Archivio Categoria 'Diritto Civile'


Negoziazione assistita

Autore: Andrea Mandolesi
10 Ottobre 2014

Come noto, il decreto legge del 12 settembre 2014, n. 132, recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile, ha apportato modifiche alla disciplina della separazione personale dei coniugi, della cessazione degli effetti civili e dello scioglimento del matrimonio.

Il senso dell’intervento dovrebbe essere quello della semplificazione delle procedure.

In particolare, l’art. 6 entrato in vigore lo scorso 13 settembre 2014 (quindi già perfettamente operativo), introduce la possibilità per i coniugi di richiedere, al posto del “superato” atto di separazione o divorzio, una negoziazione assistita, senza più necessità di rivolgersi al tribunale.

Le modalità dei vari adempimenti da osservare sono state peraltro oggetto di una recente circolare del Ministero dell’Interno che ha tentato di chiarirne gli aspetti più importanti.

Anche alla luce di queste delucidazioni ministeriali è quindi possibile dedurre che:

1) I coniugi potranno decidere di concludere una convenzione di negoziazione assistita da un legale, ad eccezione del caso in cui vi siano figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave oppure economicamente non autosufficienti.

2) Entro il termine di 10 giorni, all’avvocato della parte è fatto obbligo di trasmettere una copia dell’accordo, previa autenticazione, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto.

3) L’accordo deve altresì essere munito delle certificazioni di cui al D.P.R. n. 396/2000.

4) E’ previsto che in caso di violazione dell’obbligo di cui al punto 2), l’avvocato incorra in una sanzione amministrativa pecuniaria da € 5.000 ad € 50.000.

Per ciò che attiene agli effetti degli accordi, si precisa che questi decorreranno dalla data certificata negli accordi stessi e che dovrà essere riportata nelle annotazioni a margine dell’atto di matrimonio e di nascita di entrambi i coniugi ed indicata nella scheda anagrafica individuale degli interessati.

Inviato l’atto termina il lavoro del legale: dopo aver trasmesso la convenzione di negoziaziazione, non è previsto alcun atto di impulso successivo ad opera dell’avvocato stesso.

E’ infatti l’ufficiale dello stato civile colui che deve procedere alla registrazione dei provvedimenti di cui trattasi e alla conseguente annotazione a margine dell’atto di matrimonio e di nascita di entrambi i coniugi ed alla comunicazione in anagrafe per i conseguenti aggiornamenti.

Pertanto, compete sempre all’ufficiale di stato civile del comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, curare l’esatta esecuzione degli adempimenti che discendono dal ricevimento dell’accordo, nei sensi della nuova normativa.

Ad ulteriore chiarimento, ai fini della corretta individuazione dell’ufficiale di stato civile competente, si precisa che il matrimonio iscritto è quello celebrato con rito civile la cui iscrizione avviene nel comune di celebrazione. Il matrimonio trascritto è quello celebrato con rito religioso (concordatario o di altri culti religiosi) la cui trascrizione avviene nel comune di celebrazione, o quello celebrato all’estero la cui trascrizione avviene nel comune di residenza o di iscrizione.


Il divorzio breve

Autore: Andrea Mandolesi
31 Maggio 2014

La legge sul divorzio breve è ad un passo dalla approvazione.

Passa alla Camera, infatti, la legge sul divorzio breve che, direi finalmente, riduce drasticamente i tempi dello scioglimento del matrimonio a 12 mesi in caso di contenzioso e a 6 mesi per quelli consensuali.

Intanto, non serviranno più 3 anni dal momento della separazione per chiedere il divorzio. Il termine diventa, infatti, 12 mesi in caso di separazione giudiziale e di 6 mesi per quella consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Se la separazione è giudiziale, il termine decorrerà dalla notifica del ricorso.

Importante ricordare che la legge appena approvata dalla Camera dei Deputati, se riceverà l’ok anche dal Senato, sarà operativa anche per i procedimenti in corso.

Novità, infine, anche con riferimento alla comunione legale dei beni che si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale.


Ancora sui tassi (usurai) bancari…

Autore: Andrea Mandolesi
8 Agosto 2013

Un breve aggiornamento in materia di usura bancaria.

Sono partite le prime contestazioni alle Banche al fine di ottenere chiarimenti sui tassi applicati ai mutui.

La risposta degli istituti di credito non si è fatta attendere, né il suo contenuto ci ha sorpresi più di tanto.

Se qualcuno pensava che la Banca avrebbe “calato le brache” restituendo il maltolto si sbagliava di grosso.

Personalmente, non avevo dubbi sulla sua resistenza. D’altronde, siamo realistici, la Banca ha troppo potere di posizione per mollare l’osso alla prima richiesta del consumatore.

Se si vuole ottenere qualcosa appare più che mai necessario il ricorso all’autorità giudiziaria.

A mio modesto avviso, anche il ricorso al cosiddetto Arbitro Bancario Finanziario, pur essendo non vincolante per il futuro (nel senso che a prescindere dalla sua decisione il consumatore potrà eventualmente ricorrere all’autorità ordinaria), potrebbe risultare una perdita di tempo proprio per effetto del suo non essere vincolante per il destinatario. Ergo, la Banca potrebbe fregarsene e il cliente sarebbe comunque obbligato ad agire giudizialmente.

Ad ogni buon conto, come dicevo, le Banche stanno rispondendo picche, adducendo la non usurarietà dei tassi applicati ai mutui alla luce della impossibilità, a loro dire, di considerare ai fini del calcolo del tasso soglia anche quello di mora (quando quest’ultimo non sia stato richiesto).

Ovvio che non possiamo accettare né tanto meno condividere una simile difesa, stante, come più volte ribadito, l’istantaneità del reato di usura che si consuma immediatamente al momento della pattuizione degli interessi usurari, indipendentemente dalla loro richiesta.

Ovvero, ciò che rileva ai fini del calcolo dell’usurarietà degli interessi è il momento della loro pattuizione indipendentemente da quando (e se) gli interessi oltre soglia siano stati o meno pagati.

Al contempo, la Banca d’Italia, che non è parte coinvolta ma viene semplicemente informata quale organo di controllo, risponde testualmente che “nello svolgimento dell’attività di vigilanza, la Banca d’Italia verifica, in occasione degli accertamenti ispettivi, la funzionalità delle procedure di calcolo del TEG e delle prescritte segnalazioni trimestrali nonché la corretta pubblicizzazione, presso gli sportelli degli intermediari, delle tabelle con i “tassi soglia”; esamina gli esposti presentati dalla clientela bancaria e finanziaria e svolge gli approfondimenti di competenza, adottando nei confronti dell’intermediario le misure ritenute opportune nelle circostanze specifiche e segnalando, ove del caso, all’Autorità giudiziaria gli aspetti di possibile rilevanza penale riscontrati”. Inoltre fa presente che “non rientra fra le sue competenze la risoluzione di eventuali controversie su singole posizioni contrattuali, essendo la verifica dell’usurarietà dei tassi applicati e le conseguenti valutazioni di carattere civile e/o penale rimesse esclusivamente al vaglio dell’Autorità giudiziaria”.

To be continued….


I tassi usurai delle Banche

Autore: Andrea Mandolesi
3 Giugno 2013

E’ tutta mattina che il telefono squilla.

 

Tutti vogliono chiarimenti.

 

Il motivo?

 

Il servizio televisivo di ieri sera delle Iene.

 

Il buon Pelazza, inviato della trasmissione, ha svelato un imbroglio “all’italiana” che, qualora venisse confermato, comporterebbe una sensazionale rivolta popolare in termini di richieste di risarcimento agli istituti di credito risultati colpevoli di aver applicato al consumatore un tasso d’interesse superiore al cosiddetto tasso soglia.

 

Il tasso soglia o di usura, altro non è se non il tasso di riferimento stabilito trimestralmente dalla Banca d’Italia: rappresenta il tasso massimo d’interesse che le banche possono applicare ai clienti. Qualora, però, questa soglia venisse superata la banca commetterebbe un’usura vera e propria ai danni del cliente.

 

Ma veniamo alla domanda ricorrente, ovvero quali siano gli strumenti per capire se sia stato o meno applicato un tasso illegale al proprio mutuo.

 

Reperire i documenti relativi alla propria situazione bancaria è il primo passo e l’istituto di credito è obbligato a fornirli. Una volta consultata la documentazione occorrerà verificare se i tassi applicati dalla banca e comunque risultanti dal contratto di mutuo sottoscritto, siano superiori al predetto tasso soglia e per l’effetto siano da considerarsi usurai e quindi illegittimi.

 

Come egregiamente spiegato nel servizio televisivo, le voci che dovranno essere prese in considerazione saranno: il Tasso annuo e il tasso di mora. La somma di queste due voci non dovrà essere superiore a quella cosiddetta di soglia, stabilita trimestralmente dalla Banca d’Italia per combattere l’usura.

 

Se così fosse, infatti, la clausola sarebbe da considerarsi nulla e non sarebbero dovuti interessi di nessun tipo. Ergo, non solo la banca dovrà restituire gli interessi indebitamente già riscossi, ma non potrà neppure pretenderli in futuro per tutta la durata del contratto.

 

L’art. 1815, comma 2, codice civile, così recita: “se sono convenuti interessi usurari (644,649 c.p.), la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

 

Nella recentissima sentenza n. 350 del 2013, la Suprema Corte ha stabilito che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., co. 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori.

 

Ecco la sentenza:

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 9 gennaio 2013, n. 350

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

 

1.- I.D. ha convenuto in giudizio la s.p.a. Intesa BCI lamentando che il tasso applicato al contratto di mutuo con garanzia ipotecaria stipulato il 19.9.1996 per l’acquisto della propria casa era da considerare usurario. Il Tribunale di Napoli ha rigettato la domanda volta a sentir accertare l’illegittimità della misura degli interessi stabiliti nel contratto di mutuo, in relazione alla rata di Euro 20.052,48 richiesta con lettera del 6.11.2001, sulla base della considerazione che, ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, per la determinazione degli interessi usurari i tassi effettivi globali medi rilevati dal Ministero del Tesoro ai sensi della citata legge devono essere aumentati della metà. Considerato che il D.M. 27 marzo 1998, emesso dal Ministero del Tesoro, prevedeva per la categoria dei mutui il tasso dell’8.29%, ha quindi, escluso che il tasso contrattualmente fissato potesse essere ritenuto usurario.

