsiasi natura, ivi inclusa l’erogazione a prezzo agevolato o gratuito di biglietti e abbonamenti o titoli di viaggio, di cui all’art. 8 del decreto-legge;

d) titoli di accesso: i titoli di accesso, di cui al decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro per i beni e le attività culturali e con il Ministro per l’innovazione e le tecnologie, in data 6 giugno 2005, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 150 del 30 giugno 2005;

e) cessione dei titoli di accesso: emissione, vendita o distribuzione dei titoli di accesso di cui al predetto decreto interministeriale del 6 giugno 2005;

f) requisiti ostativi: sussistenza di provvedimenti di cui all’art. 6 della legge 13 dicembre 1989, n, 401, o di cui alla legge 27 dicembre 1956, n. 1423, ovvero di sentenza di condanna, anche non definitiva, per reati richiamati negli articoli 8 e 9 del decreto-legge;

g) sistema informatico: sistema informatico delle questure, utilizzato attraverso il supporto tecnico del Centro elettronico nazionale della Polizia di Stato e collegato al Centro elaborazione dati, di cui all’art. 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121.

 

Art. 3.

 

1. Al fine della verifica, in tempo reale, della sussistenza dei requisiti ostativi, le questure, attraverso il sistema informatico, ricevono, con modalità telematiche, i nominativi comunicati dalle società, ai sensi degli articoli 8 e 9 del decreto-legge.

2. Fermo restando quanto previsto dal decreto interministeriale del 6 giugno 2005, richiamato in premessa, le società, prima della corresponsione delle agevolazioni, ovvero della cessione dei titoli di accesso, devono comunicare alla questura, anche per via telematica, attraverso un sistema dedicato, i dati anagrafici del soggetto destinatario dell’agevolazione, ovvero della cessione del titolo di accesso. Le società provvedono con le stesse modalità, anche in caso di sostituzione del nominativo del beneficiario dell’agevolazione e del destinatario del titolo di accesso.

3. L’utilizzo del sistema informatico è finalizzato a registrare la richiesta della società di verifica dei requisiti ostativi dei nominativi comunicati ed a riscontrare l’eventuale sussistenza dei medesimi requisiti, bloccando, in quest’ultima ipotesi, l’emissione del titolo di accesso e riproducendo, in ogni caso, nella risposta telematica, un avviso riportante la seguente dicitura «La risposta alla verifica richiesta non può essere fornita. Si richiama quanto previsto dagli articoli 8 e 9 del decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2007, n. 41.

Per qualsiasi informazione contattare la questura di……….».

4. Ai fini dello svolgimento delle verifiche prima della concessione delle agevolazioni o dell’emissione dei titoli di accesso, le postazioni dedicate delle società o dei concessionari devono essere dotate di sistemi di autenticazione informatica. Il sistema informatico assicura altresì il tracciamento delle richieste di verifica effettuate attraverso le medesime postazioni e la conservazione per un anno delle interrogazioni al medesimo sistema.

5. Le società possono provvedere alla corresponsione delle agevolazioni, ovvero alla cessione dei titoli di accesso, solo dopo che la questura, anche attraverso il sistema informatico, ha comunicato l’assenza dei requisiti ostativi. Le società comunicano altresì alla questura, anche con le stesse modalità di cui al comma 2, i dati identificativi relativi all’agevolazione corrisposta e al titolo di accesso emesso, attraverso un codice alfanumerico.

6. Il sistema informatico è altresì finalizzato a rettificare la verifica già effettuata, in caso di successivo riscontro positivo della sussistenza dei requisiti ostativi dei nominativi comunicati dalla società, derivante dall’aggiornamento delle informazioni sui medesimi requisiti ostativi, attraverso la comunicazione anche telematica alla società interessata, che dovrà provvedere ad adottare i conseguenti provvedimenti, anche di annullamento del titolo di accesso eventualmente già rilasciato, nonchè di revoca di eventuali agevolazioni in corso di validità.

7. Ai fini dell’utilizzazione del sistema di collegamento telematico, le società dovranno predisporre un sistema secondo il protocollo di interfaccia di cui all’allegato A, che costituisce parte integrante del presente decreto, finalizzato a:

a) riportare nome, cognome, data, luogo e provincia di nascita dei soggetti destinatari delle agevolazioni o della cessione del titolo di accesso;

b) segnalare alla questura eventuali variazioni di programma relative alle manifestazioni sportive già programmate;

c) prevedere la possibilità di interfaccia per l’esclusiva interrogazione online, protetta e riservata, anche attraverso i sistemi di emissione, distribuzione, cessione e vendita dei titoli di accesso di cui si avvalgono le Società organizzatrici di competizioni riguardanti il gioco del calcio, direttamente o attraverso concessionarie del servizio.

