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La riforma Orlando

Autore: Andrea Mandolesi
3 Agosto 2017

E’ in vigore da oggi, 3 agosto 2017, la Legge 23 giugno 2017, n. 103, cosiddetta riforma Orlando, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 154 del 4 luglio 2017.

Il provvedimento introduce modifiche di grande rilievo nell’ordinamento penale, sia sul piano del diritto sostanziale sia su quello del diritto processuale; alcune delle novità entrano in vigore fin da subito (il 30° giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta, vale a dire dal 3 agosto), altre invece sono oggetto di specifiche deleghe che dovranno essere attuate dal Governo.

Ecco le principali novità:

Diritto penale sostanziale: la riforma introduce una nuova causa estintiva dei reati, modifica il regime della prescrizione dei reati e inasprisce il trattamento sanzionatorio per i reati di furto, rapina e scambio elettorale politico-mafioso:

Estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie: nei reati perseguibili a querela il giudice può dichiarare l’estinzione del reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente il danno con le restituzioni o il risarcimento e ha eliminato, ove possibile le conseguenze dannose o pericolose del reato.

Inasprimento di pene per alcuni reati contro il patrimonio: è previsto l’aumento dei minimi edittali delle pene detentive e un aumento delle pene pecuniarie per i reati di furto in abitazione e scippo (art. 624-bis c.p.), rapina (art. 628), oltre ad una serie di modifiche in tema di circostanze aggravanti; sono aumentate le pene per il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.), che sarà punito con la reclusione da 6 a 12 anni.

Riforma della disciplina della prescrizione: queste alcune delle novità introdotte, che per espressa previsione si applicano solo ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge:

  1. la decorrenza dei termini di prescrizione per alcuni reati in danno di minori (maltrattamenti in famiglia, tratta di persone, sfruttamento sessuale, violenza sessuale) scatta al compimento del diciottesimo anno di età della vittima, salvo che l’azione penale non sia stata esercitata in precedenza (nel qual caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato);
  2. sospensione della prescrizione: è introdotta una nuova ipotesi di sospensione, legata alla sentenza di condanna in primo grado: il termine di prescrizione resta sospeso fino al deposito della sentenza di appello, e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi; dopo la sentenza di condanna in appello, il termine resta sospeso fino alla pronuncia della sentenza definitiva e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi.
  3. In caso di assoluzione dell’imputato in secondo grado, ovvero di annullamento della sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o di dichiarazione di nullità della decisione, con conseguente restituzione degli atti al giudice ai sensi dell’articolo 604 c.p.p. i periodi di sospensione di un anno e sei mesi (per il giudizio d’appello) e di un anno e sei mesi (per il giudizio di Cassazione) vengano ricomputati ai fini del calcolo del termine di prescrizione.
  4. Anche l’interrogatorio reso alla polizia giudiziaria su delega del P.M. determinerà l’interruzione del corso della prescrizione.
  5. L’interruzione della prescrizione ha effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato, mentre la sospensione solo per gli imputati nei cui confronti si sta procedendo.
  6. L’interruzione della prescrizione non può comportare l’aumento di più della metà del tempo necessario a prescrivere anche per le principali fattispecie di reati contro la pubblica amministrazione.

La legge contiene anche la delega al Governo per la modifica del codice penale, riguardo ai seguenti istituti:

Regime di procedibilità di alcuni reati: prevista la procedibilità a querela dell’offeso per i reati contro la persona puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a 4 anni, eccetto nei seguenti casi:

a. delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) e reati contro il patrimonio;

b. quando la persona offesa è incapace per età o per infermità;

c. quando ricorrono particolari circostanze aggravanti;

d. nei reati contro il patrimonio, quando il danno arrecato alla persona sia di rilevante gravità.

Riforma delle misure di sicurezza personali: tra le novità si segnalano l’espressa previsione del principio di irretroattività nell’applicazione delle misure ed una revisione il regime del c.d. doppio binario (applicazione congiunta di pena e misure di sicurezza), al fine di recare il minor sacrificio possibile della libertà personale.

Riforma del casellario giudiziale, alla luce delle modifiche normative intervenute a livello azionale e europeo in materia di protezione dei dati personali: gli obiettivi da perseguire sono la semplificazione e la riduzione degli adempimenti amministrativi; tra le modifiche previste c’è l’eliminazione delle iscrizioni al fine di adeguarli alla attuale durata media della vita umana e l’eliminazione dell’iscrizione dei provvedimenti applicativi della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto; sono inoltre ridefiniti i limiti temporali per l’eliminazione delle iscrizioni di condanne per fatti di modesta entità.

Diritto processuale: la riforma interviene, fra gli altri, sulla disciplina della incapacità dell’imputato a partecipare al processo, del domicilio eletto, delle indagini preliminari (in particolare in materia di intercettazioni), e dell’archiviazione.

Di seguito, i punti più significativi:

  1. definizione del procedimento per incapacità dell’imputato: vengono distinte le ipotesi a seconda che l’incapacità sia reversibile oppure irreversibile: se, a seguito degli accertamenti svolti, risulta che lo stato mentale dell’imputato è tale da impedire la cosciente partecipazione al procedimento in modo irreversibile, il giudice, revocata l’eventuale ordinanza di sospensione del procedimento, pronuncia sentenza di non luogo a procedere o sentenza di non doversi procedere (salvo che ricorrano i presupposti per l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dalla confisca).
  2. Comunicazione del domicilio eletto: in caso di elezione di domicilio presso il difensore d’ufficio, deve essere comunicato all’autorità procedente, insieme alla dichiarazione di elezione, anche l’assenso del difensore domiciliatario.

Indagini preliminari:

- la persona offesa dal reato potrà chiedere informazioni sullo stato del procedimento penale nel quale ha presentato la denuncia o la querela, decorsi 6 mesi dalla presentazione della denuncia; le informazioni potranno essere rese a condizione che ciò non pregiudichi il segreto investigativo;

- disciplina degli accertamenti tecnici non ripetibili: qualora, prima del conferimento dell’incarico al consulente da parte del P.M., la persona indagata formuli riserva di promuovere incidente probatorio, la riserva perde efficacia se l’incidente non è effettivamente richiesto entro 10 giorni;

- allo scadere del termine di durata massima delle indagini preliminari il P.M. dovrà decidere entro 3 mesi se chiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale, così obbligando il P.M. ad assumere una posizione rispetto alla notizia di reato; in caso contrario l’indagine sarà avocata dal procuratore generale presso la corte d’appello;

- passa da 10 a 20 giorni il termine concesso alla persona offesa per opporsi alla richiesta di archiviazione e chiedere la prosecuzione delle indagini;

- anche per il furto in abitazione o con strappo, oltre che per i delitti commessi con violenza alla persona, il P.M. dovrà notificare all’offeso la richiesta di archiviazione concedendogli 30 giorni (non più 20) per opporsi;

- modifiche al procedimento di archiviazione: nel caso in cui non accolga la richiesta di archiviazione, il giudice dovrà fissare entro 3 mesi la data dell’udienza in camera di consiglio; successivamente all’udienza dovrà provvedere sulle richieste entro il termine di 3 mesi nel caso in cui non ritenga necessarie ulteriori indagini;

- disciplina della nullità del provvedimento di archiviazione: il decreto di archiviazione è nullo se emesso in mancanza dell’avviso alla persona offesa, prima della scadenza del termine entro cui la parte offesa può prendere visione degli atti, o prima della presentazione dell’atto di opposizione. In caso di nullità, l’interessato avrà 15 giorni per proporre reclamo dinanzi al tribunale in composizione monocratica; il tribunale, se il reclamo è fondato, annulla il provvedimento e ordina la restituzione degli atti al giudice che ha emesso il provvedimento. In caso contrario, è prevista la condanna della parte privata che ha proposto il reclamo al pagamento delle spese del procedimento, e, nel caso di inammissibilità anche a quello di una somma in favore della cassa delle ammende;

- il termine entro il quale il P.M. chiede il rinvio a giudizio decorre dal provvedimento di iscrizione nel registro delle notizie di reato.

Disciplina dell’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere:

1) la sentenza emessa in sede di udienza preliminare sarà impugnabile in appello, anziché direttamente in cassazione;

2) la corte d’appello decide sull’impugnazione con rito camerale partecipato;

3) il ricorso per cassazione contro la sentenza di non luogo a procedere pronunciata in appello può essere presentato dall’imputato e dal P.G. presso la corte d’appello per i soli motivi di cui alle lettere a), b) e c) dell’art. 606 c.p.p.;

4) sull’impugnazione della sentenza di appello decide la Corte di Cassazione in camera di consiglio.

Requisiti della sentenza: la sentenza dovrà indicare anche i risultati acquisiti ed i criteri di valutazione della prova adottati avendo riguardo:

a. all’accertamento dei fatti e alle circostanze relative all’imputazione e alla loro qualificazione giuridica;

b. alla punibilità e alla determinazione della pena e della misura di sicurezza;

c. alla responsabilità civile da reato;

d. all’accertamento dei fatti dai quali dipende l’applicazione di norma processuali.

Modifiche in materia di riti speciali: sono previste novità in tema di giudizio abbreviato e sentenze di patteggiamento.

Giudizio abbreviato:

- se la richiesta dell’imputato è presentata subito dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede soltanto dopo che sia decorso l’eventuale termine (massimo 60 giorni) chiesto dal P.M. per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa; in questo caso l’imputato potrà revocare la richiesta di giudizio abbreviato;

- la richiesta di giudizio abbreviato in udienza preliminare comporta la sanatoria delle eventuali nullità (non assolute) e la non rilevabilità delle inutilizzabilità (eccetto quelle derivanti da un divieto probatorio) e la preclusione a sollevare questioni sulla competenza territoriale del giudice;

- in caso di richiesta subordinata ad integrazione probatoria, che venga poi negata dal giudice, l’imputato può chiedere che il processo sia comunque definito all’udienza preliminare o chiedere il patteggiamento;

- riduzione di pena: se il rito abbreviato riguarda un delitto è confermata la diminuzione della pena di un terzo; se invece si tratta di contravvenzione, la pena è ridotta alla metà.

Sentenze di patteggiamento: correzione di errori materiali e impugnazione:

- quando nella sentenza di patteggiamento occorre correggere soltanto la specie o la quantità della pena a seguito di errore nella denominazione o nel computo, vi provvede lo stesso giudice che ha emesso la sentenza;

- in caso di impugnazione del provvedimento da parte del P.M. alla rettifica provvede la Corte di Cassazione senza bisogno di pronunciare annullamento della sentenza;

- il ricorso per Cassazione da parte del P.M. e dell’imputato contro la sentenza che accoglie il patteggiamento può essere presentato soltanto per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato (vizi della volontà), al difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, all’erronea qualificazione del fatto e alla illegalità della pena o delle misure di sicurezza applicate.

Ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie:

- il valore di un giorno di pena detentiva è ridotto da 250 a 75 euro;

- una norma speciale sul ragguaglio è prevista per il procedimento per decreto penale di condanna: il valore giornaliero non può essere inferiore alla somma di euro 75 e non può superare di tre volte tale ammontare.