 

La Corte di appello, con la sentenza impugnata, ha confermato la decisione di primo grado evidenziando che i motivi posti a base dell’appello erano aspecifici rispetto alla motivazione della decisione del Tribunale. L’appellante si era limitato ad invocare apoditticamente la natura usuraria degli interessi pattuiti senza contestare i parametri adottati dal primo giudice per valutare la fondatezza della domanda e senza indicare, in concreto, le ragioni di fatto e di diritto idonee a ribaltare la decisione impugnata. Privi di rilevanza erano i riferimenti allo scopo per cui era stato stipulato il mutuo. Infine, la maggiorazione del 3% prevista per il caso di mora non poteva essere presa in considerazione, data la sua diversa natura, nella determinazione del tasso usurario. Da ultimo, ha ritenuto che le richieste istruttorie di ordinare ex art. 210 c.p.c., l’esibizione del carteggio intercorso tra le parti e di ctu contabile che quantificasse le differenze incassate in eccedenza dalla Banca fossero inammissibili per la loro genericità e per il carattere meramente esplorativo nonchè prive di attinenza con i motivi posti a base del gravame.

 

Inammissibili erano le deduzioni per la prima volta proposte nella comparsa conclusionale ove I.D. cercava di sopperire alle carenze del gravame, indicando, per la prima volta, i tassi, a suo dire applicati (e non quelli pattuiti rilevanti ai fini dell’azione proposta) ed il tasso soglia che riteneva superato.

 

I motivi, sul punto, non erano specifici.

 

2.- Contro la sentenza di appello parte attrice ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi con i quali denuncia 1) vizio di motivazione e 2) violazione dell’art. 1421 c.c.

 

Resiste con controricorso la s.p.a. Italfondiario quale procuratore della s.r.l. Castello Finance in luogo della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa nonchè quale procuratore della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa.

 

3.1.- Il primo motivo, sub a), contiene riferimenti alla nullità della clausola determinativa degli interessi (con riferimento al tasso ABI) che risulta si proposta in primo grado ma, sebbene implicitamente disattesa dal Tribunale, non risulta specificamente (ma neppure genericamente) riproposta in appello (v. trascrizione dell’atto di appello alle pagg. 3 e 4 del ricorso).

 

Si che la relativa censura è inammissibile.

 

Il profilo della censura relativo all’anatocismo ù che neppure è menzionato nella sentenza impugnata ù risulta dedotto in appello “in considerazione del fatto che con il piano di ammortamento la Banca ha di fatto applicato l’anatocismo vietato dalla legge” (v. trascrizione in ricorso, pag. 4).

 

Nel motivo di ricorso, invece, parte ricorrente lamenta che la banca “pretende interessi sugli interessi infrannuali come emerge dalle quietanze esibite”.

 

Trattasi di censura affatto nuova - oltre che generica - come tale inammissibile.

 

3.2.- Quanto al profilo sub b) (usurarietà dei tassi) va rilevato che parte ricorrente deduce che l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) era del 10.5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27 marzo 1998, che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura dell’8.29%.

 

Tale tasso dovrebbe ritenersi usurario a norma della L. n. 108 del 1996, art. 1, comma 4, tanto più ove si consideri che fu richiesto per l’acquisto di un bene primario quale la casa di abitazione e che dovrebbe tenersi conto della prevista maggiorazione di 3 punti in caso di mora.

 

La censura sub b), nella parte in cui ripete l’assunto - già correttamente disatteso dalla Corte di merito - secondo cui la natura usuraria discenderebbe dalla finalità del mutuo, contratto per l’acquisto della propria casa, è infondata in quanto, ai sensi del nuovo testo dell’art. 644 c.p., comma 3, sono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge ovvero “gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

 

E, a tale scopo, non è sufficiente dedurre che il mutuo è stato stipulato per l’acquisto di un’abitazione.

 

La stessa censura (sub b), invece, è fondata in relazione al tasso usurario perchè dalla trascrizione dell’atto di appello risulta che parte ricorrente aveva specificamente censurato il calcolo del tasso pattuito in raffronto con il tasso soglia senza tenere conto della maggiorazione di tre punti a titolo di mora, laddove, invece, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile - senza necessità di specifica motivazione - l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”; Cass., n. 5324/2003).

 

3.3.- Sulla censura sub c) (relativa al mancato accoglimento di istanze istruttorie) va ricordato che “il provvedimento di cui all’art. 210 cod. proc. civ. è espressione di una facoltà discrezionale rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, che non è tenuto ad indicare le ragioni per le quali ritiene di avvalersi, o no, del relativo potere, il cui mancato esercizio non può, quindi, formare oggetto di ricorso per cassazione, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione” (Sez. 2, Sentenza n. 22196 del 29/10/2010). Peraltro, l’esibizione a norma dell’art. 210 c.p.c., non può essere ordinata allorchè l’istante avrebbe potuto di propria iniziativa acquisire la documentazione in questione (Sez. 1, Sentenza n. 149 del 10/01/2003), come nella concreta fattispecie.

 

Il ricorrente, poi, nulla deduce in ordine alla decisività di tale mezzo istruttorio, anche in considerazione di ciò, che la domanda era limitata alla rata richiesta con lettera del 6.11.2001 e il cui importo risulta determinato in Euro 20.052,48, in relazione alla quale soltanto erano state formulate le conclusioni in primo grado e in appello (”la non debenza dell’importo reclamato dalla banca”).

 

4.- Quanto al secondo motivo, la censura è infondata, posto che, pur trattandosi di questione (di diritto) rilevabile d’ufficio (nullità della convenzione di interessi usurari), gli elementi in fatto sui quali la questione era fondata e, dunque, l’indicazione del tasso applicato contenuta (soltanto) nella comparsa conclusionale non poteva che essere ritenuta tardiva, tenuto conto della necessità che i motivi di appello, ex art. 342 c.p.c., siano specifici e che con la comparsa conclusionale non possono essere dedotte nuove circostanze di fatto che non siano state già dedotte con l’atto di appello.

 

E’ vero, infatti, che la deduzione della nullità delle clausole che prevedono un tasso d’interesse usurario è rilevabile anche d’ufficio, non integrando gli estremi di un’eccezione in senso stretto, bensì una mera difesa, che può essere avanzata anche in appello, nonchè formulata in comparsa conclusionale, ma ciò a condizione che “sia fondata su elementi già acquisiti al giudizio” (Sez. 1, Sentenza n. 21080 del 28/10/2005).

 

5.- Infine, quanto alle difese della banca e alla reiterazione della questione di nullità dell’atto di citazione, va rilevato che non risulta impugnata con ricorso incidentale l’affermazione della sentenza della corte di merito (che la resistente ritiene erronea) circa la necessità di riproposizione della questione stessa con appello incidentale e la conseguente inammissibilità dell’eccezione.

 

Si che sul punto si è formato il giudicato interno.

 

Da ultimo, quanto all’asserita carenza di interesse ad agire dell’attrice in ordine alla proposta domanda di accertamento negativo, è appena il caso di evidenziare che l’interesse è sorto dalla richiesta rivolta dalla banca alla mutuataria. Richiesta che si assume relativa a somme non dovute, previa declaratoria di nullità della pattuizione di interessi che si assumono usurari.

 

6.- La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alla censura accolta (determinazione del tasso soglia comprensivo della maggiorazione per la mora) con rinvio alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione per nuovo esame e per il regolamento delle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il secondo motivo di ricorso, accoglie il primo nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e rinvia per nuovo esame e per il regolamento delle spese alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione.

 

 

Fossi in voi, ci darei un’occhiata…..

 


Le novità condominiali

Autore: Andrea Mandolesi
20 Dicembre 2012

Queste le novità in materia di condominio introdotte dalla legge del 11 dicembre 2012 n. 220.

Per fare l’amministratore è necessario essere in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado.

Niente registro (previsto dalla disciplina transitoria) ma restano alcuni requisiti necessari (godimento dei diritti civili, titolo di studio, formazione, assicurazione professionale).

La durata in carica dell’amministratore passa da uno a due anni.

La revoca dell’amministratore può essere deliberata in ogni tempo dall’assemblea, con la maggioranza prevista per la sua nomina oppure con le modalità previste dal regolamento di condominio.

Sono inoltre elencati nel dettaglio i casi in cui condomini, anche singolarmente, possono chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare eventuali violazioni e revocare il mandato all’amministratore (quale, ad esempio, la mancata apertura o la mancata utilizzazione del conto corrente condominiale).

Importantissima novità anche in relazione agli animali di compagnia.

Finalmente, infatti, non può essere vietato il possesso di animali domestici.

L’articolo 16 del disegno di legge stabilisce espressamente che “Le norme del regolamento non possono porre limiti alle destinazioni d’uso delle unità di proprietà esclusiva né vietare di possedere o detenere animali da compagnia”.

Anche l’amministratore del condominio dovrà essere assicurato.

L’amministratore, all’atto della nomina deve presentare ai condomini una polizza individuale di responsabilità civile per gli atti compiuti nell’esercizio del mandato i cui oneri sono posti a carico dei condomini.

Altra rilevante novità è quella che al comma 7 dell’articolo 1129, così come modificato dall’articolo 9 del disegno di legge, impone all’amministratore di far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio.

Ovviamente, ciascun condomino potrà accedervi per prendere visione e/o estrarre copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica.

Il nuovo articolo 1117-ter (introdotto dall’articolo 2 del disegno di legge) prevede che in caso di attività che incidano negativamente e in modo sostanziale sulle destinazioni d’uso delle parti comuni, l’amministratore o i condomini, anche singolarmente, possano diffidare l’esecutore e chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare la violazione, anche mediante azioni giudiziarie.

E’ prevista la possibilità per il singolo condomino di rinunciare all’utilizzo delle parti comuni, come l’impianto di riscaldamento e di condizionamento, qualora dalla sua rinuncia non derivino notevoli squilibri di funzionamento né aggravi di spesa per gli altri condomini.

Altra novità in materia digitale.