8. Nell’allegato A1, che costituisce parte integrante del presente decreto, sono indicate le modalità tecniche per i collegamenti tra i sistemi informatici dedicati delle società sportive e quelli delle questure, nonchè per l’attuazione di quanto previsto dal presente articolo.

 

Art. 4.

 

1. I dati personali resi disponibili ai fini dell’attuazione del presente decreto sono solo quelli riguardanti la corresponsione di agevolazioni e la cessione dei titoli di accesso e possono essere utilizzati dai soggetti interessati esclusivamente per perseguire le finalità previste dal medesimo decreto.

2. I dati personali di cui al comma 1 sono resi disponibili anche per via telematica ai fini della verifica dei requisiti ostativi e sono conservati con le modalità di cui al comma 3.

3. Fatti salvi i trattamenti per finalità di pubblica sicurezza o giudiziaria, i dati personali trattati dal sistema informatico in applicazione del presente decreto sono conservati per il tempo strettamente necessario al completamento della procedura per la verifica della sussistenza dei requisiti ostativi dei nominativi comunicati dalle società interessate. Anche ai fini dell’applicazione delle sanzioni amministrative nei confronti delle società che non osservano i divieti previsti dagli articoli 8 e 9 del decreto-legge, il sistema informatico conserva altresì i dati identificativi di cui all’art. 3, comma 4, ultimo periodo, fino a sette giorni dalla data dell’evento o, in caso di abbonamenti, fino alla data dell’ultimo evento cui si riferiscono, ovvero, in caso di agevolazioni, fino alla eventuale data di scadenza del periodo di validità o al termine del campionato cui si riferiscono.

 

 Art. 5.

 

Disposizioni finali

1. Le disposizioni del presente decreto si applicano a decorrere dalla data di inizio della stagione calcistica 2009/2010, anche per la corresponsione delle agevolazioni di cui all’art. 8 del decreto-legge.

2. Dopo una fase di prima applicazione e comunque entro un anno dalla data del presente decreto, l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive formula osservazioni e proposte per l’eventuale revisione delle disposizioni del presente decreto.

Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Roma, 15 agosto 2009.

 


Daspo e calciatore professionista

Autore: Andrea Mandolesi
21 Novembre 2008

 

E’ applicabile al calciatore professionista il divieto di accedere alle competizioni sportive?

 

Secondo la recente pronuncia del TAR pugliese pare proprio doversi dare una risposta affermativa.

 

Il cosiddetto Daspo (ovvero, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive) è una misura di prevenzione utilizzata per salvaguardare l’ordine pubblico e la sicurezza di quei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive. Trattasi di una vera e propria restrizione che può essere applicata a quelle categorie di soggetti, anche minori degli anni diciotto ma maggiori di quattordici, ritenuti pericolosi per lo svolgimento dell’attività sportiva in senso lato.

 

La preannunciata decisione del Tribunale Amministrativo Regionale di Lecce ha respinto l’istanza cautelare collegata al ricorso principale, proposta da un calciatore professionista contro l’inibizione ad accedere agli stadi per due anni.

 

Precisamente, l’organo giudicante ha ritenuto pienamente valido e per l’effetto non meritevole di sospensione cautelare, il provvedimento adottato dal Questore di Potenza poiché “il divieto di accesso agli stadi non incide sulla attività di calciatore professionista del ricorrente”. Anzi,  ha aggiunto il Tribunale, la stessa qualifica di giocatore professionista determina una responsabilità  ulteriore sul soggetto, intesa ad evitare problematiche di ordine pubblico nel corso della manifestazioni sportive.

 

Il Tribunale amministrativo, a mio modestissimo avviso ben ragionando, ha ritenuto che  lo status di calciatore professionista gli attribuisca una sorta di responsabilità qualificata. In effetti, non sembra potersi non condividere una simile conclusione laddove si consideri che il mondo sportivo dovrebbe, quanto meno in linea di principio, ispirarsi ai valori di lealtà, probità e correttezza.

 

Questo il testo del provvedimento.

 

 

T.A.R.