Disciplina delle impugnazioni: la legge introduce rilevanti novità anche in tema di impugnazioni penali:

a. l’impugnazione può essere proposta personalmente dall’imputato purché non si tratti di ricorso per cassazione;

b. l’atto di impugnazione deve contenere, a pena d’inammissibilità, anche l’indicazione delle prove delle quali si deduce l’inesistenza o l’omessa o erronea valutazione;

c. casi d’appello: è prevista l’inappellabilità anche delle sentenze di proscioglimento relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda o con una pena alternativa;

d. è reintrodotto il c.d. concordato sui motivi in appello: le parti potranno concludere un accordo sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi d’appello, da sottoporre al giudice d’appello, che deciderà in merito in camera di consiglio;

e. Sono esclusi dall’ambito di applicazione del concordato i procedimenti per i delitti di cui all’art. 51, co. 3-bis e 3-quater, per i reati sessuali e i procedimenti contro delinquenti dichiarati abituali, professionali o per tendenza;

f. Se l’accordo comporta una rideterminazione della pena, anche la nuova pena dovrà essere concordata tra le parti e sottoposta al giudice: se il giudice decide di non accogliere il concordato tra le parti, ordina la citazione a comparire al dibattimento; la richiesta e la rinuncia perdono effetto ma potranno essere riproposte nel dibattimento;

g. Il P.G. presso la Corte d’appello dovrà indicare criteri idonei a orientare la valutazione di tutti i P.M. del distretto rispetto al concordato sui motivi in appello;

h. E’ prevista la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale quando l’appello è proposto dal P.M. contro la sentenza di proscioglimento e si basa sulle valutazioni della prova dichiarativa;

Procedimenti dinanzi alla Corte di Cassazione:

- nell’ambito della rimessione del processo penale, in caso di rigetto o inammissibilità della richiesta di rimessione, le parti private che l’hanno richiesta potranno essere condannate a pagare una somma eventualmente aumentata fino al doppio in ragione della causa di inammissibilità del richiesta di rimessione (importi adeguati ogni biennio in base alle variazioni Istat);

- è prevista l’applicazione del rito camerale partecipato anche al ricorso per cassazione avverso provvedimenti cautelari reali;

- inammissibilità del ricorso: nei casi di inammissibilità previsti dall’art. 591 c.p.p., c.1, lett. a), b), c) e d), la Corte dichiara senza formalità di procedura l’inammissibilità del ricorso; sempre senza formalità la Cassazione può dichiarare l’inammissibilità del ricorso contro la sentenza di patteggiamento e contro la sentenza che accoglie il concordato sui motivi in appello;

- se il giudice d’appello conferma la sentenza di proscioglimento, il ricorso per cassazione è possibile solo per i vizi di cui all’art. 606, lettere a), b) e c) c.p.p.;

- la parte non potrà provvedere personalmente alla presentazione del ricorso per cassazione;

- in caso di inammissibilità del ricorso, la sanzione pecuniaria può essere aumentata fino al triplo in ragione della causa di inammissibilità del ricorso, con adeguamento biennale degli importi;

- rimessione dei ricorsi alle Sezioni Unite: le sezioni semplici potranno disporre la rimessione alle Sezioni Unite anche quando non concordino con un principio di diritto già enunciato dalle SS.UU. ma non condiviso dai giudici della sezione; le SS.UU. possono enunciare il principio di diritto anche d’ufficio, quando il ricorso sia stato dichiarato inammissibile per una causa sopravvenuta;

- la Cassazione può procedere all’annullamento della decisione senza rinvio della causa al giudice di merito se non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto e, quanto alla rideterminazione della pena, se può essere effettuata sulla base delle statuizioni del giudice di merito;

- in tema di ricorso straordinario per la correzione dell’errore materiale o di fatto, la rilevazione d’ufficio dell’errore può essere effettuata senza formalità, ma entro 90 giorni dalla deliberazione.

Modifiche alle norme di attuazione del c.p.p. e all’organizzazione dell’ufficio del P.M.

- informazioni sull’azione penale relativa ai reati ambientali: quando esercita l’azione penale per i reati previsti nel codice dell’ambiente o per i reati comunque comportanti un pericolo o un pregiudizio per l’ambiente, il P.M., nell’informare il Ministero dell’ambiente e la Regione interessata, deve dare notizia dell’imputazione;

- fra i processi ai quali deve essere assicurata prioritaria trattazione sono inseriti anche quelli relativi ai delitti di corruzione.

Riorganizzazione dell’ufficio del pubblico ministero: tra le funzioni del procuratore della Repubblica è inserita anche quella di assicurare l’osservanza delle norme relative all’iscrizione delle notizie di reato ne registro.

Disciplina della partecipazione al dibattimento a distanza: la partecipazione a distanza diviene la regola nei seguenti casi:

1. quando la persona si trova in carcere per uno dei delitti di cui agli artt. 51, comma 3- bis, e 407, c.2, lett. a) n. 4) c.p.p. (la partecipazione a distanza si applica anche alle udienze civili);

2. quando la persona è ammessa a misure di protezione la presenza fisica in udienza può comunque essere prevista dal giudice con decreto motivato (mai però per i detenuti soggetti alle misure di detenzione speciale di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario).

3. Fuori dalle ipotesi obbligatorie, la partecipazione a distanza può essere disposta dal giudice, con decreto motivato, anche quando vi siano ragioni specifiche di sicurezza o quando il dibattimento sia particolarmente complesso o debba essere assunta la testimonianza di un recluso.

Delega al Governo per la riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario

La legge delega il Governo ad intervenire sulla materia della disciplina delle intercettazioni.

Queste le principali novità che dovranno essere attuate con uno o più decreti legislativi:

- operazioni captative: nella selezione del materiale da inviare al giudice a sostegno della richiesta di misura cautelare, il P.M. dovrà assicurare anche la riservatezza degli atti contenenti registrazioni di conversazioni o comunicazioni informatiche o telematiche inutilizzabili a qualunque titolo o contenenti dati sensibili non pertinenti all’accertamento delle responsabilità penali o irrilevanti ai fini delle indagini perché riferiti esclusivamente a fatti o circostanze ad esse estranei;

- gli atti non allegati a sostegno della richiesta di misura cautelare dovranno essere custoditi in apposito archivio riservato, con facoltà di esame e ascolto ma non di copia, da parte dei difensori delle parti e del giudice, fino al momento della conclusione della procedura ex art. 268, cc. 6 e 7, c.p.p;

- venuto meno in quel momento il divieto di pubblicazione di cui all’art. 114, c. 1, c.p.p., i difensori delle parti possono ottenere copia degli atti e trascrizione delle intercettazioni ritenuti rilevanti dal giudice o il cui rilascio sia stato autorizzato dal giudice nella fase successiva alla conclusione delle indagini preliminari;

- ai fini della richiesta di giudizio immediato o del deposito successivo all’avviso di conclusione delle indagini, il P.M., quando rilevi che tra gli atti sono presenti registrazioni di conversazioni o comunicazioni informatiche o telematiche inutilizzabili per le ragioni sopra indicate, dovrà chiederne lo stralcio (qualora la procedura non si sia già svolta);

- è prevista l’introduzione di una nuova fattispecie di reato volta a punire la diffusione del contenuto di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni telefoniche captate fraudolentemente, con finalità di recare danno alla reputazione; la punibilità è esclusa quando le registrazioni o le riprese sono utilizzate nell’ambito di un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca;

- la delega prevede inoltre la semplificazione dell’impiego delle intercettazioni nei procedimenti per i reati più gravi contro la pubblica amministrazione;

- immissione di captatori informatici (cd. Trojan) in dispositivi elettronici portatili: sarà prevista una specifica disciplina così articolata:

- l’attivazione del microfono deve avvenire solo in conseguenza di apposito comando inviato da remoto e non con il solo inserimento del captatore informatico, nel rispetto dei limiti stabiliti nel decreto autorizzativo del giudice;

- la registrazione audio sarà avviata dalla polizia giudiziaria o dal personale tecnico incaricato, su indicazione della p.g., che dovrà indicare ora di inizio e fine della registrazione e darne atto nel verbale descrittivo delle modalità di effettuazione delle operazioni;

- l’attivazione del dispositivo sarà sempre ammessa quando si procede per i delitti ex art. 51, commi 3-bis e 3-quater c.p.p.; fuori da tali casi, nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. soltanto se sia in corso l’attività criminosa, nel rispetto dei requisiti previsti per le intercettazioni telefoniche;

- il decreto autorizzativo del giudice deve indicare le ragioni che rendono necessaria questa specifica modalità di intercettazione ai fini delle indagini;

- il trasferimento delle registrazioni deve avvenire soltanto verso il server della Procura e al termine della registrazione il captatore informatico deve essere disattivato e reso definitivamente inutilizzabile su indicazione del personale di p.g. operante;

- è previsto l’utilizzo solo di di programmi informatici conformi ai requisiti tecnici stabiliti con apposito decreto ministeriale;

- quando ricorrano concreti casi di urgenza specificamente indicati che rendano impossibile la richiesta al giudice, solo per i delitti di cui all’art. 51, c. 3-bis e 3-quater c.p.p., il P.M. potrà disporre l’utilizzo di captatori, salvo convalida del giudice entro 48 ore;

- i risultati delle intercettazioni ottenuti tramite impiego di trojan potranno essere utilizzati a fini di prova soltanto dei reati oggetto del provvedimento autorizzativo; potranno essere utilizzati in procedimenti diversi solo se indispensabili per l’accertamento di reati per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza ex art. 380 c.p.p.;

- i risultati di intercettazioni che abbiano coinvolto occasionalmente soggetti estranei ai fatti per cui si procede non potranno essere in alcun modo conoscibili, divulgabili e pubblicabili.

Delega per la riforma del regime delle impugnazioni: la delega affidata al Governo dovrà attuare le seguenti previsioni:

nei procedimenti di competenza del giudice di pace il ricorso per cassazione sarà consentito solo per violazione di legge delle sentenze emesse in grado di appello;

il procuratore generale presso la corte di appello potrà appellare soltanto nei casi di avocazione e di acquiescenza del p.m. presso il giudice di primo grado;

il p.m. sarà legittimato ad appellare avverso la sentenza di condanna solo quando abbia modificato il titolo del reato o abbia escluso la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o che stabilisca una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato;

l’imputato sarà legittimato ad appellare avverso le sentenze di proscioglimento emesse nel dibattimento, salvo che siano pronunciate con le formule “il fatto non sussiste” o “l’imputato non lo ha commesso”.

Delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario: il disegno di legge contiene infine anche la delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario, che dovrà ispirarsi, fra gli altri, ai seguenti criteri e principi direttivi:

- semplificazione delle procedure per le decisioni del magistrato e del tribunale di sorveglianza, anche con la previsione del contraddittorio differito ed eventuale, fatta eccezione per le decisioni riguardanti la revoca delle misure alternative alla detenzione;

- revisione di modalità e presupposti di accesso alle misure alternative e delle preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari;

- previsione di attività di giustizia riparativa;

- aumento di opportunità di lavoro retribuito intramurario ed esterno e di attività di volontariato;

- interventi a tutela delle donne recluse e delle detenute madri.


La sospensione del procedimento penale

Autore: Andrea Mandolesi
21 Dicembre 2015

La legge n. 67 del 28 aprile 2014 intitolata “Deleghe al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 100 del 2 maggio 2014, introduce rilevanti novità sotto il profilo dell’esecuzione delle pene.

La ratio del richiamato intervento legislativo è da individuarsi nella necessità, da un lato, di deflazionare il carico dei processi dibattimentali pendenti, dall’altro, di diminuire il flusso carcerario “in entrata” eventualmente derivante dalle esecuzioni delle pene detentive, prevedendo definizioni processuali alternative alla sentenza di condanna, che siano al contempo adeguate e proporzionate alla commissione di fatti penalmente rilevanti caratterizzati da contenuta offensività.

La nuova legge, mutuando l‘istituto della messa alla prova in campo minorile, introduce il nuovo istituto anche nei procedimenti a carico di soggetti maggiorenni per fatti commessi dopo il compimento della maggiore età. L’imputato, pertanto, potrà liberamente scegliere di definire la propria vicenda processuale con una pronuncia a sé favorevole, attraverso un percorso di messa alla prova.

In buona sostanza, l’imputato potrà chiedere, dopo l’esercizio dell’azione penale, la sospensione del procedimento con messa alla prova se si procede per reati punti con la sola pena pecuniaria ovvero per reati puniti con pena detentiva (sola o congiunta o alternativa a pena pecuniaria) non superiore nel massimo a quattro anni nonché per delitti di cui all’art. 550 comma 2 c.p.

Si badi bene, inoltre, come la richiesta di “messa alla prova” potrà essere proposta, oralmente o per iscritto, fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli articoli 421 e 422 o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio.

Peraltro, poiché l’ambito di ammissibilità della messa alla prova è determinato con riferimento al limite edittale della pena detentiva, oltre ai reati per i quali la legge prevede la competenza del tribunale in composizione monocratica, la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova è altresì ammessa per i reati puniti con pena edittale non superiore a quattro anni demandati alla competenza del giudice in composizione collegiale.

Ovviamente, la richiesta sarà altresì ammissibile nei procedimenti di competenza del giudice di pace.