Su richiesta dell’assemblea l’amministratore è tenuto, infatti, ad attivare un sito internet del condominio ad accesso individuale protetto da una parola chiave, che consenta agli aventi diritto di consultare ed estrarre copia in formato digitale di atti e rendiconti mensili.

Le spese per l’attivazione e la gestione del sito internet sono ovviamente poste a carico dei condomini.

Il valore proporzionale di ciascuna unità immobiliare è espresso in millesimi in apposita tabella allegata al regolamento di condominio.

Tali valori possono essere rettificati o modificati, anche nell’interesse di un solo condomino, con la maggioranza prevista dall’articolo 1136, secondo comma, del codice civile, nei seguenti casi:

1) quando risulta che siano conseguenza di un errore;

2) quando, per le mutate condizioni di una parte dell’edificio, in conseguenza di sopraelevazione, di incremento di superfici o di incremento o diminuzione delle unità immobiliari, è alterato per più di un quinto il valore proporzionale dell’unità immobiliare anche di un solo condomino. In tal caso il relativo costo è sostenuto da chi ha dato luogo alla variazione.

Ai soli fini della revisione dei valori proporzionali espressi nella tabella millesimale allegata al regolamento di condominio ai sensi dell’articolo 68, può essere convenuto in giudizio unicamente il condominio in persona dell’amministratore. Questi è tenuto a darne senza indugio notizia all’assemblea dei condomini. L’amministratore che non adempie a quest’obbligo può essere revocato ed è tenuto al risarcimento degli eventuali danni.

Le deliberazioni concernenti l’installazione sulle parti comuni dell’edificio d’impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall’assemblea con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio.


Mediazione, sinistri e condominio

Autore: Andrea Mandolesi
30 Marzo 2012

Dal 20 marzo scorso, è diventato obbligatorio procedere alla mediazione anche nelle materie condominiali e, soprattutto, nelle responsabilità da circolazione stradale, la cui vigenza era stata posticipata di dodici mesi.

Non solo, quindi, non è stata prevista l’eliminazione del nuovo istituto, così tanto aspramente criticato dall’avvocatura tutta, ma il suo utilizzo è stato esteso anche ad altre materie.

Chissà, come si augurano i consumatori, se l’istituto in esame potrà realmente apportare quei benefici tanto sbandierati in termini di speditezza ed economia processuale.

I dati forniti dagli organi a ciò preposti sembrano dare ragione al nuovo istituto di mediazione. Dai predetti dati risulta che vi sarebbe l’adesione dell’invitato solo nel 30,62% dei casi. Ma il dato di assoluto rilievo è che, nei casi in cui il “chiamato” aderisce, il 52,58% delle mediazioni si concludono con un verbale di conciliazione.

Personalmente, nonostante le statistiche sembrerebbero dire il contrario, non sono tanto convinto della bontà della procedura di mediazione. Innanzitutto perché il compito di mediare spetta, in ogni caso ed a prescindere da qualsivoglia obbligo di legge, al legale.  Ogni avvocato ha prima di tutto l’obbligo di perseguire gli interessi del proprio assistito. E, per fare ciò, non può che tentare la via della risoluzione amichevole della insorgenda controversia.

L’altro principale motivo che mi fa dubitare sulla reale efficacia dell’istituto de quo è costituito dall’aspetto economico: infatti, attivare la procedura conciliativa non è gratuito. Il consumatore si trova nella condizione di dover sborsare denaro non più una volta sola ma due volte. Come dire, oltre il danno la beffa.

La ratio dell’istituto di mediazione è sicuramente apprezzabile ma ritengo che non si raggiunga lo scopo prefissato. O comunque, anche se parzialmente detto scopo fosse raggiunto, quelli che ne beneficerebbero non sarebbero forse le persone economicamente più deboli.

Ma questo, sia chiaro, è soltanto il mio modestissimo parere.

Ritornando al tema dell’intervento, anche le controversie in materia condominiale e di risarcimento del danno da circolazione stradale e dei natanti dovranno essere precedute dall’esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione.

Già dal marzo 2011 è entrato in vigore il regime dell’obbligatorietà del tentativo di mediazione per molte della materie indicate nell’articolo 5 D.Lgs. 28/2010, ovvero: diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto d’azienda, risarcimento del danno da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.

C’è stato, inoltre, un progressivo rafforzamento delle sanzioni per la mancata partecipazione si è giunti con la recente modifica all’articolo 8 Decreto Legislativo 28 del 2010 che ha introdotto una sanzione ulteriore per la mancata partecipazione senza giustificato motivo. Essa non rappresenterà più soltanto un argomento di prova ex art. 116 c.p.c. ma determinerà l’obbligo per la parte che non si presenta di corrispondere una sanzione pecuniaria pari al valore del contributo unificato dovuto per la causa.

Le controversie riguardanti la responsabilità per sinistri stradali, che saranno di certo numerosissime, potranno trovare un’efficace soluzione con la mediazione a condizione che le compagnie assicurative aderiscano alla procedura. Fino a questo momento, infatti, nei casi di chiamata quasi sempre le società assicurative hanno sempre rifiutato l’”invito” alla mediazione. Sarà certamente importante la preparazione e la disponibilità delle compagnie di assicurazione al negoziato, affinché la mediazione in RCA non si esaurisca in una sorta di liquidazione di secondo livello, dopo il tentativo di liquidazione stragiudiziale del sinistro.

Quanto alle controversie vertenti in materia di condominio, un primo problema potrà essere determinato dall’individuazione dell’ambito di applicazione della disciplina: la norma sembra riferirsi a qualunque controversia in cui sia interessato un edificio condominiale. Non solo. Altri problemi possono porsi circa i poteri dell’amministratore e circa i rapporti tra riservatezza, accordo e deliberazione assembleare di accettazione dell’accordo di conciliazione eventualmente raggiunto. La efficacia della mediazione in simili casi sarà ancora più complicata se si pensi all’alto numero di persone coinvolte nella conciliazione e al tasso di conflittualità che, di solito, è  connaturato in simili controversie.


Parcella e restituzione documenti

Autore: Andrea Mandolesi
3 Gennaio 2012

Anche se non sono state saldate le competenze del legale, il cliente ha diritto a vedersi restituita la documentazione di causa. In buona sostanza, il mancato pagamento delle spese legali non legittima l’avvocato a negare e/o condizionare i diritti del cliente o l’adempimento delle prestazioni professionali.

Questo è quanto sancito dalla recentissima sentenza in commento.

La sentenza del 17 novembre 2011, n. 24080, in materia di deontologia professionale, ha confermando la natura di illecito disciplinare per quell’avvocato che non consegni al cliente i documenti richiesti, anche nel caso in cui non abbia ricevuto il pagamento delle spese e delle competenze legali. Secondo gli ermellini, infatti, anche la formale messa a disposizione della documentazione non esclude la responsabilità disciplinare del professionista qualora, di fatto, ne venga impedita la materiale apprensione.

Nella sentenza in esame, dopo aver revocato il mandato al professionista, il cliente aveva presentato un esposto nei suoi confronti poiché, dopo la revoca della sua nomina, non si era adoperato affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni, agendo, invece, in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute.

A carico del legale veniva per l’effetto aperto un procedimento disciplinare per aver violato gli artt. 32, 42 e 43 Codice Deontologico Forense, nonché per la violazione degli artt. 5, 6, 7 e 8 c.d.f. in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al suo assistito, che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta, documenti necessari per l’attività di difesa.

Ha osservato il Consiglio Nazionale che risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione dell’assistito perché, in ogni caso, è certo che l’avvocato non potesse non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al cliente di procedere in forma esecutiva.

Di seguito il testo integrale della sentenza.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 8 - 17 novembre 2011, n. 24080 (Presidente Vittoria - Relatore Tirelli)

Svolgimento del processo

Con atto spedito in data 23/3/2011, l’avv. P.D. ha proposto ricorso contro la decisione in epigrafe indicata, inviatagli a mezzo posta il 21/2/2011 e ritirata il successivo 24/2/2011.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza non ha svolto attività difensiva e la controversia è stata decisa all’esito della pubblica udienza dell’8/11/2011.

Motivi della decisione

Dalla lettura della sentenza impugnata emerge in fatto che dopo avergli revocato ogni mandato, il sig. L.M. ha presentato un esposto nei confronti dell’avv. D.P., a carico del quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza ha poi aperto procedimento disciplinare per i seguenti capi d’incolpazione: 1) per avere violato gli artt. 33, 42 e 43 CDF perché, dopo la revoca della sua nomina a difensore avvenuta con racc. r.r. del 25 luglio 2006, ricevuta il 3 agosto 2006, non si adoperava affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni per l’assistito sig. M.L. ed anzi, agiva in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute ed in particolare: a) richiedendo in data 3 novembre 2006 (e cioè a revoca già avvenuta), due copie autentiche con formula esecutiva della sentenza n. 789/2006 dei Giudice di Pace di Monza, pronunciata nella causa M.L./Comune di Villasanta ed Esatri spa e non consegnandole né al cliente né al nuovo difensore precludendo e/o comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa la prosecuzione della difesa ed in particolare l’esecuzione del titolo in esame; b) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia delle fatture relative agli assegni fatti sulla Banca Popolare di Bergamo per l’importo rispettivamente di Euro 250,00, 1.000,00 e 1.400,00, precludendo in tal modo e comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa l’eventuale attività di recupero di detti importi e comunque non fornendo al cliente informazioni che è obbligato a fornire ex art. 42 co. II CDF; c) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia della documentazione inerente un sinistro trattato nell’interesse del sig. L..M. con la Fondiaria Ass.ni (e in particolare copia della quietanza che ha definito il sinistro), violando in tal modo il disposto di cui all’art. 42 CDF ed impedendo e/o comunque rendendo più difficoltosa l’attività di verifica inerente la posizione.

2) Per aver violato gli artt. 5, 6, 7 e 8 CDF in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al sig. L.M., suo assistito che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta a far tempo dal 25 luglio - 3 agosto 2006, i documenti di cui al capo 1)… E ciò nonostante esplicito impegno in tal senso assunto avanti alla Commissione Disciplinare dell’Ordine di Monza in data 26 marzo 2007″.