Puglia - Lecce

Sezione I

Ordinanza 22 ottobre 2008, n. 956

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE

PER LA PUGLIA

LECCE

PRIMA SEZIONE

 

nelle persone dei Signori:

ALDO RAVALLI Presidente, relatore

LUIGI VIOLA Consigliere

CARLO DIBELLO Referendario

 

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nella Camera di Consiglio del 22 Ottobre 2008

Visto il ricorso 1453/2008 proposto da:

…omissis…

conto:

…omissis…

 

per l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione, del decreto 27 agosto 2008 n. 1699/2008/II/Div. Ant., notificato il 1 settembre 2008, con cui il Questore della Provincia di Potenza ha vietato al ricorrente “… di accedere per anni due, a decorrere dalla data di notifica del presente provvedimento, a tutti gli impianti sportivi del territorio nazionale, durante lo svolgimento degli incontri di calcio cui partecipano le rappresentative Nazionali e delle gare valevoli per i campionati di calcio di serie A, B, C1 (gironi A e B), C2 (gironi A, B e C), Interregionale (gironi A, B, C, D, E, F, G, H, I), per i campionati regionali della Puglia e per le competizioni ufficiali, anche di coppe, organizzate dalla Federazione Italiana Gioco Calcio, Lega Dilettanti e del Comitato Regionale Puglia, nonché ai luoghi interessati alla sosta, al transito ed al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni medesime, con salvaguardia al lavoro relativamente all’attività agonistica svolta al medesimo….”; nonché di ogni altro atto conseguente, collegato, connesso e/o consequenziale ivi compresa la nota 16 luglio 2008 di avvio del procedimento;

 

Visti gli atti e i documenti depositati con il ricorso;

 

Vista la domanda di sospensione della esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dal ricorrente;

 

Visto l’atto di costituzione in giudizio di:

 

MINISTERO DELL’INTERNO - ROMA

QUESTURA DI POTENZA

 

Udito il relatore Pres. Aldo Ravalli e uditi altresì per le parti l’Avv. Pellegrino e l’Avv. dello Stato Tarentini;

 

Considerato, quanto alla competenza territoriale, che appare evidentemente doversi far riferimento al criterio di collegamento del forum commissi delicti;

 

Considerato che, il divieto di accesso agli stadi non incide sulla attività di giocatore professionista del ricorrente (Lega Pro, I Divisione, girone B);

 

Considerato che lo status di giocatore professionista crea un obbligo in più quanto ad evitare situazioni che possono portare negli stadi a problemi di ordine pubblico;

 

Visti gli artt. 19 e 21, della Legge 6 dicembre 1971, n. 1034, e l’art. 36 del R.D. 17 agosto 1907, n. 642;

 

Ritenuto che non sussistono i presupposti previsti dal citato art.21;

 

P.Q.M.

 

Respinge (Ricorso numero 1453/2008) la suindicata domanda cautelare.

La presente ordinanza sarà eseguita dalla Amministrazione ed è depositata presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

LECCE , li 22 Ottobre 2008

Aldo RAVALLI - Presidente, estensore

Pubblicata mediante deposito in Segreteria il 22 ottobre 2008.


Giustizia sportiva e vincolo sportivo

Autore: Andrea Mandolesi
10 Ottobre 2008

Quando si parla di giustizia in ambito sportivo ci si riferisce al complesso di quegli istituti predisposti all’interno delle varie organizzazioni e  da queste utilizzate per risolvere e dirimere le controversie nascenti tra atleti e associazioni di appartenenza quali, in primis, le federazioni. L’autonomia di questa peculiare forma di giustizia, non a caso definita “domestica”, trova fondamento nell’art. 2 della Costituzione laddove, come noto, si sancisce il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo, non solo come singolo, ma anche nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità. Ebbene, l’ordinamento sportivo rappresenta, di certo, un’evidente espressione di formazione sociale. 

All’interno della giustizia domestica (così definita proprio perchè si pone in netto distacco da quella statale, riguardando aspetti decisamente irrilevanti per l’ordinamento statale), la dottrina ha proceduto a distinguere ed individuare, a seconda delle varie tipologie di controversie, quattro differenti forme di giustizia sportiva: ci riferiamo, in particolare,  alla giustizia tecnica, disciplinare, economica e amministrativa.

 

Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti, quella tecnica ne rappresenta una forma essenziale poichè ogni federazione codifica un regolamento da far osservare durante la competizione sportiva al precipuo fine di garantire l’assoluta uniformità delle regole per tutti i partecipanti. In buona sostanza, ogni qual volta vi siano contestazioni in merito alle regole che disciplinano lo svolgimento di una gara sportiva, interviene la giustizia tecnica. E’ fondamentale, pertanto, che ogni federazione adotti un preciso ed uniforme regolamento di gara affinchè si possa garantire l’omologazione del risultato e la partecipazione a  competizioni internazionali. 