Oltre al limite edittale della pena, ulteriore condizione oggettiva prevista dalla legge si ricava dalla previsione contenuta nell’articolo 3 della legge, per il quale la sospensione non può essere concessa più di una volta: detta preclusione è quindi prevista a prescindere dall’esito positivo o non positivo della prova e la sua concreta operatività è ovviamente subordinata alla reale circolazione del relativo dato.

Per quanto concerne, invece, i requisiti soggettivi, la legge in parola prevede che la sospensione non possa applicarsi a quei soggetti che siano stati dichiarati delinquenti o contravventori abituali o professionali o per tendenza.

Non solo.

La normativa prevede, quale ulteriore condizione necessaria affinché possa disporsi la sospensione del processo, che il giudice possa, non solo valutare positivamente l’idoneità del programma trattamentale, ma anche che possa formulare, nei confronti dell’imputato un giudizio prognostico favorevole in ordine alla circostanza che lo stesso si asterrà, in futuro, dal commettere ulteriori reati, potendosi ritenere occasionale il fatto-reato per cui si procede.

La messa alla prova, secondo le previsioni di cui all’art. 168 bis, commi 2 e 3 c.p., comporta, in via obbligatoria:

1. la prestazione di condotte volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché ove possibile il risarcimento del danno;

2. l’affidamento dell’imputato al servizio sociale per lo svolgimento di un preciso programma;

3. la prestazione di lavoro di pubblica utilità, da intendersi quale prestazione non retribuita da svolgersi per un tempo non inferiore a dieci giorni presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le aziende sanitarie o presso enti, anche internazionali.

Da ultimo, per quanto riguarda gli effetti della sospensione del procedimento con messa alla prova, si osserva che, durante il periodo di sospensione, il corso della prescrizione del reato rimarrà sospeso.

Mentre, in caso di esito positivo della messa alla prova, si estingue il reato (ma non le sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge.


Riforma difese d’ufficio

Autore: Andrea Mandolesi
11 Febbraio 2015

 

Come noto agli addetti ai lavori, il decreto legislativo n. 6 del 30/01/2015, ha previsto nuove e importanti modifiche in materia di riordino della disciplina della difesa d’ufficio, a norma dell’articolo 16 della riforma forense (legge n. 247 del 31 dicembre 2012).

 

Le nuove disposizioni prevedono, innanzitutto, che l’elenco dei difensori d’ufficio, fino ad oggi gestito direttamente da ciascun consiglio dell’ordine circondariale, venga unificato su base nazionale attribuendo al Consiglio nazionale forense la competenza in ordine alle iscrizioni e al necessario periodico aggiornamento.

 

Infatti, al fine di assicurare la qualificazione professionale, vengono introdotti criteri decisamente più rigorosi per l’iscrizione all’elenco: sono richiesti dei veri e propri corsi di aggiornamento e un esame finale.

 

Ne deriva come non sia più prevista, diciamo finalmente, la possibilità per il “neo avvocato” di sperimentare sulla pelle altrui (quella dell’ignaro cliente) la propria capacità difensiva penale. Insomma, il “potere” di farsi le ossa pur non avendo ancora raggiunto quella esperienza “in udienza” che un simile compito dovrebbe invece certamente possedere.

 

Oggi, infatti, sarà necessario avere una pregressa esperienza professionale di almeno 5 anni in materia penale idonea a consentire l’iscrizione. Oppure, in alternativa, sarà richiesto il requisito del conseguimento del titolo di specialista in diritto penale, la cui regolamentazione attuativa è in via di completamento.

 

La riforma stabilisce, altresì, che il Consiglio nazionale forense provveda sulla richiesta d’iscrizione, previo parere del locale Consiglio dell’ordine, e che, ai fini del mantenimento dell’iscrizione, sia necessario presentare periodicamente la documentazione atta a dimostrare l’effettiva e persistente esperienza nel settore penale da parte dell’iscritto.

 

Peraltro, al precipuo fine di assicurare l’idonea stabilità nell’esercizio della funzione, è previsto che il professionista non possa chiedere la cancellazione dall’elenco prima di due anni dall’avvenuta iscrizione.

 

Da ultimo, si segnala che, in via transitoria, i professionisti attualmente iscritti agli elenchi tenuti dai locali consigli dell’ordine siano iscritti automaticamente all’elenco nazionale con onere di dimostrare, alla scadenza del periodo di un anno dalla data di entrata in vigore del decreto, la presenza dei requisiti richiesti dalla nuova disciplina per il mantenimento dell’iscrizione.

 

 

Di seguito il testo del decreto:

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;

Visto l’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400;

Vista la legge 31 dicembre 2012, n. 247, recante nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense;

Visto, in particolare, l’articolo 16 della citata legge n. 247 del 2012 che ha delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo recante il riordino della materia relativa alla difesa d’ufficio, in base ai criteri direttivi rappresentati dalla previsione dei criteri e delle modalità di accesso a una lista unica, mediante indicazione dei requisiti che assicurino la stabilità e la competenza della difesa tecnica d’ufficio;

Sentito il Consiglio nazionale forense, che ha emesso il relativo parere nella seduta del 20 giugno 2014;

Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 30 ottobre 2014

Acquisiti i pareri delle competenti commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 29 gennaio 2015;

Sulla proposta del Ministro della giustizia;

Emana

il seguente decreto legislativo:

 

Art. 1

Modifiche all’articolo 29 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale.

1. All’articolo 29 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) i commi 1 e 1-bis sono sostituiti dai seguenti:

«1. Il Consiglio nazionale forense predispone e aggiorna, con cadenza trimestrale, l’elenco alfabetico degli avvocati iscritti negli albi, disponibili ad assumere le difese d’ufficio.

1-bis. L’inserimento nell’elenco di cui al comma 1 e’ disposto sulla base di almeno uno dei seguenti requisiti:

a) partecipazione a un corso biennale di formazione e aggiornamento professionale in materia penale, organizzato dal Consiglio dell’ordine circondariale o da una Camera penale territoriale o dall’Unione delle Camere penali, della durata complessiva di almeno 90 ore e con superamento di esame finale;

b) iscrizione all’albo da almeno cinque anni ed esperienza nella materia penale, comprovata dalla produzione di idonea documentazione;

c) conseguimento del titolo di specialista in diritto penale, secondo quanto previsto dall’articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.»;

b) dopo il comma 1-bis sono inseriti i seguenti:

«1-ter. La domanda di inserimento nell’elenco nazionale di cui al comma 1 e’ presentata al Consiglio dell’ordine circondariale di appartenenza, che provvede alla trasmissione degli atti, con allegato parere, al Consiglio nazionale forense. Avverso la decisione di rigetto della domanda e’ ammessa opposizione ai sensi dell’articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199.

1-quater. Ai fini della permanenza nell’elenco dei difensori d’ufficio sono condizioni necessarie:

a) non avere riportato sanzioni disciplinari definitive superiori all’ammonimento;

b) l’esercizio continuativo di attivita’ nel settore penale comprovato dalla partecipazione ad almeno dieci udienze camerali o dibattimentali per anno, escluse quelle di mero rinvio.

1-quinquies. Il professionista iscritto nell’elenco nazionale deve presentare, con cadenza annuale, la relativa documentazione al Consiglio dell’ordine circondariale, che la inoltra, con allegato parere, al Consiglio nazionale forense. In caso di mancata presentazione della documentazione, il professionista e’ cancellato d’ufficio dall’elenco nazionale.

1-sexies. I professionisti iscritti all’elenco nazionale non possono chiedere la cancellazione dallo stesso prima del termine di due anni.».

Art. 2

Disposizione transitoria

1. Gli iscritti negli elenchi dei difensori d’ufficio predisposti dai Consigli dell’ordine circondariali sono iscritti automaticamente, dalla data di entrata in vigore del presente decreto, nell’elenco nazionale previsto dall’articolo 29, comma 1, delle disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale. Alla scadenza del termine di un anno, il professionista che intenda mantenere l’iscrizione deve presentare la documentazione prevista dall’articolo 29, comma 1-quater, delle disposizioni medesime.

Art. 3

Modifiche all’articolo 97 del codice di procedura penale

1. Il comma 2 dell’articolo 97 del codice di procedura penale e’ sostituito dal seguente:

«2. Il difensore d’ufficio nominato ai sensi del comma 1 e’ individuato nell’ambito degli iscritti all’elenco nazionale di cui all’articolo 29 delle disposizioni di attuazione. I Consigli dell’ordine circondariali di ciascun distretto di Corte d’appello predispongono, mediante un apposito ufficio centralizzato, l’elenco dei professionisti iscritti all’albo e facenti parte dell’elenco nazionale ai fini della nomina su richiesta dell’autorita’ giudiziaria e della polizia giudiziaria. Il Consiglio nazionale forense fissa, con cadenza annuale, i criteri generali per la nomina dei difensori d’ufficio sulla base della prossimita’ alla sede del procedimento e della reperibilita’.».

Art. 4

Clausola di invarianza finanziaria

1. Dall’attuazione delle disposizioni del presente decreto non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addi’ 30 gennaio 2015.


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Il decreto svuota carceri

Autore: Andrea Mandolesi
14 Marzo 2014

Come noto, è entrato ufficialmente in vigore il cosiddetto decreto svuota carceri, per qualcuno un piccolo indulto.

Diventa legge un provvedimento che dovrebbe sfoltire la presenza nelle carceri, in virtù di alcune misure introdotte nel decreto: in primis, l’acceso al beneficio dell’affidamento in prova al servizio sociale che ora, grazie alla riforma, diventa accessibile anche per i condannati fino ai 4 anni.

Altra novità di rilievo riguarda la liberazione anticipata, che per effetto del decreto appena approvato ha visto uno sconto di pena aumentato a 75 giorni per ogni semestre, invece dei 45 in vigore fino ai giorni scorsi.

Altre novità riguardano l’aumento del ricorso al braccialetto elettronico, l’istituzione di un Garante nazionale dei detenuti, maggiore facilità di espulsione per detenuti stranieri.

Questo il testo del provvedimento:

LEGGE 21 febbraio 2014, n. 10

Conversione in  legge,  con  modificazioni,  del  decreto-legge   23 dicembre 2013, n. 146, recante misure urgenti in tema di  tutela  dei diritti fondamentali dei detenuti e di  riduzione  controllata  della popolazione carceraria. (GU n.43 del 21-2-2014)

Vigente al: 22-2-2014

La Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga

la seguente legge:

Art. 1

1.Il decreto-legge  23  dicembre  2013,  n.  146,  recante  misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e  di riduzione controllata della popolazione carceraria, e’ convertito  in legge con le modificazioni riportate in allegato alla presente legge.

2. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a  quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.   La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.  Data a Roma, addi’ 21 febbraio 2014  NAPOLITANO  Letta,  Presidente  del   Consiglio dei ministri  Alfano, Vicepresidente del Consiglio  dei ministri e Ministro dell’interno  Cancellieri, Ministro della giustizia  Visto, il Guardasigilli: Cancellieri  Allegato  Modificazioni apportate in sede di conversione  al decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146  All’articolo 2:  dopo il comma 1 sono aggiunti i seguenti:  «1-bis. All’articolo 380, comma 2,  lettera  h),  del  codice  di procedura penale,  le  parole:  “salvo  che  ricorra  la  circostanza prevista dal comma 5 del medesimo  articolo”  sono  sostituite  dalle seguenti: “salvo che per i delitti di cui al  comma  5  del  medesimo articolo”.  1-ter. All’articolo 19, comma 5, delle disposizioni sul  processo penale a  carico  di  imputati  minorenni,  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “,  salvo  che  per  i  delitti  di  cui all’articolo 73, comma 5, del testo  unico  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 9 ottobre  1990,  n.  309,  e  successive modificazioni”».  All’articolo 3:  al comma 1:  alla lettera a), capoverso Art. 35, numero 1), le  parole:  «al direttore dell’ufficio ispettivo,» sono soppresse;  alla lettera b), capoverso Art. 35-bis:  al comma 3 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «entro il termine indicato dal giudice»;  il comma 4 e’ sostituito dai seguenti:  « 4. Avverso la decisione del magistrato  di  sorveglianza  e’ ammesso reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di  quindici giorni dalla notificazione o comunicazione  dell’avviso  di  deposito della decisione stessa.          4-bis.  La  decisione  del  tribunale  di   sorveglianza   e’ ricorribile per cassazione per violazione di  legge  nel  termine  di quindici giorni dalla notificazione o  comunicazione  dell’avviso  di deposito della decisione stessa»;  al comma 6, la lettera c) e’ soppressa;        alla  lettera  e),  le  parole:  «su  proposta  del   direttore dell’ufficio  di  esecuzione  penale  esterna,  dal   magistrato   di sorveglianza,  anche  in  forma  orale  nei  casi  di  urgenza»  sono sostituite dalle  seguenti:  «nei  casi  di  urgenza,  dal  direttore dell’ufficio di esecuzione  penale  esterna,  che  ne  da’  immediata comunicazione al magistrato di  sorveglianza  e  ne  riferisce  nella relazione di cui al comma 10»;  dopo il comma 1 e’ inserito il seguente:  «1-bis.  In  attesa  dell’espletamento  dei  concorsi  pubblici finalizzati alla copertura dei posti vacanti nell’organico del  ruolo dei dirigenti dell’esecuzione penale esterna, per un periodo  di  tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di  conversione  del presente decreto, in deroga a quanto previsto dagli articoli  3  e  4 del decreto legislativo 15 febbraio  2006,  n.  63,  le  funzioni  di dirigente dell’esecuzione penale esterna possono  essere  svolte  dai funzionari   inseriti   nel   ruolo   dei   dirigenti   di   istituto penitenziario».  All’articolo 4:  al comma 1 sono premesse le seguenti parole: «Ad esclusione dei condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis  della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni,»;  il comma 4 e’ soppresso;  al comma 5 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole:  «,  ne’ ai condannati che  siano  stati  ammessi  all’esecuzione  della  pena presso il domicilio o che si  trovino  agli  arresti  domiciliari  ai sensi dell’articolo 656, comma 10, del codice di procedura penale».  All’articolo 6:  al comma 1, lettera a), capoverso,  le  parole:  «previsti  dal presente testo unico, per i quali  e’  stabilita  la  pena  detentiva superiore nel massimo a due anni»  sono  sostituite  dalle  seguenti: «previsti dall’articolo 12, commi 1, 3, 3-bis e 3-ter,  del  presente testo unico».  All’articolo 7:  al comma 2, secondo periodo, le parole: «decreto del presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite dalle seguenti:  «decreto del Presidente della Repubblica»;  al comma 3, primo periodo, le  parole:  «non  possono  assumere cariche  istituzionali,   anche   elettive,   ovvero   incarichi   di responsabilita’ in partiti politici» sono sostituite dalle  seguenti: «non possono ricoprire cariche istituzionali, anche elettive,  ovvero incarichi in partiti politici».

TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 23 dicembre 2013, n. 146

Testo del  decreto-legge  23  dicembre  2013,  n.  146  (in  Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 300 del 23 dicembre 2013), coordinato con la legge di conversione 21 febbraio 2014, n. 10 (in questa stessa Gazzetta Ufficiale alla pag. 14), recante: «Misure urgenti in tema di tutela  dei  diritti  fondamentali  dei  detenuti  e   di   riduzione controllata della popolazione carceraria.». (14A01371) (GU n.43 del 21-2-2014)

Vigente al: 21-2-2014

Avvertenza: Il testo coordinato qui pubblicato è stato redatto dal Ministero della giustizia ai sensi dell’art. 11, comma 1, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione  delle  leggi,  sull’emanazione  dei decreti  del  Presidente  della  Repubblica  e  sulle   pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985, n.1092, nonche’ dell’art.10, comma 3, del medesimo testo unico, al solo fine di facilitare la  lettura  sia  delle  disposizioni  del decreto-legge, integrate con le modifiche apportate  dalla  legge  di conversione, che di quelle richiamate nel decreto, trascritte nelle note. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui riportati. Le modifiche apportate dalla legge di conversione sono stampate con caratteri corsivi. Tali modifiche sono riportate in video tra i segni (( … )). A norma dell’art.15, comma 5, della legge 23 agosto 1988, n.  400 (Disciplina dell’attivita’ di Governo e ordinamento della  Presidenza del Consiglio dei Ministri), le modifiche apportate  dalla  legge  di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della  sua pubblicazione.

Art. 1

Modifiche al codice di procedura penale

1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447, di approvazione del codice di procedura penale,  sono  apportate le seguenti modificazioni:    a) all’articolo 275-bis, comma 1, primo periodo, le parole  «se  lo ritiene necessario» sono sostituite dalle seguenti parole: «salvo che le ritenga non necessarie». b) all’articolo 678, il comma 1 e’ sostituito dal seguente: «1. Salvo quanto stabilito  dal  successivo  comma  1-bis,  il tribunale di sorveglianza nelle  materie  di  sua  competenza, e il magistrato di  sorveglianza, nelle materie attinenti ai ricoveri previsti  dall’articolo  148 del codice penale, alle misure di sicurezza e alla dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato o di tendenza a delinquere procedono, a richiesta del  pubblico ministero, dell’interessato, del difensore  o  di  ufficio,  a  norma dell’articolo  666. Tuttavia, quando vi e’  motivo  di   dubitare dell’identita’ fisica di una persona, procedono a norma dell’articolo 667 comma 4.»; c) all’articolo 678, dopo il comma 1 e’ aggiunto  il  seguente comma: «1-bis. Il magistrato di sorveglianza, nelle materie  attinenti alla rateizzazione e alla conversione  delle  pene  pecuniarie,  alla remissione del debito e alla esecuzione della semidetenzione e  della liberta’ controllata, ed il tribunale di sorveglianza, nelle  materie relative  alle  richieste  di  riabilitazione  ed  alla   valutazione sull’esito dell’affidamento in prova al servizio  sociale,  anche  in casi particolari, procedono a norma dell’articolo 667 comma 4.». 2. L’efficacia della disposizione di cui al comma 1, lettera a), e’ differita al giorno successivo a  quello  della  pubblicazione  nella Gazzetta  Ufficiale  della  Repubblica  italiana   della   legge   di conversione del presente decreto.

Art. 2

Modifiche al testo unico delle leggi in materia di  disciplina  degli   stupefacenti   e   sostanze   psicotrope,   prevenzione,   cura   e   riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza. Delitto  di   condotte illecite in tema di sostanze stupefacenti o psicotrope  di   lieve entità.

1. Al decreto del Presidente della Repubblica 9  ottobre  1990,  n. 309 sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 73, il comma 5 e’ sostituito dal seguente comma:  «5. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave  reato,  chiunque commette uno dei fatti previsti dal  presente  articolo  che,  per  i mezzi, la modalità  o  le  circostanze  dell’azione  ovvero  per  la qualità e quantità delle sostanze, e’ di lieve entità,  e’  punito con le pene della reclusione da uno a cinque anni e  della  multa  da euro 3.000 a euro 26.000.»; b) all’articolo 94, il comma 5 e’ abrogato. (( 1-bis. All’articolo 380, comma 2,  lettera  h),  del  codice  di procedura penale,  le  parole:  «salvo  che  ricorra  la  circostanza prevista dal comma 5 del medesimo  articolo»  sono  sostituite  dalle seguenti: «salvo che per i delitti di cui al  comma  5  del  medesimo articolo».1-ter. All’articolo 19, comma 5, delle  disposizioni  sul  processo penale a  carico  di  imputati  minorenni,  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «,  salvo  che  per  i  delitti  di  cui all’articolo 73, comma 5, del testo  unico  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 9 ottobre  1990,  n.  309,  e  successive modificazioni». ))

Art. 3

Modifiche all’ordinamento penitenziario

1. Alla legge 26 luglio 1975, n. 354  sono  apportate  le  seguenti modificazioni: a) l’articolo 35 e’ così sostituito: «Art. 35. (Diritto di reclamo). - I detenuti e gli  internati possono rivolgere istanze o reclami orali o scritti, anche  in  busta chiusa: 1) al direttore dell’istituto, al provveditore regionale,  al  capo del dipartimento dell’amministrazione  penitenziaria  e  al  Ministro della giustizia; 2) alle autorità giudiziarie e sanitarie in visita all’istituto; 3) al garante nazionale e ai garanti regionali o locali dei diritti dei detenuti; 4) al presidente della giunta regionale; 5) al magistrato di sorveglianza; 6) al Capo dello Stato»; b) dopo l’articolo 35 e’ aggiunto il seguente: «35-bis  (Reclamo  giurisdizionale).  -

1. Il   procedimento relativo al reclamo di cui all’articolo 69, comma  6,  si  svolge  ai sensi degli articoli 666 e 678 del codice di procedura penale.  Salvi i casi di manifesta inammissibilità della  richiesta  a  norma dell’articolo 666, comma 2 del  codice  di  procedura  penale,  il magistrato di sorveglianza fissa la data dell’udienza e  ne  fa  dare avviso anche  all’amministrazione  interessata,  che  ha  diritto  di comparire ovvero di trasmettere osservazioni e richieste.    2. Il reclamo di cui  all’articolo  69,  comma  6,  lettera  a)  e’ proposto  nel  termine  di  dieci  giorni  dalla  comunicazione   del provvedimento.

3. In caso di accoglimento, il magistrato  di  sorveglianza,  nelle ipotesi  di  cui  all’articolo  69,  comma  6,  lettera  a),  dispone l’annullamento  del  provvedimento  di  irrogazione  della   sanzione disciplinare. Nelle ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6,  lettera b), accertate la sussistenza e l’attualita’ del  pregiudizio,  ordina all’amministrazione di porre rimedio (( entro il termine indicato dal giudice. ))

4. (( Avverso  la  decisione  del  magistrato  di  sorveglianza  e’ ammesso reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di  quindici giorni dalla notificazione o comunicazione  dell’avviso  di  deposito della decisione stessa.  4-bis. La decisione del tribunale di  sorveglianza  e’  ricorribile per cassazione per violazione di legge nel termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione  dell’avviso  di  deposito  della decisione stessa. ))

5. In  caso  di mancata  esecuzione  del  provvedimento  non  più soggetto ad impugnazione, l’interessato o il suo difensore munito  di procura speciale possono richiedere l’ottemperanza al  magistrato  di sorveglianza  che  ha  emesso  il  provvedimento.  Si  osservano   le disposizioni di cui agli articoli 666 e 678 del codice  di  procedura penale.

6. Il magistrato di sorveglianza, se accoglie la richiesta: a)  ordina  l’ottemperanza,  indicando   modalità  e tempi  di adempimento, tenuto conto del programma  attuativo predisposto dall’amministrazione al fine di  dare  esecuzione  al  provvedimento, sempre che detto programma sia compatibile con il soddisfacimento del diritto;    b) dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o  elusione  del provvedimento rimasto ineseguito;    c) (( (soppressa). ))    d) nomina, ove occorra, un commissario ad acta.

7. Il magistrato di sorveglianza conosce  di  tutte  le  questioni relative all’esatta ottemperanza, ivi comprese quelle  inerenti  agli atti del commissario.