Citato a giudizio per l’udienza del 6 aprile 2009, l’avv. P. ha depositato memoria ed al termine del dibattimento il Consiglio dell’Ordine lo ha assolto da una parte degli addebiti, infliggendogli la sanzione della censura per la mancata consegna delle copie della sentenza del Giudice di pace. L’avv. P. si è gravato al Consiglio Nazionale Forense che, però, ha rigettato l’appello con decisione contro cui l’incolpato ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, con il primo dei quali ha dedotto violazione di legge ed incongruità della motivazione, in quanto il giudice a quo avrebbe dovuto riconoscere la insanabile contradditto-rietà della pronuncia del Consiglio dell’Ordine, che nel dispositivo aveva riferito la condanna ai capi le e 2, mentre nella motivazione l’aveva assolto da tali addebiti, ritenendolo responsabile di quelli di cui ai punti la e 2.

Con il secondo motivo, l’avv. P. ha sostenuto che il sig. M. non gli aveva corrisposto alcun compenso, per cui non poteva aver risentito nessun danno dalla mancata messa in esecuzione della sentenza del Giudice di pace, il quale si era limitato a condannare il Comune di Villasanta solo al rimborso di quelle spese legali che il M. non aveva, in realtà, mai pagato.

Con il terzo motivo, l’avv. P. ha nuovamente dedotto la violazione di legge e l’incongruenza della motivazione, sottolineando da un lato che la richiesta delle copie non aveva rappresentato un atto processuale o, in ogni caso, un’iniziativa arbitraria, bensì la semplice attuazione di una precisa volontà del M. e, dall’altro, che dal canto suo non era tenuto ad andare a consegnarle, ma soltanto a metterle a disposizione come, del resto, aveva puntualmente fatto senza frapporre alcun ostacolo al loro ritiro da parte dell’ex cliente che, anzi, aveva dovuto ad un certo punto citare addirittura in giudizio per costringerlo a prendere quanto, solo apparentemente, invocava.

Con il quarto motivo, l’avv. P. ha infine lamentato che pur avendo egli dedotto la inammissibilità della motivazione dal Consiglio dell’Ordine, che aveva giustificato l’applicazione della censura con l’esistenza di altri procedimenti disciplinari non ancora conclusi, il Consiglio Nazionale non aveva minimamente risposto, ma si era limitato a confermare la sanzione sulla base di argomentazioni diverse da quelle utilizzate dal Consiglio locale.

Così riassunte le difese del ricorrente, osserva il Collegio che secondo il Consiglio Nazionale Forense, l’inesatto richiamo dei capi d’incolpazione operato dal dispositivo della decisione del Consiglio dell’Ordine era stato il frutto di un mero errore materiale che aveva determinato una semplice discrepanza chiaramente percepibile e, perciò, incapace d’ingenerare ragionevoli dubbi sul contenuto e le ragioni della condanna dell’incolpato che, infatti, aveva impugnato in modo ampio ed articolato, mostrando così di non aver risentito alcun pregiudizio del suo diritto di difesa. Trattandosi di valutazione di merito non inficiata da vizi logici o giuridici né adeguatamente contestata dall’incolpato, che in violazione del principio di autosufficienza del ricorso non ha nemmeno riprodotto il testo del provvedimento del Consiglio dell’Ordine, il primo motivo del ricorso dev’essere di conseguenza rigettato.

Parimenti da rigettare è anche il secondo motivo, a proposito del quale è sufficiente sottolineare che l’inadempimento del M. agli obblighi su di lui gravanti nei rapporti interni con il proprio difensore, non poteva comportare il venir meno del suo interesse a disporre del titolo esecutivo per ottenere, nei rapporti esterni con il Comune, il pagamento delle somme da quest’ultimo dovute.

Quanto al terzo motivo, giova innanzitutto precisare che il Consiglio Nazionale non si è interrogato sulla natura, processuale o meno, della richiesta delle copie né ha sostenuto che l’avv. P. avrebbe dovuto spingersi a consegnarle anziché limitarsi a metterle a disposizione, ma si è attenuto alle risultanze istruttorie, ritenendo ampiamente dimostrato dalle raccomandate in atti, nonché dalle dichiarazioni del M. e del suo nuovo difensore, che ad un certo punto della vicenda l’incolpato aveva cominciato a porre in essere una condotta finalizzata ad ostacolare il suo ex cliente. In un quadro del genere, ha osservato il Consiglio Nazionale, risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione del M., perché anche a prescindere dal fatto che la presentazione dell’istanza era avvenuta tre mesi dopo la revoca del mandato e, cioè, quando l’ex dente aveva già più volte domandato la restituzione della documentazione, quello che in realtà contava era che l’avv. P. non poteva non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al M. di procedere in forma esecutiva.

Malgrado tale consapevolezza, l’avv. P. si era però “univocamente mosso nella direzione di evitare la consegna delle copie della sentenza, ed” era “questo l’atteggiamento sostanziale che” andava iscritto a suo carico, “nessun rilievo potendosi dare a declaratorie di disponibilità” cui, al di là delle forme, erano “puntualmente seguiti atteggiamenti di segno” esattamente contrario.

In considerazione di quanto sopra, il Consiglio Nazionale ha quindi concluso per la sussistenza della responsabilità disciplinare dell’avv. P., esprimendo in tal modo un giudizio che non può essere sindacato in questa sede perché basato su di una ricostruzione dell’accaduto immune da errori logici o giuridici.

Pure il terzo motivo del ricorso dev’essere, pertanto, rigettato al pari, d’altronde, del quarto, in relazione al quale sembra sufficiente rilevare che a fronte di una motivazione incongrua del Consiglio dell’Ordine, il CNF non era certo vincolato a darne atto e ad annullare di conseguenza la sanzione della censura, in quanto essendo anche lui giudice del merito (C. Cass. n. 8429 del 2004 e 15972 del 2009), ben poteva legittimamente confermarla sulla base di considerazioni diverse che, nel caso di specie, sono state ragionevolmente indicate nella “rilevanza del comportamento illecito” e nel mancato compimento di “alcun atto emendativo” da parte dell’incolpato.

Nulla per le spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza e la natura di parte in senso solo formale del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.


La mediazione civile

Autore: Andrea Mandolesi
23 Marzo 2011

 

Come noto agli addetti ai lavori, il 21 marzo 2011 è diventata obbligatoria la mediazione civile e commerciale approvata con il decreto legislativo del 4 marzo 2010, n. 28 (Gazzetta Ufficiale 5 marzo 2010, n. 53), in attuazione della riforma del processo civile.

 

La mediazione consiste in quell’attività svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia (cosiddetta  mediazione compositiva), sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della controversia (cosiddetta mediazione propositiva). Si tratta, in buona sostanza, di uno strumento che il Governo ha pensato di introdurre con lo scopo primario di giungere alla conciliazione ed evitare così le lungaggini delle aule dei tribunali.

 

Ma vediamo più nel dettaglio quali saranno le modalità di accesso a questo tanto discusso nuovo istituto.

 

Innanzitutto, è bene ricordare, che chiunque può accedere alla mediazione, sempre che si tratti, ovviamente, di diritti disponibili.

 

Non essendo previste forme particolari di presentazione delle domande di conciliazione (quindi anche telefax e posta certificata), sarà possibile trasmettere l’istanza all’organismo competente (poi vedremo quali siano), rispettando alcune semplici formalità.

 

Sarà sufficiente indicare l’organismo, le parti, l’oggetto e le ragioni della pretesa.

 

Tra l’altro, tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni altra spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura, ex art. 17.

 

Tuttavia, va evidenziato che vi è un obbligo ben preciso per l’avvocato, che dovrà informare l’assistito in modo chiaro e per iscritto, nel corso del primo colloquio, circa la possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione; il documento così formato e sottoscritto dal cliente dovrà essere allegato all’atto introduttivo nell’eventuale giudizio; qualora, invece, il Giudice rilevi la mancata allegazione del documento all’atto introduttivo del giudizio, informa la parte della facoltà di chiedere la mediazione.

 

La mediazione, così come prevista dal decreto legislativo “mille proroghe”, potrà quindi essere facoltativa, quando viene liberamente scelta dalle parti; obbligatoria quando è imposta dalla legge a pena di improcedibilità (da eccepire nel primo atto difensivo dal convenuto, oppure dal giudice non oltre la prima udienza), nei casi di controversie relative a:

 

condominio;

diritti reali;

divisione;

successioni ereditarie;

patti di famiglia;

locazione;

comodato;

affitto di azienda;

risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti;

risarcimento del danno derivante da responsabilità medica;

risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità;

contratti assicurativi, bancari e finanziari (all’uopo si precisa che in materia di risarcimento del danno da circolazione da veicoli e natanti e nelle materie condominiali l’entrata in vigore dell’obbligatorietà della mediazione sarà il 20.03.2012);

 

potrà, infine, essere giudiziale, quando è lo stesso giudice ad invitare le parte ad intraprendere un percorso di mediazione (detto invito potrà essere fatto in qualunque momento, purchè prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non fosse prevista, prima della discussione della causa).

 

Sono invece esclusi dal procedimento di mediazione, che ricordiamo non potrà avere una durata superiore ai 4 mesi:

tutti i procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione;

i procedimenti per convalida di licenza o sfratto, fino al mutamento di rito di cui all’art. 667 c.p.c.;

i procedimenti possessori, fino alla pronuncia dei provvedimenti di cui all’art. 703 c.p.c., comma 3, c.p.c.;

i procedimenti di opposizione o incidentali di cognizione, relativi all’esecuzione forzata;

i procedimenti in camera di consiglio;

l’azione civile esercitata nel processo penale.

 

Infine, come anticipato, si ricorda che gli organismi deputati alla mediazione saranno enti pubblici o privati, che diano garanzia di serietà ed efficienza, iscritti in un apposito registro. Gli stessi consigli dell’ordine degli avvocati, ma anche di altri ordini professionali, potranno istituire organismi di mediazione, nelle materie di loro competenza, avvalendosi del proprio personale e dei propri locali. Non solo, sarà istituito presso il Ministero della Giustizia un vero e proprio albo dei formatori per la mediazione.