 

Infatti, il fine essenziale che vuole perseguire la giustizia tecnica è l’omologazione e acquisizione del risultato finale di una gara sportiva. Nel mondo del calcio, ad esempio, è evidente che il regolamento di gioco non  possa essere determinato autonomamente da una singola federazione (la nostra F.I.G.C., per intenderci), poichè, così ragionando, si finirebbe per avere regole diverse da nazione a nazione rendendo per l’effetto impossibile lo svolgimento di partite in campo internazionale.

 

Il primo grado di giustizia sportiva “tecnica” si concretizza direttamente sul campo di gioco attraverso la direzione dei giudici di gara (arbitri nel calcio) che sono chiamati ad interpretare il regolamento in maniera tempestiva e la cui decisione è, spesso, insindacabile. Si pensi, ad esempio, all’errore dell’arbitro nel corso di una partita di calcio: in caso di errore, la sua decisione rimarrà irrevocabile, salvo intervenga l’ammissione dell’errore da parte del giudice di gara medesimo. Nel caso in cui, invece, la decisione controversa non abbia ad oggetto questioni esclusivamente tecniche sarà possibile impugnare la decisione mediante reclamo dinanzi agli organi federali. Le commissioni di primo e secondo grado saranno chiamate a giudicare sulle presunte irregolarità verificatesi nel corso di una competizione sportiva. 

 

Il secondo tipo di giustizia, quella disciplinare, è invece finalizzata all’accertamento ed alla conseguente punizione dell’associato che abbia violato i regolamenti delle Federazioni. Potremmo dire che questo tipo di giustizia domestica abbia la medesima funzione assunta in ambito statale dalle sanzioni penali potendo arrivare, nei casi più gravi, fino all’applicazione di sanzioni espulsive. In ogni caso, rispetto a quello penale, l’illecito sportivo non ha il carattere della determinatezza della fattispecie potendo invece essere oggetto di ampia scelta da parte del Giudice sportivo qualora sia chiamato ad applicare una sanzione. Trattasi, in buon sostanza, di norme che, difettando del requisito della tipicità (come appunto nel diritto penale), descrivono in maniera “generica” il comportamento che deve essere osservato. Una su tutte, la disposizione che prescrive di osservare i doveri di buona fede e lealtà sportiva, lasciando al giudicante ampia libertà nell’individuazione dei comportamenti irregolari.

 

In ogni Federazione è previsto un meccanismo ad hoc per lo svolgimento del giudizio e dell’eventuale irrogazione della sanzione, chiamato procedimento disciplinare. Esiste, infatti, un vero e proprio Procuratore federale con il precipuo compito di esercitare l’azione disciplinare qualora vengano commesse violazioni. Al termine dell’istruzione del procedimento (attuato attraverso una vera e propria indagine caratterizzata da interrogatori, audizione di testimoni, acquisizione di documenti), il Procuratore potrà deferire l’inquisito/i all’organo disciplinare oppure, in mancanza di elementi, richiedere l’archiviazione. Ovviamente, poi, viene prevista la possibilità di appellare le decisioni davanti agli organi collegiali di secondo grado (CAF, nel calcio). 

 

Il terzo tipo di giustizia, quella economica, riguarda le controversie di natura patrimoniale nascenti tra atleti e società sportive. Trattasi di controversie nelle quali le parti sono portatrici di interessi personali di pari grado e rispetto ai quali la federazione non assume il ruolo di parte in causa ma di terzo imparziale a cui viene demandata la funzione di garantire una giusta risoluzione della controversia.

 

Tutte le questioni economiche possono esser risolte innanzitutto per mezzo di collegi arbitrali; ciò avviene quando le parti concordemente abbiano pattuito di devolvere la risoluzione della controversia a tali giudici attraverso una clausola compromissoria; altra tipologia di risoluzione delle controversie è il ricorso agli organi federali. Tra questi ultimi organi, per i quali vigono i principi ispiratori del diritto processuale civile, vi rientrano le Commissioni tesseramenti  e la Commissione vertenze economiche. La prima si occupa delle controversie riguardanti il vincolo o tesseramento. La seconda commissione, invece, risolve le questioni tra i club in relazione al trasferimento di atleti (oltre a tutte quelle controversie in materia di obblighi risarcitori previsti dalle norme federali, quali il premio alla carriera, il premio di addestramento e formazione).