8. Avverso il provvedimento emesso in  sede  di  ottemperanza  e’ sempre ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge.»; c) all’articolo 47, dopo il comma  3,  e’  aggiunto  il  seguente comma:«3-bis. L’affidamento in prova può, altresì, essere  concesso al condannato che deve espiare una pena, anche residua, non superiore a quattro  anni  di  detenzione,  quando  abbia  serbato,  quantomeno nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in espiazione di pena, in esecuzione di una misura cautelare ovvero  in libertà, un comportamento tale da consentire il giudizio di  cui  al comma 2.»; d) all’articolo 47, il comma 4 e’ sostituito dal seguente comma: «4. L’istanza di affidamento in prova al  servizio  sociale  e’ proposta, dopo che  ha  avuto  inizio l’esecuzione della pena, al tribunale di sorveglianza competente  in relazione al luogo dell’esecuzione. Quando sussiste un grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, l’istanza può essere proposta al magistrato di sorveglianza competente in  relazione  al  luogo  di detenzione.  Il magistrato  di  sorveglianza,  quando  sono  offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei  presupposti  per l’ammissione  all’affidamento  in  prova  e  al   grave   pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione e  non  vi  sia pericolo  di  fuga,  dispone  la   liberazione   del   condannato   e l’applicazione provvisoria dell’affidamento in prova  con  ordinanza. L’ordinanza conserva efficacia fino alla decisione del  tribunale  di sorveglianza, cui il magistrato trasmette  immediatamente  gli  atti, che decide entro sessanta giorni.»;    e) all’articolo  47,  comma  8,  infine  e’  aggiunto  il  seguente periodo: «Le deroghe temporanee alle prescrizioni  sono  autorizzate, (( nei casi di urgenza,  dal  direttore  dell’ufficio  di  esecuzione penale esterna, che ne da’ immediata comunicazione al  magistrato  di sorveglianza e ne riferisce nella relazione di cui al comma 10»; ))    f) all’articolo 47-ter, il comma 4-bis e’ abrogato;    g) l’articolo 51-bis e’ cosi’ sostituito:        «51-bis (Sopravvenienza di nuovi  titoli  di  privazione  della liberta’). - 1.  Quando,  durante  l’attuazione  dell’affidamento  in prova al servizio sociale o  della  detenzione  domiciliare  o  della detenzione  domiciliare  speciale  o  del  regime  di   semiliberta’, sopravviene un titolo di  esecuzione  di  altra  pena  detentiva,  il pubblico  ministero   informa   immediatamente   il   magistrato   di sorveglianza, formulando contestualmente  le  proprie  richieste.  Il magistrato di sorveglianza, se rileva, tenuto conto del cumulo  delle pene, che permangono le condizioni di cui al comma 1 dell’articolo 47 o ai commi  1  e  1-bis  dell’articolo  47-ter  o  ai  commi  1  e  2 dell’articolo 47-quinquies o ai primi  tre  commi  dell’articolo  50, dispone con ordinanza la prosecuzione della misura in corso; in  caso contrario, ne dispone la cessazione.    2. Avverso il provvedimento di cui al comma 1 e’ ammesso reclamo ai sensi dell’articolo 69-bis.»;      h) dopo l’articolo 58-quater e’ aggiunto il seguente articolo:        «58-quinquies    (Particolari    modalità     di     controllo nell’esecuzione della detenzione domiciliare). - 1. Nel disporre  la detenzione domiciliare, il magistrato o il tribunale di  sorveglianza possono prescrivere  procedure  di  controllo  anche  mediante  mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, conformi alle  caratteristiche funzionali e operative degli apparati di  cui  le  Forze  di  polizia abbiano l’effettiva disponibilità. Allo stesso modo può provvedersi nel corso dell’esecuzione  della  misura.  Si  applicano,  in  quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 275-bis  del  codice di procedura penale.».    i) all’articolo 69 sono apportate le seguenti modificazioni:    1)  al  comma  5,  le  parole  «nel  corso  del  trattamento»  sono soppresse;        2) il comma 6 e’ sostituito dal seguente:    «6. Provvede a norma dell’articolo 35-bis sui reclami dei  detenuti e degli internati concernenti:    a)  le  condizioni  di  esercizio  del  potere   disciplinare, la costituzione   e   la   competenza   dell’organo   disciplinare,   la contestazione degli addebiti e la facoltà di discolpa; nei  casi  di cui all’articolo 39, comma 1, numeri 4 e  5,  e’  valutato  anche  il merito dei provvedimenti adottati;    b) l’inosservanza da  parte  dell’amministrazione  di  disposizioni previste dalla presente legge e dal relativo regolamento, dalla quale derivi al detenuto o all’internato un  attuale  e  grave  pregiudizio all’esercizio dei diritti.».    ((  1-bis.  In  attesa  dell’espletamento  dei  concorsi   pubblici finalizzati alla copertura dei posti vacanti nell’organico del  ruolo dei dirigenti dell’esecuzione penale esterna, per un periodo  di  tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di  conversione  del presente decreto, in deroga a quanto previsto dagli articoli  3  e  4 del decreto legislativo 15 febbraio  2006,  n.  63,  le  funzioni  di dirigente dell’esecuzione penale esterna possono  essere  svolte  dai funzionari   inseriti   nel   ruolo   dei   dirigenti   di   istituto penitenziario. ))    2. L’efficacia della disposizione contenuta nel  comma  1,  lettera h), capoverso 1, e’ differita al giorno  successivo  a  quello  della pubblicazione nella  Gazzetta  Ufficiale  della  Repubblica  italiana della legge di conversione del presente decreto.

Art. 4

Liberazione anticipata speciale

1. Ad esclusione dei condannati per  taluno  dei  delitti  previsti dall’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e  successive modificazioni, per un periodo di due anni dalla data  di  entrata  in vigore del presente decreto, la detrazione di pena  concessa  con  la liberazione anticipata  prevista  dall’articolo  54  della  legge  26 luglio 1975, n. 354 e’ pari a settantacinque giorni per ogni  singolo semestre di pena scontata.

2. Ai condannati che, a decorrere dal 1º gennaio 2010, abbiano gia’ usufruito della liberazione  anticipata,  e’  riconosciuta  per  ogni singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre  che nel  corso  dell’esecuzione  successivamente  alla  concessione   del beneficio abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione.

3. La detrazione prevista dal comma precedente si applica anche  ai semestri di pena in corso di espiazione  alla  data  dell’1º  gennaio 2010.

4. (( (soppresso). ))

5. Le disposizioni di cui ai commi precedenti non si  applicano  ai condannati  ammessi  all’affidamento  in  prova  e  alla   detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in parte, in esecuzione di tali misure alternative, (( ne’  ai  condannati  che siano stati ammessi all’esecuzione della pena presso il  domicilio  o che si trovino agli arresti domiciliari ai sensi  dell’articolo  656, comma 10, del codice di procedura penale. ))

Art. 5

Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non  superiori a diciotto mesi.

1. All’articolo 1 della legge 26 novembre 2010, n. 199,  modificata dall’articolo  3  del  decreto-legge  22  dicembre  2011,   n.   211, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9, le parole:  «Fino  alla  completa  attuazione  del  piano  straordinario penitenziario nonche’ in attesa della riforma della disciplina  delle misure alternative alla detenzione  e,  comunque,  non  oltre  il  31 dicembre 2013,» sono soppresse.

Art. 6

Modifiche al testo unico in materia di immigrazione

1. All’articolo 16 del decreto legislativo 25 luglio 1998,  n.  286 sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 5, il secondo  periodo  e’  sostituito  dal  seguente periodo: «Essa non puo’ essere disposta  nei  casi  di  condanna  per  i delitti (( previsti dall’articolo 12, commi 1, 3, 3-bis e 3-ter,  del presente testo unico, )) ovvero  per  uno  o  piu’  delitti  previsti dall’articolo 407, comma  2,  lettera  a)  del  codice  di  procedura penale, fatta eccezione per quelli consumati o tentati  di  cui  agli articoli 628, terzo comma e 629, secondo comma, del codice»;      b) al comma 5, dopo il secondo periodo e’ aggiunto il seguente:        «In caso di  concorso  di  reati  o  di  unificazione  di  pene concorrenti, l’espulsione e’ disposta anche quando sia stata  espiata la parte di  pena  relativa  alla  condanna  per  reati  che  non  la consentono.»;      c) dopo il comma 5 sono aggiunti i seguenti commi:        «5-bis. Nei casi di cui al comma 5, all’atto  dell’ingresso  in carcere  di  un  cittadino  straniero,  la  direzione   dell’istituto penitenziario richiede al questore del luogo  le  informazioni  sulla identità e nazionalità dello stesso. Nei medesimi casi, il questore avvia la procedura  di  identificazione  interessando  le  competenti autorità diplomatiche  e  procede  all’eventuale   espulsione   dei cittadini stranieri identificati.  A  tal  fine,  il  Ministro  della giustizia ed il Ministro dell’interno adottano i necessari  strumenti di coordinamento.    5-ter. Le informazioni sulla identità e nazionalità del  detenuto straniero  sono  inserite  nella  cartella  personale  dello   stesso prevista dall’articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230.»;      d) il comma 6 e’ sostituito dal seguente comma:   «6. Salvo che il questore comunichi che non e’ stato  possibile procedere   all’identificazione   dello   straniero,   la   direzione dell’istituto penitenziario trasmette gli atti utili  per  l’adozione del  provvedimento  di  espulsione  al  magistrato  di   sorveglianza competente in relazione al luogo di  detenzione  del  condannato.  Il magistrato decide con decreto motivato, senza formalità. Il  decreto e’  comunicato  al  pubblico  ministero,  allo  straniero  e  al  suo difensore, i  quali,  entro  il  termine  di  dieci  giorni,  possono proporre opposizione dinanzi al  tribunale  di  sorveglianza.  Se  lo straniero non e’ assistito da un difensore di fiducia, il  magistrato provvede alla nomina di un difensore d’ufficio. Il  tribunale  decide nel termine di 20 giorni.».

Art. 7

Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private  della libertà personale.

1. E’ istituito, presso il Ministero della  giustizia, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, di seguito denominato «Garante nazionale».

2. Il Garante nazionale e’ costituito  in  collegio,  composto  dal presidente e da due membri, i quali restano in carica per cinque anni non prorogabili. Essi sono scelti tra persone, non  dipendenti  delle pubbliche amministrazioni, che assicurano indipendenza  e  competenza nelle discipline afferenti  la  tutela  dei  diritti  umani,  e  sono nominati, previa delibera del Consiglio dei ministri, con ((  decreto del Presidente della Repubblica, )) sentite le competenti commissioni parlamentari.

3. I componenti del Garante  nazionale  ((  non  possono  ricoprire cariche istituzionali, anche elettive, ovvero  incarichi  in  partiti politici. )) Sono immediatamente sostituiti in  caso  di  dimissioni, morte, incompatibilità sopravvenuta, accertato impedimento fisico  o psichico, grave violazione dei doveri  inerenti  all’ufficio,  ovvero nel caso in cui riportino condanna penale definitiva per delitto  non colposo. Essi non hanno  diritto  ad  indennità  od  emolumenti  per l’attività prestata, fermo restando il  diritto  al  rimborso  delle spese.

4. Alle dipendenze del  Garante  nazionale,  che  si  avvale  delle strutture e delle risorse messe a  disposizione  dal  Ministro  della giustizia, e’ istituito un ufficio composto da personale dello stesso Ministero, scelto in funzione delle conoscenze acquisite negli ambiti di  competenza  del  Garante.  La  struttura   e   la   composizione dell’ufficio sono determinate con successivo regolamento del Ministro della giustizia, da adottarsi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

5. Il Garante nazionale, oltre a promuovere e favorire rapporti  di collaborazione con i garanti territoriali, ovvero  con  altre  figure istituzionali comunque denominate, che hanno competenza nelle  stesse materie:    a) vigila, affinché  l’esecuzione  della  custodia  dei  detenuti, degli internati, dei soggetti  sottoposti  a  custodia  cautelare  in carcere o ad altre forme di limitazione della libertà personale  sia attuata in conformità alle  norme  e  ai  principi  stabiliti  dalla Costituzione, dalle  convenzioni  internazionali  sui  diritti  umani ratificate dall’Italia, dalle leggi dello Stato e dai regolamenti;    b)  visita,  senza  necessità  di  autorizzazione,  gli   istituti penitenziari, gli ospedali psichiatrici  giudiziari  e  le  strutture sanitarie destinate ad accogliere le persone sottoposte a  misure  di sicurezza detentive, le comunità terapeutiche  e  di  accoglienza  o comunque le strutture pubbliche e private  dove  si  trovano  persone sottoposte a misure alternative o alla misura cautelare degli arresti domiciliari, gli  istituti  penali  per  minori  e  le  comunità  di accoglienza per  minori  sottoposti  a  provvedimenti  dell’autorità’ giudiziaria, nonché,  previo  avviso  e  senza  che  da  ciò  possa derivare danno per le attività investigative in corso, le camere  di sicurezza delle Forze di polizia,  accedendo,  senza  restrizioni,  a qualunque  locale  adibito  o  comunque  funzionale   alle   esigenze restrittive;    c) prende visione, previo consenso anche verbale  dell’interessato, degli atti contenuti nel fascicolo della persona detenuta  o  privata della libertà  personale  e  comunque  degli  atti  riferibili  alle condizioni di detenzione o di privazione della libertà;    d)  richiede  alle  amministrazioni  responsabili  delle  strutture indicate alla lettera b) le informazioni e i documenti necessari; nel caso in cui l’amministrazione non fornisca risposta  nel  termine  di trenta giorni, informa il magistrato  di  sorveglianza  competente  e può richiedere l’emissione di un ordine di esibizione;    e) verifica il  rispetto  degli  adempimenti  connessi  ai  diritti previsti agli articoli 20, 21, 22, e 23 del  regolamento  di  cui  al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto  1999,  n.  394,  e successive modificazioni, presso i centri  di  identificazione  e  di espulsione previsti dall’articolo  14  del  testo  unico  di  cui  al decreto  legislativo  25  luglio   1998,   n.   286,   e   successive modificazioni,  accedendo  senza  restrizione  alcuna  in   qualunque locale;    f)   formula   specifiche    raccomandazioni    all’amministrazione interessata, se accerta violazioni alle norme dell’ordinamento ovvero la  fondatezza  delle  istanze  e  dei  reclami  proposti  ai   sensi dell’articolo   35   della   legge   26   luglio   1975,   n.    354. L’amministrazione  interessata,  in  caso  di  diniego,  comunica  il dissenso motivato nel termine di trenta giorni;    g) trasmette annualmente una  relazione  sull’attivita’  svolta  ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera  dei  deputati, nonche’ al Ministro dell’interno e al Ministro della giustizia.