 

Questo il testo integrale del provvedimento:

 

Capo I

DISPOSIZIONI GENERALI



Art. 1

Definizioni

1. Ai fini del presente decreto legislativo, si intende per: a) mediazione: l’attivita’, comunque denominata, svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o piu’ soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa; b) mediatore: la persona o le persone fisiche che, individualmente o collegialmente, svolgono la mediazione rimanendo prive, in ogni caso, del potere di rendere giudizi o decisioni vincolanti per i destinatari del servizio medesimo; c) conciliazione: la composizione di una controversia a seguito dello svolgimento della mediazione; d) organismo: l’ente pubblico o privato, presso il quale puo’ svolgersi il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto; e) registro: il registro degli organismi istituito con decreto del Ministro della giustizia ai sensi dell’articolo 16 del presente decreto, nonche’, sino all’emanazione di tale decreto, il registro degli organismi istituito con il decreto del Ministro della giustizia 23 luglio 2004, n. 222.

 

Art. 2

Controversie oggetto di mediazione

1. Chiunque puo’ accedere alla mediazione per la conciliazione di una controversia civile e commerciale vertente su diritti disponibili, secondo le disposizioni del presente decreto.

2. Il presente decreto non preclude le negoziazioni volontarie e paritetiche relative alle controversie civili e commerciali, ne’ le procedure di reclamo previste dalle carte dei servizi.

 

Capo II

DEL PROCEDIMENTO DI MEDIAZIONE



Art. 3

Disciplina applicabile e forma degli atti

1. Al procedimento di mediazione si applica il regolamento dell’organismo scelto dalle parti.

2. Il regolamento deve in ogni caso garantire la riservatezza del procedimento ai sensi dell’articolo 9, nonche’ modalita’ di nomina del mediatore che ne assicurano l’imparzialita’ e l’idoneita’ al corretto e sollecito espletamento dell’incarico.

3. Gli atti del procedimento di mediazione non sono soggetti a formalita’.

4. La mediazione puo’ svolgersi secondo modalita’ telematiche previste dal regolamento dell’organismo.

 

Capo II

DEL PROCEDIMENTO DI MEDIAZIONE

Art. 4

Accesso alla mediazione

1. La domanda di mediazione relativa alle controversie di cui all’articolo 2 e’ presentata mediante deposito di un’istanza presso un organismo. In caso di piu’ domande relative alla stessa controversia, la mediazione si svolge davanti all’organismo presso il quale e’ stata presentata la prima domanda. Per determinare il tempo della domanda si ha riguardo alla data della ricezione della comunicazione.

2. L’istanza deve indicare l’organismo, le parti, l’oggetto e le ragioni della pretesa.

3. All’atto del conferimento dell’incarico, l’avvocato e’ tenuto a informare l’assistito della possibilita’ di avvalersi del procedimento di mediazione disciplinato dal presente decreto e delle agevolazioni fiscali di cui agli articoli 17 e 20. L’avvocato informa altresi’ l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione e’ condizione di procedibilita’ della domanda giudiziale. L’informazione deve essere fornita chiaramente e per iscritto. In caso di violazione degli obblighi di informazione, il contratto tra l’avvocato e l’assistito e’ annullabile. Il documento che contiene l’informazione e’ sottoscritto dall’assistito e deve essere allegato all’atto introduttivo dell’eventuale giudizio. Il giudice che verifica la mancata allegazione del documento, se non provvede ai sensi dell’articolo 5, comma 1, informa la parte della facolta’ di chiedere la mediazione.

 

Art. 5



Condizione di procedibilita’ e rapporti con il processo

1. Chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa ad una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilita’ medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicita’, contratti assicurativi, bancari e finanziari, e’ tenuto preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto ovvero il procedimento di conciliazione previsto dal decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179, ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’articolo 128-bis del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni, per le materie ivi regolate. L’esperimento del procedimento di mediazione e’ condizione di procedibilita’ della domanda giudiziale. L’improcedibilita’ deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza. Il giudice ove rilevi che la mediazione e’ gia’ iniziata, ma non si e’ conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6. Allo stesso modo provvede quando la mediazione non e’ stata esperita, assegnando contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione. Il presente comma non si applica alle azioni previste dagli articoli 37, 140 e 140-bis del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni.

2. Fermo quanto previsto dal comma 1 e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, puo’ invitare le stesse a procedere alla mediazione. L’invito deve essere rivolto alle parti prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non e’ prevista, prima della discussione della causa. Se le parti aderiscono all’invito, il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6 e, quando la mediazione non e’ gia’ stata avviata, assegna contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione.

3. Lo svolgimento della mediazione non preclude in ogni caso la concessione dei provvedimenti urgenti e cautelari, ne’ la trascrizione della domanda giudiziale.

4. I commi 1 e 2 non si applicano: a) nei procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione; b) nei procedimenti per convalida di licenza o sfratto, fino al mutamento del rito di cui all’articolo 667 del codice di procedura civile; c) nei procedimenti possessori, fino alla pronuncia dei provvedimenti di cui all’articolo 703, terzo comma, del codice di procedura civile; d) nei procedimenti di opposizione o incidentali di cognizione relativi all’esecuzione forzata; e) nei procedimenti in camera di consiglio; f) nell’azione civile esercitata nel processo penale.

5. Fermo quanto previsto dal comma 1 e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, se il contratto, lo statuto ovvero l’atto costitutivo dell’ente prevedono una clausola di mediazione o conciliazione e il tentativo non risulta esperito, il giudice o l’arbitro, su eccezione di parte, proposta nella prima difesa, assegna alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione e fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6. Allo stesso modo il giudice o l’arbitro fissa la successiva udienza quando la mediazione o il tentativo di conciliazione sono iniziati, ma non conclusi. La domanda e’ presentata davanti all’organismo indicato dalla clausola, se iscritto nel registro, ovvero, in mancanza, davanti ad un altro organismo iscritto, fermo il rispetto del criterio di cui all’articolo 4, comma 1. In ogni caso, le parti possono concordare, successivamente al contratto o allo statuto o all’atto costitutivo, l’individuazione di un diverso organismo iscritto.

6. Dal momento della comunicazione alle altre parti, la domanda di mediazione produce sulla prescrizione gli effetti della domanda giudiziale. Dalla stessa data, la domanda di mediazione impedisce altresi’ la decadenza per una sola volta, ma se il tentativo fallisce la domanda giudiziale deve essere proposta entro il medesimo termine di decadenza, decorrente dal deposito del verbale di cui all’articolo 11 presso la segreteria dell’organismo.

 

Art. 6



Durata

1. Il procedimento di mediazione ha una durata non superiore a quattro mesi.

2. Il termine di cui al comma 1 decorre dalla data di deposito della domanda di mediazione, ovvero dalla scadenza di quello fissato dal giudice per il deposito della stessa e, anche nei casi in cui il giudice dispone il rinvio della causa ai sensi del quarto o del quinto periodo del comma 1 dell’articolo 5, non e’ soggetto a sospensione feriale.

 

Art. 7



Effetti sulla ragionevole durata del processo

1. Il periodo di cui all’articolo 6 e il periodo del rinvio disposto dal giudice ai sensi dell’articolo 5, comma 1, non si computano ai fini di cui all’articolo 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89.

 

Art. 8



Procedimento

1. All’atto della presentazione della domanda di mediazione, il responsabile dell’organismo designa un mediatore e fissa il primo incontro tra le parti non oltre quindici giorni dal deposito della domanda. La domanda e la data del primo incontro sono comunicate all’altra parte con ogni mezzo idoneo ad assicurarne la ricezione, anche a cura della parte istante. Nelle controversie che richiedono specifiche competenze tecniche, l’organismo puo’ nominare uno o piu’ mediatori ausiliari.

2. Il procedimento si svolge senza formalita’ presso la sede dell’organismo di mediazione o nel luogo indicato dal regolamento di procedura dell’organismo.

3. Il mediatore si adopera affinche’ le parti raggiungano un accordo amichevole di definizione della controversia.

4. Quando non puo’ procedere ai sensi del comma 1, ultimo periodo, il mediatore puo’ avvalersi di esperti iscritti negli albi dei consulenti presso i tribunali. Il regolamento di procedura dell’organismo deve prevedere le modalita’ di calcolo e liquidazione dei compensi spettanti agli esperti.

5. Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice puo’ desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile.

 

Art. 9



Dovere di riservatezza

1. Chiunque presta la propria opera o il proprio servizio nell’organismo o comunque nell’ambito del procedimento di mediazione e’ tenuto all’obbligo di riservatezza rispetto alle dichiarazioni rese e alle informazioni acquisite durante il procedimento medesimo.

2. Rispetto alle dichiarazioni rese e alle informazioni acquisite nel corso delle sessioni separate e salvo consenso della parte dichiarante o dalla quale provengono le informazioni, il mediatore e’ altresi’ tenuto alla riservatezza nei confronti delle altre parti.

 

Art. 10



Inutilizzabilita’ e segreto professionale

1. Le dichiarazioni rese o le informazioni acquisite nel corso del procedimento di mediazione non possono essere utilizzate nel giudizio avente il medesimo oggetto anche parziale, iniziato, riassunto o proseguito dopo l’insuccesso della mediazione, salvo consenso della parte dichiarante o dalla quale provengono le informazioni. Sul contenuto delle stesse dichiarazioni e informazioni non e’ ammessa prova testimoniale e non puo’ essere deferito giuramento decisorio.

2. Il mediatore non puo’ essere tenuto a deporre sul contenuto delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel procedimento di mediazione, ne’ davanti all’autorita’ giudiziaria ne’ davanti ad altra autorita’. Al mediatore si applicano le disposizioni dell’articolo 200 del codice di procedura penale e si estendono le garanzie previste per il difensore dalle disposizioni dell’articolo 103 del codice di procedura penale in quanto applicabili.

 

Art. 11



Conciliazione

1. Se e’ raggiunto un accordo amichevole, il mediatore forma processo verbale al quale e’ allegato il testo dell’accordo medesimo. Quando l’accordo non e’ raggiunto, il mediatore puo’ formulare una proposta di conciliazione. In ogni caso, il mediatore formula una proposta di conciliazione se le parti gliene fanno concorde richiesta in qualunque momento del procedimento. Prima della formulazione della proposta, il mediatore informa le parti delle possibili conseguenze di cui all’articolo 13.