 

Pochi cenni, infine, merita l’ultima forma di  giustizia sportiva o domestica: quella amministrativa. Con giustizia amministrativa in ambito sportivo si fa esclusivo riferimento a quei casi, a dire il vero residuali, in cui viene riconosciuto un rimedio impugnatorio interno contro le deliberazioni dell’organo amministrativo federale. Trattasi di rimedi solo raramente applicati, anche e soprattutto perchè si tratta di atti ritenuti rilevanti anche per l’ordinamento statale che in effetti ne prevede un vaglio da parte del Giudice amministrativo. 

  

Con vincolo di giustizia o clausola compromissoria, viene intesa quella disposizione rinvenibile negli statuti delle federazioni sportive che impone ai singoli tesserati e agli affiliati di risolvere le controversie che li coinvolgono attraverso la giurisdizione domestica e quindi sportiva.

 

Il suddetto vincolo, come anticipato, è inserito nella maggioranza degli statuti federali, tra i quali, ovviamente, il calcio, ma non solo; un vincolo di giustizia è infatti inserito anche in quelli della federazioni della pallacanestro e pallavolo; nello statuto della FIGC, il vincolo si concretizza nella impegno per tutti coloro che aderiscono alla federazione sportiva di accettare l’efficacia di tutti i provvedimenti adottati dalla federazione nelle materie avente carattere sportivo. Stesso dicasi per la pallacanestro e per la pallavolo nei cui rispettivi statuti è previsto un “obbligo” per gli affiliati e tesserati appartenenti alla federazione di ricorrere agli organi di giustizia sportiva domestica rinunciando, invece, ad adire la giurisdizione dello stato.

 

Qualunque sia, quindi, la federazione di appartenenza dell’affiliato o del singolo tesserato, il vincolo di giustizia comporta l’accettazione delle norme e dei provvedimenti emanati dall’associazione e, conseguentemente, la preclusione di ricorrere alle autorità diverse da quelle sportive pena l’irrogazione di sanzioni.

 

E’ evidente quale sia lo scopo che ogni federazione vuole perseguire mediante siffatte clausole: garantire, come lo sport richiede, una rapida ed efficace risoluzione delle controversie sportive escludendo le lungaggini dell’intervento statale.

 

Queste sinteticamente le caratteristiche del cosiddetto vincolo o clausola compromissoria che, è bene ricordarlo, hanno presentato e presentano a tutt’oggi, profili dubbi sul piano della legittimità costituzionale. Tante sono le problematiche sorte rispetto a quanto sancito in ambito costituzionale. La stessa Corte di Cassazione ha, più di una volta, affermato l’illegittimità del vincolo di giustizia inteso in senso assoluto riconoscendo per converso, sempre e comunque, il diritto di adire la giurisdizione dello stato.

 

In buona sostanza, nulla impedisce, quanto meno a rigor di principio, di adire direttamente l’autorità statale senza che, previamente, venga adito il giudice sportivo.

 

A tal proposito, qualche doveroso accenno merita, poi, la legge n. 280 del 2003 laddove indica espressamente le questioni riservate alla giustizia sportiva, precisando che in quelle materie i tesserati e affiliati hanno il dovere di adire gli organi di giustizia propri dell’ordinamento sportivo.

 

Con il c.d. decreto “Salvacalcio”, covertito appunto con la legge n. 280 del 2003, lo Stato ha sancito l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale, ad eccezione delle situazioni giuridiche soggettive che siano rilevanti per l’ordinamento statale. In particolare, l’art. 2 della suddetta legge riserva all’ordinamento sportivo l’osservanza e l’applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie allo scopo di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive. Altra materia nella quale la società, l’associazione e i loro affiliati, hanno l’obbligo di adire esclusivamente gli organi sportivi è quella  relativa a tutti quei comportamenti rilevanti dal punto di vista disciplinare compresa l’irrogazione delle conseguenti sanzioni sportive. E’ evidente, pertanto, come l’intento del legislatore sia stato quello di riservare alla cognizione esclusiva della giustizia dello sport quelle materie (tecniche disciplinari) che risultino prive di rilevanza e/o interesse per l’ordinamento statuale. 

 

L’art. 3 della legge in esame, infine,  attribuisce ai soggetti sportivi la facoltà di adire anche il giudice ordinario per ciò che riguarda le controversie cosiddette economiche (rapporti patrimoniali tra le società, associazioni ed atleti); mentre, proseguendo nella lettura della norma si evince la volontà di devolvere quelle controversie aventi ad oggetto atti del Coni o delle federazioni sportive (e non riservate alla giustizia sportiva in via esclusiva, come previsto ex art. 2),  alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo (TAR del Lazio, con sede in Roma), a condizione che siano esauriti tutti i gradi della giustizia sportiva.