Art. 8

Disposizioni di proroga per  l’adozione  dei  decreti  relativi  alle   agevolazioni e agli sgravi  per  l’anno  2013  da  riconoscersi  ai   datori di lavoro in favore di detenuti ed internati.

1. E’ prorogato per un periodo massimo di  sei  mesi,  a  decorrere dall’entrata  in  vigore  del  presente  decreto,  il   termine   per l’adozione,  per  l’anno  2013,  dei  decreti  del   Ministro   della Giustizia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle  finanze e con il Ministro del lavoro  e  delle  politiche  sociali,  previsti dall’articolo  4  della  legge  22  giugno   2000,   n.   193,   come successivamente modificata, e dall’articolo  4,  comma  3-bis,  della legge 8 novembre 1991, n. 381, come  successivamente  modificata,  ai fini  rispettivamente  della   determinazione   delle   modalità  e dell’entità’ delle agevolazioni e degli sgravi fiscali, concessi  per l’anno 2013 sulla  base  delle  risorse  destinate  dal  decreto  del Presidente del Consiglio dei ministri in attuazione dell’articolo  1, comma 270, della legge 24 dicembre 2012,  n.  228,  in  favore  delle imprese che assumono lavoratori detenuti o internati,  anche  ammessi al  lavoro  all’esterno,  e   per   l’individuazione   della   misura percentuale  della  riduzione  delle   aliquote   complessive   della contribuzione  per  l’assicurazione  obbligatoria  previdenziale   ed assistenziale dovute alle cooperative  sociali  per  la  retribuzione corrisposta ai lavoratori detenuti  o  internati,  anche  ammessi  al lavoro  all’esterno,  o  ai  lavoratori  ex  degenti  degli  ospedali psichiatrici giudiziari.

2. L’ammontare massimo dei crediti di imposta  mensili  concessi  a norma  dell’articolo  3  della  legge  22  giugno  2000,  n.  193,  e successive modificazioni,  deve  intendersi  esteso  all’intero  anno 2013.

Art. 9

Copertura finanziaria

1.  All’attuazione  delle  disposizioni  del  presente  decreto  si provvede mediante  l’utilizzo  delle  risorse  umane,  strumentali  e finanziarie disponibili  a  legislazione  vigente  e  senza  nuovi  o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

Art. 10

Entrata in vigore

1. Il presente decreto entra  in  vigore  il  giorno  successivo  a quello  della  sua  pubblicazione  nella  Gazzetta  Ufficiale   della Repubblica italiana e sara’ presentato alle Camere per la conversione in legge.


Ebbrezza in motorino

Autore: Andrea Mandolesi
14 Settembre 2012

Si segnala all’attenzione dei lettori, la recentissima sentenza della Suprema Corte in materia di guida in stato di ebbrezza, con la quale gli ermellini hanno ritenuto corretta la previsione della sospensione della patente nei confronti di coloro che guidano il motorino sotto l’effetto dell’alcool (Cassazione penale, sez. IV, sent.13.08.2012 n. 32439).

Questa, in breve, la vicenda.

Il conducente del motorino, che veniva sorpreso alla guida in stato di ebbrezza e per l’effetto patteggiava le pena per il reato di cui all’art. 186 cds, vedeva altresì disporsi l’applicazione della sanzione accessoria della sospensione della patente di guida.

Di talché, veniva proposto ricorso per cassazione sostenendo l’illegittimità della sospensione, sul presupposto che, per la guida di ciclomotori, il conseguimento della patente non è in alcun modo necessario né richiesto.

La Corte rigettava il ricorso richiamando la norma di cui all’art. 116 cds, così come modificata dal D.lgs. 9/2002, in vigore dal 30 giugno 2003, che prevede, per la guida di ciclomotori, la necessità di aver compiuto i 14 anni e, contestualmente, quella di aver conseguito il certificato di idoneità. La richiamata norma è stata successivamente modificata con le novelle l. 214/2003 e l. 168/2005 che, a decorrere dal 1 ottobre 2005, hanno imposto il conseguimento di detto certificato a tutti coloro che avessero compiuto la maggiore età a partire dalla medesima data e che non fossero già titolari di patente.

Ciò posto, e in considerazione del fatto che l’articolo in esame equipara i requisiti fisici e psichici richiesti per la guida di ciclomotori a quelli prescritti per il rilascio della patente, la Corte ha ritenuto che, con riferimento al titolo abilitativo richiesto, il conducente di un ciclomotore sia omologabile al conducente di autoveicolo; tanto è vero che, “per il principio per cui il più contiene il meno” la titolarità di patente costituisce di per sé motivo di esonero dall’obbligo di conseguimento del certificato di idoneità e che il possessore di detto certificato è tenuto alla restituzione del medesimo in sede di rilascio della patente.

Posto, dunque, che la patente costituisce un mero equipollente anagrafico del certificato di idoneità, la Corte deduce che, il titolare di patente sorpreso alla guida di ciclomotore in stato di ebbrezza, è soggetto alle medesime sanzioni accessorie prescritte per il conducente di autoveicolo colto nelle medesime condizioni di alterazione fisico-psichica, ovvero alla sospensione della patente; inoltre, continua la Corte, il titolare di certificato di idoneità sorpreso ebbro alla guida di ciclomotore sarà assoggettabile alla sospensione del detto certificato, stante l’identità di ratio e funzione sottesa ad entrambe i titoli abilitativi.

Pertanto, a detta della Suprema Corte, va esente dall’applicazione della sanzione accessoria soltanto il ciclista circolante in stato di ebrezza, posto che, per la guida della bicicletta, non è richiesto il conseguimento di alcun titolo abilitativo, come già ribadito dalle Sezioni Unite con sentenza n. 12316/2002.

Di seguito il testo integrale:

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 7 giugno - 13 agosto 2012, n. 32439

Svolgimento del processo:

Il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi applicava a D.B. G. ai sensi dell’art. 444 c.p.p. la pena concordata tra le parti, e ritenuta di giustizia, per il reato, previsto dall’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), di guida di un ciclomotore in stato di ebbrezza. Il giudicante disponeva altresì la sospensione della patente di guida per la durata di un anno. Ricorre per cassazione il D.B., con tempestivo atto di impugnazione, deducendo violazione di legge in ordine alla disposta sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, muovendo dal rilievo che il reato era stato commesso alla guida di un veicolo per il quale non è prevista la patente, trattandosi di una “Vespa Piaggio” 50 cc, e citando taluni precedenti di questa Corte.

Motivi della decisione

Il ricorso deve essere rigettato per le ragioni di seguito indicate.

Va certamente confermato il principio enunciato a suo tempo dalle Sezioni Unite di questa Corte secondo cui “non può essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che discenda per legge da illeciti posti in essere con violazione delle norme sulla circolazione stradale, a chi li abbia commessi conducendo veicoli per la cui guida non sia richiesta alcuna abilitazione o, se richiesta, non sia stata mai conseguita; nè, tanto meno, può essergli precluso, per un periodo corrispondente alla durata della sospensione, il diritto ad ottenerla nel caso in cui non ne sia ancora in possesso” (Sez. U, n. 12316 del 30/01/2002 Cc. - dep. 29/03/2002 - Rv. 221039). Mette conto sottolineare che quanto alla individuazione del veicolo in relazione al quale, nel caso di guida dello stesso in stato di ebbrezza, non è richiesta alcuna abilitazione, così come precisato dalle Sezioni Unite, bisogna por mente ad un veicolo la cui guida sia consentita del tutto liberamente, senza cioè la necessità di alcuna abilitazione o certificazione di idoneità (alla guida), come ad esempio la bicicletta; giova evidenziare, a conferma di tale assunto, che la fattispecie sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite, nell’occasione appena ricordata, riguardava proprio un’ipotesi di guida (in stato di ebbrezza) di una bicicletta.

Orbene, analogo discorso non può farsi, ad avviso del Collegio, in relazione alla guida di un ciclomotore: si ritiene, in base al dato testuale delle disposizioni di riferimento, di non poter condividere l’affermazione della sentenza di questa Corte n. 9991 del 2009, citata dal ricorrente, secondo la quale non sarebbe possibile applicare la sanzione della sospensione della patente in relazione alla guida di un ciclomotore, trattandosi di veicolo per la cui guida non sarebbe richiesta alcuna abilitazione. Ed invero, secondo quanto disposto dall’art. 116 C.d.S., per la guida di un ciclomotore da parte di un minore che abbia compiuto i 14 anni, in forza della modifica introdotta con D.Lgs. n. 9 del 2002 - in vigore dal 30 giugno 2003 - è necessario aver conseguito il certificato di idoneità alla guida, “rilasciato dal competente ufficio del Dipartimento per i trasporti terrestri a seguito di specifico corso con prova finale organizzato secondo le modalità di cui al comma 11 bis”. Con successive modifiche introdotte con il D.L. n. 151 del 2003, conv. in L. n. 214 del 2003, e con il D.L. n. 115 del 2005, conv. in L. n. 168 del 2005, l’obbligo di conseguire detto certificato, a decorrere dal 1 ottobre 2005, andava esteso a coloro i quali “compiano la maggiore età a partire dalla medesima data e che non siano titolari di patente di guida”, stabilendo altresì la procedura da seguire per il conseguimento del certificato in argomento per coloro i quali al 30 settembre 2005 “abbiano compiuto la maggiore età”; ancora, l’art. 116 C.d.S., comma 1 quater, stabilisce che “i requisiti fisici e psichici richiesti per la guida dei ciclomotori sono quelli prescritti per la patente di categoria A, ivi compresa quella speciale”. E’ dunque agevole desumere dalle disposizioni appena ricordate che il certificato di idoneità per la guida dei ciclomotori è un vero e proprio titolo di abilitazione alla guida, del tutto assimilabile, quanto alla “ratio” ed alla sua funzione, con specifico riferimento alla guida dei ciclomotori, alla patente di guida. Ciò trova conferma nella disposizione successiva, di cui ai comma 1 quinquies, secondo il quale non possono conseguire il certificato di idoneità alla guida di ciclomotori i conducenti già muniti di patente di guida (per l’evidente ragione che “il più contiene il meno”), con l’ulteriore specificazione che i titolari di certificazione di idoneità alla guida di ciclomotori sono tenuti a restituirlo all’atto del conseguimento della patente.

Da tutto quanto sopra esposto, ne deriva che nel caso di guida di un ciclomotore in stato di ebbrezza da parte di un soggetto munito di patente di guida, tale titolo abilitativo ha una idoneità ed un’efficacia assorbente rispetto al certificato di idoneità, con l’ulteriore conseguenza che la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, prevista quale sanzione amministrativa obbligatoria anche in caso di sentenza di patteggiamento, deve necessariamente avere ad oggetto la patente di guida, in quanto titolo che abilita il soggetto “anche” alla guida del ciclomotore. Giova ricordare che recentemente è stata affermata da questa Corte l’applicabilità della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, prevista per il reato di guida in stato di ebbrezza, a qualsiasi titolo abilitativo alla guida, ivi incluso il certificato di idoneità alla guida di ciclomotori, (cfr. Sez. Feriale, n. 32806 del 17/08/2011 Ud. - dep. 22/08/2011 - Rv. 251006).