2. La proposta di conciliazione e’ comunicata alle parti per iscritto. Le parti fanno pervenire al mediatore, per iscritto ed entro sette giorni, l’accettazione o il rifiuto della proposta. In mancanza di risposta nel termine, la proposta si ha per rifiutata. Salvo diverso accordo delle parti, la proposta non puo’ contenere alcun riferimento alle dichiarazioni rese o alle informazioni acquisite nel corso del procedimento.

3. Se e’ raggiunto l’accordo amichevole di cui al comma 1 ovvero se tutte le parti aderiscono alla proposta del mediatore, si forma processo verbale che deve essere sottoscritto dalle parti e dal mediatore, il quale certifica l’autografia della sottoscrizione delle parti o la loro impossibilita’ di sottoscrivere. Se con l’accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall’articolo 2643 del codice civile, per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a cio’ autorizzato. L’accordo raggiunto, anche a seguito della proposta, puo’ prevedere il pagamento di una somma di denaro per ogni violazione o inosservanza degli obblighi stabiliti ovvero per il ritardo nel loro adempimento.

4. Se la conciliazione non riesce, il mediatore forma processo verbale con l’indicazione della proposta; il verbale e’ sottoscritto dalle parti e dal mediatore, il quale certifica l’autografia della sottoscrizione delle parti o la loro impossibilita’ di sottoscrivere. Nello stesso verbale, il mediatore da’ atto della mancata partecipazione di una delle parti al procedimento di mediazione.

5. Il processo verbale e’ depositato presso la segreteria dell’organismo e di esso e’ rilasciata copia alle parti che lo richiedono.

 

Art. 12



Efficacia esecutiva ed esecuzione

1. Il verbale di accordo, il cui contenuto non e’ contrario all’ordine pubblico o a norme imperative, e’ omologato, su istanza di parte e previo accertamento anche della regolarita’ formale, con decreto del presidente del tribunale nel cui circondario ha sede l’organismo. Nelle controversie transfrontaliere di cui all’articolo 2 della direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, il verbale e’ omologato dal presidente del tribunale nel cui circondario l’accordo deve avere esecuzione.

2. Il verbale di cui al comma 1 costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione in forma specifica e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.

 

Art. 13



Spese processuali

1. Quando il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice esclude la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice che ha rifiutato la proposta, riferibili al periodo successivo alla formulazione della stessa, e la condanna al rimborso delle spese sostenute dalla parte soccombente relative allo stesso periodo, nonche’ al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di un’ulteriore somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto. Resta ferma l’applicabilita’ degli articoli 92 e 96 del codice di procedura civile. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano altresi’ alle spese per l’indennita’ corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all’esperto di cui all’articolo 8, comma 4.

2. Quando il provvedimento che definisce il giudizio non corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice, se ricorrono gravi ed eccezionali ragioni, puo’ nondimeno escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice per l’indennita’ corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all’esperto di cui all’articolo 8, comma

3. Il giudice deve indicare esplicitamente, nella motivazione, le ragioni del provvedimento sulle spese di cui al periodo precedente.

4. Salvo diverso accordo le disposizioni precedenti non si applicano ai procedimenti davanti agli arbitri.

 

Art. 14



Obblighi del mediatore

1. Al mediatore e ai suoi ausiliari e’ fatto divieto di assumere diritti o obblighi connessi, direttamente o indirettamente, con gli affari trattati, fatta eccezione per quelli strettamente inerenti alla prestazione dell’opera o del servizio; e’ fatto loro divieto di percepire compensi direttamente dalle parti.

2. Al mediatore e’ fatto, altresi’, obbligo di: a) sottoscrivere, per ciascun affare per il quale e’ designato, una dichiarazione di imparzialita’ secondo le formule previste dal regolamento di procedura applicabile, nonche’ gli ulteriori impegni eventualmente previsti dal medesimo regolamento; b) informare immediatamente l’organismo e le parti delle ragioni di possibile pregiudizio all’imparzialita’ nello svolgimento della mediazione; c) formulare le proposte di conciliazione nel rispetto del limite dell’ordine pubblico e delle norme imperative; d) corrispondere immediatamente a ogni richiesta organizzativa del responsabile dell’organismo.

3. Su istanza di parte, il responsabile dell’organismo provvede alla eventuale sostituzione del mediatore. Il regolamento individua la diversa competenza a decidere sull’istanza, quando la mediazione e’ svolta dal responsabile dell’organismo.

 

Art. 15



Mediazione nell’azione di classe

1. Quando e’ esercitata l’azione di classe prevista dall’articolo 140-bis del codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni, la conciliazione, intervenuta dopo la scadenza del termine per l’adesione, ha effetto anche nei confronti degli aderenti che vi abbiano espressamente consentito.

 

Capo III

ORGANISMI DI MEDIAZIONE



Art. 16



Organismi di mediazione e registro. Elenco dei formatori

1. Gli enti pubblici o privati, che diano garanzie di serieta’ ed efficienza, sono abilitati a costituire organismi deputati, su istanza della parte interessata, a gestire il procedimento di mediazione nelle materie di cui all’articolo 2 del presente decreto. Gli organismi devono essere iscritti nel registro.

2. La formazione del registro e la sua revisione, l’iscrizione, la sospensione e la cancellazione degli iscritti, l’istituzione di separate sezioni del registro per la trattazione degli affari che richiedono specifiche competenze anche in materia di consumo e internazionali, nonche’ la determinazione delle indennita’ spettanti agli organismi sono disciplinati con appositi decreti del Ministro della giustizia, di concerto, relativamente alla materia del consumo, con il Ministro dello sviluppo economico. Fino all’adozione di tali decreti si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dei decreti del Ministro della giustizia 23 luglio 2004, n. 222 e 23 luglio 2004, n. 223. A tali disposizioni si conformano, sino alla medesima data, gli organismi di composizione extragiudiziale previsti dall’articolo 141 del codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni.

3. L’organismo, unitamente alla domanda di iscrizione nel registro, deposita presso il Ministero della giustizia il proprio regolamento di procedura e il codice etico, comunicando ogni successiva variazione. Nel regolamento devono essere previste, fermo quanto stabilito dal presente decreto, le procedure telematiche eventualmente utilizzate dall’organismo, in modo da garantire la sicurezza delle comunicazioni e il rispetto della riservatezza dei dati. Al regolamento devono essere allegate le tabelle delle indennita’ spettanti agli organismi costituiti da enti privati, proposte per l’approvazione a norma dell’articolo 17. Ai fini dell’iscrizione nel registro il Ministero della giustizia valuta l’idoneita’ del regolamento.

4. La vigilanza sul registro e’ esercitata dal Ministero della giustizia e, con riferimento alla sezione per la trattazione degli affari in materia di consumo di cui al comma 2, anche dal Ministero dello sviluppo economico.

5. Presso il Ministero della giustizia e’ istituito, con decreto ministeriale, l’elenco dei formatori per la mediazione. Il decreto stabilisce i criteri per l’iscrizione, la sospensione e la cancellazione degli iscritti, nonche’ per lo svolgimento dell’attivita’ di formazione, in modo da garantire elevati livelli di formazione dei mediatori. Con lo stesso decreto, e’ stabilita la data a decorrere dalla quale la partecipazione all’attivita’ di formazione di cui al presente comma costituisce per il mediatore requisito di qualificazione professionale.

6. L’istituzione e la tenuta del registro e dell’elenco dei formatori avvengono nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali gia’ esistenti, e disponibili a legislazione vigente, presso il Ministero della giustizia e il Ministero dello sviluppo economico, per la parte di rispettiva competenza, e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato.

 

Art. 17



Risorse, regime tributario e indennita’

1. In attuazione dell’articolo 60, comma 3, lettera o), della legge 18 giugno 2009, n. 69, le agevolazioni fiscali previste dal presente articolo, commi 2 e 3, e dall’articolo 20, rientrano tra le finalita’ del Ministero della giustizia finanziabili con la parte delle risorse affluite al «Fondo Unico Giustizia» attribuite al predetto Ministero, ai sensi del comma 7 dell’articolo 2, lettera b), del decreto-legge 16 settembre 2008, n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 novembre 2008, n. 181, e dei commi 3 e 4 dell’articolo 7 del decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 30 luglio 2009, n. 127.

2. Tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura.

3. Il verbale di accordo e’ esente dall’imposta di registro entro il limite di valore di 50.000 euro, altrimenti l’imposta e’ dovuta per la parte eccedente.

4. Con il decreto di cui all’articolo 16, comma 2, sono determinati:
a) l’ammontare minimo e massimo delle indennita’ spettanti agli organismi pubblici, il criterio di calcolo e le modalita’ di ripartizione tra le parti;
b) i criteri per l’approvazione delle tabelle delle indennita’ proposte dagli organismi costituiti da enti privati; c) le maggiorazioni massime delle indennita’ dovute, non superiori al venticinque per cento, nell’ipotesi di successo della mediazione; d) le riduzioni minime delle indennita’ dovute nelle ipotesi in cui la mediazione e’ condizione di procedibilita’ ai sensi dell’articolo 5, comma 1.

5. Quando la mediazione e’ condizione di procedibilita’ della domanda ai sensi dell’articolo 5, comma 1, all’organismo non e’ dovuta alcuna indennita’ dalla parte che si trova nelle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ai sensi dell’articolo 76 (L) del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 30 maggio 2002, n. 115. A tale fine la parte e’ tenuta a depositare presso l’organismo apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorieta’, la cui sottoscrizione puo’ essere autenticata dal medesimo mediatore, nonche’ a produrre, a pena di inammissibilita’, se l’organismo lo richiede, la documentazione necessaria a comprovare la veridicita’ di quanto dichiarato.

6. Il Ministero della giustizia provvede, nell’ambito delle proprie attivita’ istituzionali, al monitoraggio delle mediazioni concernenti i soggetti esonerati dal pagamento dell’indennita’ di mediazione. Dei risultati di tale monitoraggio si tiene conto per la determinazione, con il decreto di cui all’articolo 16, comma 2, delle indennita’ spettanti agli organismi pubblici, in modo da coprire anche il costo dell’attivita’ prestata a favore dei soggetti aventi diritto all’esonero.