Precisato dunque che per la guida dei ciclomotori, ad avviso di questo Collegio, è richiesto, per un soggetto maggiorenne alla data del 30 settembre 2005 (ed è il caso del D.B. in quanto nato in data 11 agosto 1976), un titolo di abilitazione alla guida (certificato di idoneità oppure patente di guida se conseguita), non risulta pertinente, in relazione allo specifico motivo di ricorso, l’altro precedente evocato dal ricorrente - sentenza di questa Corte n. 867 del 1999 - in quanto concernente fattispecie relativa alla guida di un ciclomotore da parte di soggetto non titolare di patente:

il D.B., invero, nemmeno ha allegato di non essere titolare di patente di guida.

Al rigetto del ricorso segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


31 Maggio 2012

Si segnala all’attenzione dei lettori un’interessantissima sentenza, in punto di rifiuto alla sottoposizione del test alcolemico.

La quarta sezione penale della suprema Corte, infatti, con la sentenza n. 18134 del 2012, ha stabilito che, qualora non sia stato possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcolemico nel sangue fosse o meno superiore al limite di 0,8 g/l, il trasgressore dovrà per l’effetto essere ritenuto responsabile della ipotesi meno grave, ormai depenalizzata.

Questi, brevemente, i fatti oggetto di processo.

Nella fattispecie analizzata dalla Corte, è stato discusso il caso di un uomo, condannato in entrambi i gradi di giudizio, poiché “aveva guidato in stato di ebbrezza e si era, altresì, rifiutato di sottoporsi all’alcool test“.

Reati unificati dal vincolo della continuazione con conseguente condanna ad un mese di arresto, nonché €. 900,00 di ammenda, oltre naturalmente sospensione della patente di guida per un mese.

L’imputato ricorreva in Cassazione giudicando gli elementi sintomatici rilevati non idonei alla dimostrazione della sussistenza dello stato di ebbrezza.

I giudici di legittimità, con la sentenza in commento, hanno assolto l’imputato ritenendo i fatti ascritti all’imputato non previsti dalla legge come reato.

Ha sostenuto la Corte, che lo stato di ebbrezza può essere accertato con qualsiasi mezzo, tuttavia, precisa la Consulta, qualora non risulti possibile stabilire con precisione se il tasso alcolemico sia superiore a 0,8 g/l, il trasgressore dovrà ritenersi responsabile, in base al principio del favor rei, della ipotesi meno grave, oggi depenalizzata.

Nella decisione in commento si legge testualmente che “…Quanto alla contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, osserva il Collegio che costituisce pacifico e consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. ex multis le più recenti pronunzie: Sez. 4, n. 28787 del 2011; Sez. 4, n. 43017 del 2011) quello secondo il quale lo stato di ebbrezza, per tutte le ipotesi previste dall’art. 186 cod. strada, può esser accertato con qualsiasi mezzo e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall’accertamento strumentale. Vero è peraltro che, qualora non sia possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcoolemico era superiore al limite di 0,8 gr./l. il trasgressore doveva ritenersi responsabile, In nome del principio del favor rei, dell’ipotesi meno grave (fascia A), attualmente depenalizzata per effetto della novella di cui alla legge 29 luglio 2010, n. 120. Nel caso in esame, gli elementi sintomatici rilevati e testé descritti, in difetto di altri dati indiziari, non consentono di individuare un preciso gradiente di etilemia tale da indurre a ritenere sussistenti taluna delle più gravi fattispecie contravvenzionali previste dall’art. 186 cod. strada“.

Pertanto, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, in quanto secondo il sopra ricordato ragionamento, gli elementi sintomatici non hanno permesso di individuare un preciso grado di etilemia.

Di seguito il testo integrale della sentenza in commento.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 7 febbraio - 14 maggio 2012, n. 18134 (Presidente Sirena - Relatore Casella)

Ritenuto in fatto

Con sentenza in data 15 ottobre 2008, la Corte d’appello di Palermo confermava la sentenza emessa il 27 aprile 2009 dal Tribunale di Palermo che aveva giudicato V.S. responsabile delle contravvenzioni di cui all’art. 186, commi 2 e 7 cod. strada (per aver guidato in Palermo l’8 febbraio 2007, l’autovettura tg. (…), in stato di ebbrezza alcoolica e per essersi rifiutato di sottoporsi ad accertamento alcoolemico). Per l’effetto l’imputato veniva condannato,unificati i reati sotto il vincolo della continuazione, alla pena di UN mese di arresto ed Euro 900,00 di ammenda, applicata la sospensione della patente di guida per UN mese.

La Corte distrettuale, condividendo gli assunti argomentativi della sentenza di primo grado, ha ribadito,a dimostrazione dell’affermazione della penale responsabilità del prevenuto ed in conformità all’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, la sufficienza,ai fini della prova dello stato di ebbrezza in cui versava l’imputato, delle tipiche condizioni sintomatiche (alito fortemente vinoso; linguaggio sconnesso; eccessiva ed immotivata euforia; andatura barcollante; ecc.) rilevate dagli agenti operanti della Questura di Palermo (e descritte nel verbale di contestazione), giunti sul luogo in cui era stato segnalato che un’autovettura Audi 100, percorrendo via Terrasanta, aveva speronato vetture in sosta, danneggiandole e creando in tal modo allarme nei passanti.

Il V. inoltre, alla richiesta degli agenti di sottoporsi al test alcoolemico, aveva opposto un netto rifiuto.

L’imputato ricorre per la cassazione della sentenza, per tramite del difensore, deducendo vizi di violazione di legge e di difetto ed illogicità della motivazione, avendo la Corte distrettuale errato nel giudicare idonei a dimostrare la sussistenza dello stato di ebbrezza,gli elementi sintomatici rilevati dalla P.G., laddove, a seguito della riforma normativa della fattispecie contravvenzionale in questione, introdotta nell’anno 2007, l’accertamento di siffatto status deve esser positivamente eseguito secondo le modalità tecniche previste dall’art. 186, commi 3 e 4 cod.strada: le uniche che possano fornire la precisa individuazione dei valori numerici del tasso alcoolemico quale presupposto dell’affermazione della penale responsabilità dell’imputato.

Lamenta altresì il ricorrente il diniego, con motivazione meramente apodittica, delle attenuanti generiche, cui i Giudici d’appello sarebbero pervenuti richiamando unicamente i precedenti penali dell’imputato.

Considerato in diritto

L’impugnata sentenza deve esser annullata senza rinvio a’ sensi degli artt. 129 e 620 lett. a) cod.proc.pen., non risultando previsti come reato, entrambi fatti ascritti all’imputato.

Quanto alla contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, osserva il Collegio che costituisce pacifico e consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. ex multis le più recenti pronunzie: Sez. 4 n. 28787 del 2011; Sez. 4 n. 43017 del 2011) quello secondo il quale lo stato di ebbrezza, per tutte le ipotesi previste dall’art. 186 cod. strada, può esser accertato con qualsiasi mezzo e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall’accertamento strumentale. Vero è peraltro che, qualora non sia possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcoolemico era superiore al limite di 0,8 gr./l. il trasgressore doveva ritenersi responsabile, in nome del principio del favor rei, dell’ipotesi meno grave (fascia A), attualmente depenalizzata per effetto della novella di cui alla legge 29 luglio 2010 n. 120. Nel caso in esame, gli elementi sintomatici rilevati e testé descritti, in difetto di altri dati indiziari, non consentono di individuare un preciso gradiente di etilemia tale da indurre a ritenere sussistenti taluna delle più gravi fattispecie contravvenzionali previste dall’art. 186 cod. strada.

In relazione all’altro addebito di rifiuto di sottoporsi all’alcooltest, rileva la Corte che, In ossequio all’art. 2, comma 2 cod. pen., non può non trovare applicazione l’art. 5 del D.L. 3 agosto 2007 n. 117 (in vigore dal 4 agosto 2007) convertito nella L. 2 ottobre 2007 n. 160 che, dopo la commissione della violazione de qua avvenuta l’8 febbraio 2007, ha sostituito l’art. 186, comma 7 cod. strada (vigente a detta data e concernente un’ipotesi contravvenzionale) introducendo una fattispecie di semplice illecito amministrativo punito esclusivamente con sanzione amministrativa pecuniaria. Non rileva ovviamente in contrario (atteso il principio costituzionale di irretroattività della legge penale: art. 25, comma 2 Cost. ed il disposto dell’art. 2, comma 1 cod. pen.) il fatto che a in seguito dell’entrata in vigore - a decorrere dal 27 maggio 2008 - dell’art. 4 del D.L. 23 maggio 2008 n. 92 convertito nella L. 24 luglio 2008 n. 125 - sia divenuto nuovamente reato (come peraltro è a tutt’oggi) la stessa condotta di rifiuto del conducente di veicolo di sottoporsi ad alcooltest.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i fatti non sono preveduti dalla legge come reato.


Molestie con posta elettronica?

Autore: Andrea Mandolesi
31 Ottobre 2011

 

Di sicuro interesse, stante il continuo e progressivo aumento della cosiddetta comunicazione “virtuale”, è la recentissima sentenza della sezione penale della Corte di Cassazione, che ha stabilito come l’invio di e.mail non possa integrare il reato di cui all’art. 660 codice penale.

 

 

Il richiamato articolo, dal titolo “molestie o disturbo alle persone”, così recita: “chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a €. 516”.

 

 

In buona sostanza, secondo gli ermellini la molestia non può dirsi integrata poiché manca, nel caso specifico della posta elettronica, un’immediata interazione tra colui che la invia e colui che la riceve e per l’effetto difetta una vera e propria intrusione, potendo il destinatario sottrarsi alla ricezione della stessa, cosa invece impossibile nel caso del telefono.

 

 

In buona sostanza, viene equiparato il caso della e.mail a quello della molestia trasmessa a mezzo lettera.

 

 

Vediamo nello specifico la motivazione della suprema Corte, con particolare riferimento al quarto motivo di censura, ritenuto determinante dai Giudici, che più interessa il caso che occupa: insussistenza del fatto di reato per il fatto che le molestie erano avvenute tramite internet e tale modalità sfuggirebbe alla tipizzazione della condotta come descritta dall’art. 660 c.p..

 

 

La Corte richiama il precedente giurisprudenziale in senso contrario di questa stessa Sezione (Sez. 1, 17/30.6.2010, D’Alessandro, Rv 247558) che esclude l’ipotizzabilità del reato de qua nel caso di molestie recate con il mezzo della posta elettronica, perché in tal caso nessuna immediata interazione tra il mittente ed il destinatario si verificherebbe né veruna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo. Contrariamente alla molestia recata con il telefono, alla quale il destinatario non può sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, nel caso di molestia tramite posta elettronica una tale forzata intrusione nella libertà di comunicazione non si potrebbe, secondo il predetto precedente, verificare, come di certo non si verifica nel caso di molestia trasmessa tramite lettera.

 

 

Il principio deve, ad avviso della Corte, essere condiviso ma con la necessaria precisazione, con riferimento alla posta elettronica, imposta dal progresso tecnologico nella misura in cui esso consente già fin d’ora con un telefono “attrezzato” la trasmissione di voci e di suoni in modalità sincrona,che avvertono non solo l’invio e la contestuale recezione di sms (short messages system) - in tal senso già, Sez. 3, 26.6.2004, Modena, Rv 229464 - ma anche l’invio e la recezione di posta elettronica, con l’alta probabilità in un prossimo futuro della medesima trasmissione, di suoni in modalità sincrona, tramite computer, collegato per necessità alla linea telefonica, che costituisce la tassativa, per la espressa indicazione dell’art. 660 c.p., modalità di trasmissione della molestia, alternativa a quella, a carattere topografico, del luogo pubblico o aperto al pubblico in cui si svolge la condotta costitutiva del reato.

 

 

Invero l’attuale tecnologia è in grado di veicolare, in entrata ed in uscita, tramite apparecchi telefonici, sia fissi che mobili, anche di non ultimissima generazione, sia sms (short messages system) sia e-mail. Il carattere sincronico o a-sincronico del contenuto della comunicazione, elemento distintivo secondo una tesi più restrittiva dal quale si dovrebbe ricavare il criterio per espungere dalla previsione dell’art. 660 c.p., per l’appunto, le comunicazione asincrona, non è affatto dirimente. Invero entrambe le comunicazioni sono sempre segnalate da un avvertimento acustico che ne indica l’arrivo, e che può, specie nel caso di spamming, costituito dall’affollamento indesiderato del servizio di posta elettronica con petulanti e-mail, recare quella molestia e quel disturbo alla persona che di questa lede con pari intensità la libertà di comunicazione costituzionalmente garantita. In tal caso è palese l’invasività dell’avvertimento al quale il destinatario non può sottrarsi se non dismettendo l’uso del telefono, con conseguente lesione, per la forzata privazione, della propria tranquillità e privacy, da un lato, con la compromissione della propria libertà di comunicazione, dall’altro.

 

 

Nella specie, però, il carattere invasivo, senza possibilità di sottrarsi al suono molesto, dell’avvertimento dell’arrivo della posta elettronica non può dirsi realizzato perché gli imputati comunicavano con le persone offese tramite computer ed in tanto la posta elettronica con questo mezzo inviata poteva essere letta in quanto i destinatari di essa, per nulla avvertiti dell’arrivo, avessero deciso di “aprire” la posta elettronica pervenuta.

 

 

Situazione del tutto simile alla recezione della posta per lettera, che viene riposta nella cassetta, per l’appunto, delle lettere ed alla quale il destinatario accede per sua volontà, senza peraltro essere stato condizionato da segni o rumori premonitori.

 

 

In definitiva il principio rigoroso della tipicità, espressione delle ragioni di stretta legalità che devono presiedere all’interpretazione della legge penale, nella specie l’art. 660 c.p., impone che al termine telefono, espressivo dell’instrumentum della contravvenzione de qua, venga equiparato qualsiasi mezzo di trasmissione, tramite rete telefonica e rete cellulare delle bande di frequenza, di voci e di suoni imposti al destinatario, senza possibilità per lui di sottrarsi alla immediata interazione con il mittente.

 

 

P.Q.M.

 

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

 

 


Stalking e condominio

Autore: Andrea Mandolesi
27 Giugno 2011

 

L’oramai famoso reato di Stalking, così come disciplinato e punito dall’articolo 612-bis, dal titolo “atti persecutori”, recita testualmente: salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

 

Con la recentissima sentenza della suprema corte (25.05.2011, n. 20895), il cosiddetto reato di stalking, che generalmente troviamo applicato a relazioni interpersonali, soprattutto di coppia, pare trovare una sua collocazione anche all’interno del condominio: deve essere punito, infatti, chi molesta ripetutamente i condomini di un edificio provocando agli stessi un forte stato di ansia.

 

Con la richiamata sentenza, la corte di legittimità ha precisato che, ai fini del riconoscimento del reato in parola, non è necessario che il comportamento persecutorio sia tenuto verso una stessa persona, ben potendo riguardare, ad esempio, più persone non direttamente oggetto degli stessi atti persecutori (come appunto i singoli condomini).

 

La condotta criminosa, idonea ad integrare il reato in commento, consiste nella ripetizione di atti qualificati persecutori: la minaccia rivolta nei confronti di una sola persona può coinvolgerne altre o, in ogni caso, costituire molestia, come nella ipotesi di chi minacci “d’abitudine ogni persona attendendo ogni mattina nello stesso posto un mezzo di trasporto per recarsi al lavoro”.

 

In base all’interpretazione della Corte è “ineludibile l’implicazione che l’offesa arrecata ad una persona per la sua appartenenza ad un genere turbi di per sé ogni altra che faccia parte dello stesso genere”. E “se la condotta è reiterata indiscriminatamente contro talaltra, perché vive nello stesso luogo privato, sì da esserne per questa ragione occasionalmente destinataria come la precedente persona minacciata o molestata, il fatto genere all’evidenza turbamento in entrambe”.

 

La sentenza richiamata precisa come debba essere considerata anche l’ansia nonché il turbamento che una condotta persecutoria può generare nei confronti dei singoli condomini anche qualora questi non siano direttamente oggetto degli stessi atti persecutori.

 

E’ sufficiente, quindi, ai fini di una pronuncia di condanna che qualcuno ponga in essere atti persecutori in modo da cagionare un perdurante stato di paura o, comunque, un fondato timore di pericolo per l’incolumità propria o di persone prossime, o ancora la costrizione al cambiamento delle proprie abitudini di vita.

 


Qualche massima di Cassazione penale

Autore: Andrea Mandolesi
28 Febbraio 2011

Si segnala all’attenzione dei gentili lettori, questa sintetica raccolta di alcune recenti massime della Cassazione Penale.

 

Reati contro l’ordine pubblico - Reati associativi (Sezione VI, sentenza n. 18-25 novembre 2010 n. 41704).

 

La circostanza attenuante ad effetto speciale della collaborazione prevista dall’articolo 8 del decreto legge 13 maggio 1991 n. 152, convertito nella legge 12 luglio 1991 n. 203 non è soggetta al giudizio di bilanciamento tra circostanze e, qualora essa venga riconosciuta e ricorrano altre circostanze attenuanti in concorso con circostanze aggravanti, soggette al giudizio di comparazione, va dapprima determinata la pena effettuando tale giudizio e successivamente, sul risultato che ne consegue, va applicata l’attenuante a effetto speciale.

 

Reati contro la pubblica amministrazione - Omissione atti di ufficio (Sezione VI, sentenza 27 ottobre - 12 novembre 2010 n. 40008).

 

 

Ai fini della configurabilità del reato di omissione di atti di ufficio, la richiesta scritta, dalla cui ricezione decorre il termine di trenta giorni entro il quale il pubblico ufficiale deve compiere l’atto del suo ufficio o rispondere esponendo le ragioni del ritardo, non va confusa con l’istanza che il privato rivolge al pubblico ufficiale per chiedere o sollecitare il compimento dell’atto amministrativo, ma va identificata nella diffida ad adempiere che, una volta scaduti i termini previsti dall’art. 2 della legge n. 241 del 1990, viene indirizzata al pubblico ufficiale per intimargli il compimento dell’atto e metterlo in mora (Nella specie, la Corte ha ravvisato la diffida ad adempiere nella generica rappresentazione fatta dal privato richiedente che, in assenza della soddisfazione della richiesta, si sarebbe proceduto a porre in essere le condizioni per esperire azioni di tutela, ossia non ci si sarebbe attivati per la (sola successiva) diffida ad adempiere o messa in mora).

 

Rati contro la pubblica amministrazione - Peculato (Sezione VI, sentenza 19 ottobre - 25 novembre 2010 n. 41709).

 

 

L’uso privato da parte del pubblico dipendente dell’apparecchio telefonico dell’ufficio non configura il reato di peculato allorquando si tratti di utilizzazioni saltuarie, tali da avere determinato danni al patrimonio della pubblica amministrazione di scarsa entità, risolvendosi tali utilizzazioni in condotte inoffensive del bene giuridico tutelato (Nella specie, è stato rigettato il ricorso del pubblico ministero e del procuratore generale nei confronti di una sentenza di non luogo a procedere che aveva motivato sull’irrilevanza del danno arrecato - circa 75 euro - in un arco temporale di poco più di due anni per contatti di breve durata con un numero ristretto di persone).

 

 

Reati contro la persona - Pornografia minorile (Sezione III, sentenza 11 novembre - 6 dicembre 2010 n. 43246).

 

Il reato di detenzione di materiale pornografico previsto dall’articolo 600-quater del Cp è norma chiusura e residuale, che, per non lasciare impunite alcune condotte di sfruttamento dei minori a fini di pratiche sessuali illegali, copre, come emerge dall’inciso fuori dalle ipotesi previste dall’articolo 600-ter del Cp, tutte quelle condotte consistenti nel procurarsi o detenere materiale pornografico utilizzando minori (Nella specie, la Corte ha ritenuto correttamente dimostrata la piena consapevolezza della detenzione in capo all’agente in ragione del fatto che era risultato accertato che questi aveva finanche offerto tale materiale in cambio di altro mediante messaggio lasciato nella bacheca di un sito di scambio di materiale pedopornografico).

 

Reati contro il patrimonio - Ricettazione (Sezione VI, sentenza 22 settembre 2010-13 gennaio 2011 n. 685).

 

 

Il possesso di un’arma clandestina integra di per sé la prova del delitto di ricettazione, essendo l’abrasione della matricola (che priva l’arma medesima del numero e dei contrassegni di cui all’articolo 11 della legge 18 aprile 1975 n. 110) chiaramente finalizzata a impedirne l’identificazione, ciò dimostrando, in mancanza di elementi contrari, il proposito di occultamento del possessore e la consapevolezza dello stesso della provenienza illcita dell’arma.

 

Reati contro il patrimonio - Truffa (Sezione II, sentenza 12 novembre -22 dicembre 2010 n. 44929).

 

L’integrazione del reato di truffa non implica la necessaria identità fra la persona indotta in errore e la persona offesa, cioè il titolare dell’interesse patrimoniale leso che subisce le conseguenze patrimoniali dell’azione truffaldina, ben potendo la condotta fraudolenta essere indirizzata a un soggetto diverso dal titolare del patrimonio, sempre che ovviamente sussista il rapporto causale tra l’induzione in errore e gli elementi del profitto e del danno. Poichè, quindi, il soggetto passivo del reato, o persona offesa dal reato, è colui che subisce le conseguenze patrimoniali  dell’azione truffaldina, quando non vi sia coincidenza tra tale soggetto e la persona ingannata, la querela proposta solo da quest’ultima è priva di ogni effetto.

 

Stupefacenti - ingente quantità (Sezione VI, sentenza 4-25 novembre 2010 n. 41691).

 

 

In tema di stupefacenti, ai fini del riconoscimento dell’aggravante della quantità ingente (articolo 80, comma 2, del Dpr 9 ottobre 1990 n. 309), il giudice deve tener conto sia della qualità della sostanza, con riferimento alla quantità di principio attivo dello stupefacente e della sua capacità di moltiplicarsi in dose destinate al consumo, sia del dato ponderale relativo alla quantità di droga trattata e utilmente manipolabile. A tal fine, l’ingente quantità va ritenuta quando il quantitativo sia tale da rappresentare un pericolo per la salute pubblica, ovvero per un rilevante, ancorché indefinito, numero di consumatori, e, pertanto, allorché sia idoneo a soddisfare le esigenze di un numero molto elevato di tossicodipendenti, senza ulteriore riferimento al mercato e alla sua eventuale saturazione: tale riferimento, infatti, non è appropriato rispetto alla ratio della norma e non è facilmente accertabile, anche per il carattere di mercato clandestino rispetto al quale mancano conoscenze certe e riscontrabili. In questa prospettiva, non possono, di regola, definirsi ingenti i quantitativi di droghe pesanti (ad esempio, eroina e cocaina) oppure leggere (ad esempio, hashish e marijuana) che, sulla base di una percentuale media di principio attivo per il tipo di sostanza, siano rispettivamente al di sotto dei limiti di due chilogrammi e di cinquanta chilogrammi (Nella specie, è stata ritentua correttamente ravvisata l’aggravante in relazione al quantitativo di grammi 3.350,302 di cocaina, idonea a consentire il confezionamento di oltre diciannovemila dosi medie singole).


Turbative di manifestazioni sportive

Autore: Andrea Mandolesi
11 Maggio 2009

 

Si segnala all’attenzione dei gentili lettori, la recente decisione della Suprema Corte in materia di turbative di manifestazioni sportive all’estero.

 

Con la decisione in esame, riguardante una fattispecie avente ad oggetto la convalida del provvedimento di un Questore con cui si imponeva ad un tifoso italiano l’obbligo di presentarsi presso un comando di polizia in occasione di tutti gli incontri calcistici della propria squadra, provvedimento emesso per fatti avvenuti all’estero in cui era rimasto coinvolto il tifoso destinatario, la III sezione della Suprema Corte, richiamando un orientamento incidentalmente già espresso (Sez. III, n. 4498-2006), ha affermato che:

 

a) ove la pericolosità sociale del tifoso si manifesti all’estero, i questori italiani non hanno alcun potere di vietare l’accesso agli stadi (italiani od europei), né il connesso potere di imporre la comparizione presso gli uffici di polizia italiani;

 

b) di conseguenza, un questore italiano non ha competenza territoriale per disporre divieti di accesso e prescrizioni di comparizione per episodi di violenza sportiva commessi all’estero.

 

Leggi tutta la sentenza.