7. L’ammontare dell’indennita’ puo’ essere rideterminato ogni tre anni in relazione alla variazione, accertata dall’Istituto Nazionale di Statistica, dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, verificatasi nel triennio precedente.

8. Alla copertura degli oneri derivanti dalle disposizioni dei commi 2 e 3, valutati in 5,9 milioni di euro per l’anno 2010 e 7,018 milioni di euro a decorrere dall’anno 2011, si provvede mediante corrispondente riduzione della quota delle risorse del «Fondo unico giustizia» di cui all’articolo 2, comma 7, lettera b) del decreto-legge 16 settembre 2008, n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 novembre 2008, n. 181, che, a tale fine, resta acquisita all’entrata del bilancio dello Stato.

9. Il Ministro dell’economia e delle finanze provvede al monitoraggio degli oneri di cui ai commi 2 e 3 ed in caso si verifichino scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 8, resta acquisito all’entrata l’ulteriore importo necessario a garantire la copertura finanziaria del maggiore onere a valere sulla stessa quota del Fondo unico giustizia di cui al comma 8.

 

Art. 18



Organismi presso i tribunali

1. I consigli degli ordini degli avvocati possono istituire organismi presso ciascun tribunale, avvalendosi di proprio personale e utilizzando i locali loro messi a disposizione dal presidente del tribunale. Gli organismi presso i tribunali sono iscritti al registro a semplice domanda, nel rispetto dei criteri stabiliti dai decreti di cui all’articolo 16.

 

Art. 19



Organismi presso i consigli degli ordini professionali e presso le camere di commercio

1. I consigli degli ordini professionali possono istituire, per le materie riservate alla loro competenza, previa autorizzazione del Ministero della giustizia, organismi speciali, avvalendosi di proprio personale e utilizzando locali nella propria disponibilita’.

2. Gli organismi di cui al comma 1 e gli organismi istituiti ai sensi dell’articolo 2, comma 4, della legge 29 dicembre 1993, n. 580, dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura sono iscritti al registro a semplice domanda, nel rispetto dei criteri stabiliti dai decreti di cui all’articolo 16.

 

Capo IV

DISPOSIZIONI IN MATERIA FISCALE E INFORMATIVA



Art. 20



Credito d’imposta

1. Alle parti che corrispondono l’indennita’ ai soggetti abilitati a svolgere il procedimento di mediazione presso gli organismi e’ riconosciuto, in caso di successo della mediazione, un credito d’imposta commisurato all’indennita’ stessa, fino a concorrenza di euro cinquecento, determinato secondo quanto disposto dai commi 2 e 3. In caso di insuccesso della mediazione, il credito d’imposta e’ ridotto della meta’.

2. A decorrere dall’anno 2011, con decreto del Ministro della giustizia, entro il 30 aprile di ciascun anno, e’ determinato l’ammontare delle risorse a valere sulla quota del «Fondo unico giustizia» di cui all’articolo 2, comma 7, lettera b), del decreto-legge 16 settembre 2008, n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 novembre 2008, n. 181, destinato alla copertura delle minori entrate derivanti dalla concessione del credito d’imposta di cui al comma 1 relativo alle mediazioni concluse nell’anno precedente. Con il medesimo decreto e’ individuato il credito d’imposta effettivamente spettante in relazione all’importo di ciascuna mediazione in misura proporzionale alle risorse stanziate e, comunque, nei limiti dell’importo indicato al comma 1.

3. Il Ministero della giustizia comunica all’interessato l’importo del credito d’imposta spettante entro 30 giorni dal termine indicato al comma 2 per la sua determinazione e trasmette, in via telematica, all’Agenzia delle entrate l’elenco dei beneficiari e i relativi importi a ciascuno comunicati.

4. Il credito d’imposta deve essere indicato, a pena di decadenza, nella dichiarazione dei redditi ed e’ utilizzabile a decorrere dalla data di ricevimento della comunicazione di cui al comma 3, in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, nonche’, da parte delle persone fisiche non titolari di redditi d’impresa o di lavoro autonomo, in diminuzione delle imposte sui redditi. Il credito d’imposta non da’ luogo a rimborso e non concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi, ne’ del valore della produzione netta ai fini dell’imposta regionale sulle attivita’ produttive e non rileva ai fini del rapporto di cui agli articoli 61 e 109, comma 5, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

5. Ai fini della copertura finanziaria delle minori entrate derivanti dal presente articolo il Ministero della giustizia provvede annualmente al versamento dell’importo corrispondente all’ammontare delle risorse destinate ai crediti d’imposta sulla contabilita’ speciale n. 1778 «Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio».

 

Art. 21


Informazioni al pubblico

1. Il Ministero della giustizia cura, attraverso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri e con i fondi previsti dalla legge 7 giugno 2000, n. 150, la divulgazione al pubblico attraverso apposite campagne pubblicitarie, in particolare via internet, di informazioni sul procedimento di mediazione e sugli organismi abilitati a svolgerlo.

 

Capo V

ABROGAZIONI, COORDINAMENTI E DISPOSIZIONI TRANSITORIE

Art. 22

Obblighi di segnalazione per la prevenzione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo

1. All’articolo 10, comma 2, lettera e), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, dopo il numero 5) e’ aggiunto il seguente:
«5-bis) mediazione, ai sensi dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69;».

 

Art. 23



Abrogazioni

1. Sono abrogati gli articoli da 38 a 40 del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5, e i rinvii operati dalla legge a tali articoli si intendono riferiti alle corrispondenti disposizioni del presente decreto.

2. Restano ferme le disposizioni che prevedono i procedimenti obbligatori di conciliazione e mediazione, comunque denominati, nonche’ le disposizioni concernenti i procedimenti di conciliazione relativi alle controversie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile. I procedimenti di cui al periodo precedente sono esperiti in luogo di quelli previsti dal presente decreto.

 

Art. 24



Disposizioni transitorie e finali

1. Le disposizioni di cui all’articolo 5, comma 1, acquistano efficacia decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto e si applicano ai processi successivamente iniziati. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addi’ 4 marzo 2010.

NAPOLITANO

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Alfano, Ministro della giustizia
Visto, il Guardasigilli: Alfano


Arbitrato rituale e irrituale

Autore: Andrea Mandolesi
31 Gennaio 2011

Come noto, accanto alla procedura ordinaria rappresentata dal ricorso all’autorità giudiziaria le parti possono scegliere di demandare la risoluzione di determinate controversie alla decisione di uno o più arbitri, attivando un giudizio privato. Un procedimento decisamente più veloce di quello ordinario.

 

Nella prassi, esistono principalmente due forme di giudizio arbitrale: quella rituale ed irrituale.

 

A fianco dell’arbitrato disciplinato dal codice di rito si è venuta, infatti, sviluppando un’altra forma di definizione delle controversie, elaborata dalla dottrina e dalla pratica, ammessa dalla giurisprudenza e che è stato denominato arbitrato improprio, irrituale o libero.

 

Secondo autorevoli opinioni dottrinarie, arbitrato rituale e irrituale sarebbero espressioni di un unico fenomeno negoziale, alternativo al ricorso al giudice ordinario e si differenzierebbero tra di essi solamente in quanto attraverso l’arbitrato rituale le parti intendono ottenere effetti esecutivi e attraverso quello irrituale esse intendono ottenere effetti solo negoziali e non un lodo ma un contratto.

 

Ad ogni buon conto, secondo quello che viene considerato l’insegnamento tradizionale, l’arbitrato rituale ricorre quando le parti di una controversia demandano agli arbitri/o l’esercizio di una giurisdizione, concorrente con quella ordinaria, per la risoluzione della lite; si ha, invece, un arbitrato irrituale (o libero) quando agli arbitri/o è conferita la risoluzione di un rapporto controverso mediante una dichiarazione di volontà che viene imputata alle stesse parti del rapporto.

 

Nella prima ipotesi, l’arbitrato è espressamente disciplinato dal Codice di procedura civile; nella seconda, invece, l’arbitrato non pare trovare un’esplicita regolamentazione legislativa e si concretizza nell’accordo con il quale al terzo viene affidato il compito di risolvere la controversia con una dichiarazione sostanzialmente transattiva o accertativa dei diritti e degli obblighi delle parti, a seconda del contenuto dell’incarico.

 

Ciò posto, la qualificazione in termini di ritualità o irritualità dell’arbitrato non può prescindere da un’attenta analisi della clausola compromissoria così come formulata dalle parti. Deve ricordarsi tuttavia che - sulla scorta dell’orientamento giurisprudenziale dominante (secondo l’indirizzo costante della Cassazione, cfr. per tutte, Cass., Sez. III civ., 12 novembre 1994, n. 6202, l’interpretazione della clausola compromissoria e del compromesso, alla stregua di ogni altra espressione della volontà delle parti, spetta esclusivamente al giudice di merito, dovendosi all’uopo esaminare circostanze di fatto, valutare comportamenti, accertare il significato grammaticale delle espressioni usate ed indagare circa la comune intenzione delle parti. Pertanto, la decisione sul punto, se basata su un’esatta applicazione delle regole di ermeneutica e correttamente motivata, non è soggetta a controllo in sede di legittimità) - l’indagine dell’interprete non può fermarsi alla superficie delle espressioni letterali adottate, ma deve accertare la concreta volontà negoziale che ad essa sottende. In tale ottica, se da un lato viene generalmente affermata la ritualità dell’arbitrato quando nella clausola compromissoria compaiono espressioni come controversia, giudizio, giudicare (quest’ultima espressione declinata in tutte le forme verbali), per altro verso non si ritiene che valga ad escludere la ritualità dell’arbitrato la circostanza che la clausola preveda “l’esonero degli arbitri dalle norme di procedura”: tale tipo di pattuizione è, infatti, implicitamente ammessa anche nell’arbitrato rituale ex art. 816, commi 2 e 3, cod. proc. civ.; né decisivo, sarà ogni qual volta siano usate espressioni quali “decidere secondo equità” o “pro bono et aequo”, in quanto anche nell’ arbitrato rituale può decidersi secondo equità; neppure sarà determinante qualora venga stabilito che il lodo non sarà impugnabile, dovendo tale espressione essere interpretata alla luce dell’art. 829, comma 2, cod. proc. civ., in presenza della previsione di un giudizio di equità. Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, la semplice circostanza che la clausola compromissoria contenga un rinvio al giudizio secondo equità non viene automaticamente ritenuta di per sé sintomatica dell’irritualità dell’arbitrato (cfr. al riguardo, Cass., Sez. I civ., 1° febbraio 1999, n. 833, che conferma l’orientamento secondo cui il rinvio al giudizio pro bono et aequo, alla composizione amichevole del contrasto, all’inappellabilità della decisione non sono elementi di per sé soli sufficienti a stigmatizzare l’irritualità dell’ arbitrato).

 

E’ necessaria, in buona sostanza, la convergenza, nel senso dell’irritualità, di entrambi i criteri ermeneutici individuati dalla giurisprudenza: quello testuale fondato sull’interpretazione letterale della clausola statutaria e quello (prevalente) di natura sostanziale, desumibile dalle regole di ermeneutica contrattuale, volto ad accertare le volontà delle parti.

 

La suddetta interpretazione è, tra l’altro, conforme alla riforma apportata dal Dlgs. N. 40 del 2006, in base alla quale costituendo l’arbitrato irrituale un istituto atipico, derogatorio dell’istituto tipico regolato dalla legge e sfornito delle garanzie all’uopo previste dal legislatore, in mancanza di una volontà derogatoria chiaramente desumibile dal compromesso o dalla clausola compromissoria, il riferimento delle parti alla soluzione di determinate controversie all’arbitrato, normalmente costituisce espressione della volontà di far riferimento all’istituto tipico dell’arbitrato regolato dal codice di rito (cfr. Tribunale di Bari, sez. IV, 25/11/2009 n. 3527).

 


Riforma del codice di procedura civile

Autore: Andrea Mandolesi
22 Settembre 2009

 

E’ stata di recente pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 2009, il disegno di legge recante “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, nonchè in materia di processo civile“, contenente, appunto, la riforma del processo civile.

 

La suddetta novella, che riguarda i processi instaurati dopo il 4 luglio, introduce importanti modifiche su tutto il corpo del codice di rito. La riforma modifica sensibilmente il processo civile, anche e soprattutto nella direzione della ragionevole durata.

 

Ma vediamo, sinteticamente, quali sono le principali novità.

 

Di sicuro interesse è la nuova previsione in materia di competenza per valore: il nuovo art. 7 eleva a € 5.000,00, la competenza per valore della cause del giudice di pace. Per le cause di risarcimento del danno, prodotto dalla circolazione di veicoli e di natanti, il valore passa da € 15.493,71, come stabiliva la vecchia disciplina, a euro 20.000,00.

 

Viene introdotta, inoltre, un’apposita competenza per le cause relative agli interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali; tuttavia, si badi bene, per tali cause non si applicano le norme per le controversie in materia di lavoro di cui al libro secondo, titolo IV, del codice (nuovo ult. comma art. 442): queste cause, quindi, saranno trattate secondo il rito ordinario.

 

Altra modifica rilevante riguarda l’eccezione di incompetenza di cui all’art. 38, primo comma, secondo cui, in base al vecchio testo, l’incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio nei casi previsti dall’articolo 28 devono essere rilevate, anche d’ufficio, non oltre la prima udienza di trattazione. Ora, per effetto della riforma, il citato articolo prevede che: “L’incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio sono eccepite, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata”. La mancata eccezione nel termine suddetto ne comporta l’inevitabile decadenza: pertanto, è previsto che l’avvertimento di cui al n. 7 dell’art. 163 c.p.c., riferito agli elementi essenziali dell’atto di citazione, debba essere dato al convenuto in richiamo espresso anche alle evenienze ex art. 38 citato. Il potere del giudice di rilevare d’ufficio le incompetenze (fuori dalle ipotesi di quella territoriale derogabile) sopravvive, però, in ogni caso. La novità va anzitutto colta in prospettiva dell’impugnazione: se non è stata tempestivamente sollevata l’eccezione di incompetenza e questa non è stata rilevata dal giudice d’ufficio, l’impugnazione è preclusa. Quanto, infine, alla forma del provvedimento, secondo il nuovo dettato, l’ordinanza sostituisce la sentenza.

 

Altra modifica di evidente interesse, soprattutto per gli addetti ai lavori, è quella in materia di spese e sanzioni. In buona sostanza, per effetto della novella, vengono ritoccate le norme sottese alla regolamentazione delle spese di lite ed innalzati i poteri sanzionatori del Giudice per chi, a vario titolo, rallenti la durata fisiologica e ragionevole del procedimento. In particolare, il primo comma dell’art. 91 c.p.c., ha inserito che il giudice ”se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 92″. L’art. 92 c.p.c., invece, interviene sulla possibilità, fuori della soccombenza reciproca, della compensazione delle spese e aggiunge un altro elemento restrittivo; ovvero, che concorrano “altre gravi ed eccezionali ragioni”. Si cerca, cioè, di ridurre il sin troppo diffuso fenomeno della compensazione delle spese di lite. Sarebbe auspicabile che un siffatto intervento legislativo possa, finalmente, disincentivare la prassi, ahimè dilagante, dell’iniziare una causa sempre e comunque (a prescindere cioè, dalle reali ragioni dell’attore) a danno, ovviamente, del povero e ignaro cliente!!! 

 

Da ultimo, sempre in materia di spese e sanzioni, viene aggiunto un terzo comma all’art. 96 c.p.c.: “quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”.

 

Altra novità di rilievo è quella riguardante le misure di cosiddetta coercizione “indiretta“: il nuovo art. 614-bis c.p.c., infatti, prevede un rafforzamento delle condanne giudiziali aventi ad oggetto obblighi di fare infungibili o obblighi di non fare. La nuova norma prevede che, con il provvedimento di condanna, il giudice possa fissare la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento.

 

Importante novità riguarda i termini per impugnare. In primis, vengono ristretti i tempi per le riassunzioni del processo. L’art. 50 c.p.c. riduce da 6 a 3 mesi (dalla comunicazione della ordinanza di regolamento o della ordinanza che dichiara l’incompetenza del giudice adito) il termine per la riassunzione della causa davanti al giudice dichiarato competente (in mancanza di apposito termine giudiziale). Allo stesso modo, sono modificati da 6 a 3, i mesi per la prosecuzione o riassunzione del processo interrotto, ex art. 305 c.p.c. Tre mesi anche per la richiesta di fissazione dell’udienza di prosecuzione, dopo la cessazione della causa di sospensione, ex art. 297 c.p.c. Ancora tre mesi il termine massimo che il giudice può concedere per la sospensione su istanza delle parti dell’art. 296 c.p.c. E ancora. Tre mesi, non più un anno, il termine dopo il quale si produce estinzione del processo per inattività delle parti, ex art. 307, I comma, c.p.c. Sempre tre mesi, invece di sei, il termine massimo che il giudice è autorizzato a fissare ai sensi del terzo comma dello stesso articolo 307. Tre mesi ancora, invece di sei, dalla notificazione della sentenza d’appello, il termine per la riassunzione davanti al primo giudice, in caso di rinvio allo stesso ex art. 353 c.p.c. Per quanto riguarda, invece, la riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio (ex. art. 392 c.p.c.) questa potrà aversi non oltre tre mesi (non più 1 anno) dalla pubblicazione della sentenza della Corte di Cassazione. Infine, viene ridotto a sei mesi il termine lungo annuale per l’esercizio dell’onere dell’impugnazione e quindi per il passaggio in giudicato ai sensi dell’art. 327 c.p.c.

 

Novità riguardano, inoltre, la procura alle liti e le norme relative alle CTU (consulenze tecniche d’ufficio).

 

Iniziando dalla procura alle liti, l’art. 182 II comma, c.p.c., in relazione al rispetto del termine perentorio assegnato alle parti ”per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa”. L’osservanza del termine, infatti, “sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione”. 

 

Il primo comma dell’art. 191 c.p.c. viene riformulato allo scopo di accelerare la consulenza tecnica. Il giudice istruttore, infatti, con ordinanza ai sensi dell’articolo 183, VII comma, o con altra successiva ordinanza, “nomina un consulente, formula i quesiti e fissa l’udienza, nella quale il consulente deve comparire”. La riformulazione del terzo comma dell’art. 195 c.p.c. completa la velocizzazione della procedura della consulenza imponendo che “la relazione deve essere trasmessa dal consulente alle parti costituite nel termine stabilito dal giudice con ordinanza resa all’udienza di cui all’articolo 193. Con la medesima ordinanza il giudice fissa il termine entro il quale le parti devono trasmettere al consulente le proprie osservazioni sulla relazione e il termine, anteriore alla successiva udienza, entro il quale il consulente deve depositare in cancelleria la relazione, le osservazioni delle parti e una sintetica valutazione sulle stesse”.

 

Altre modifiche concernono il contenuto della sentenza, che dovrà contenere, ai sensi del n. 4 dell’art. 132, non più “la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione”, bensì “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”. La nuova norma va certamente collegata alla contestuale modifica del primo comma dell’articolo 118, disp. att., secondo cui “La motivazione della sentenza di cui all’articolo 132, secondo comma, numero 4), del codice consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi”, nonché al nuovo articolo 360 bis che prescrive, tra le ipotesi di inammissibilità del ricorso per cassazione, il caso in cui il provvedimento impugnato abbia deciso “le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte”. Il dato normativo testuale dell’art. 118 c.p.c, pare quindi obbligare il giudice, nella stesura della sentenza, al richiamo dei conformi precedenti giurisprudenziali.

 

In merito alla pubblicità della sentenza, alla previsione dell’art. 120 c.p.c. relativa all’ordine di inserzione per estratto in uno o più giornali, è stata aggiunta la possibilità dell’inserzione “per estratto ovvero mediante comunicazione, nelle forme specificamente indicate, in una o più testate giornalistiche, radiofoniche, televisive o in siti internet”.

 

L’art. 184 bis (rimessione in termini), viene anteposto e si aggiunge all’art. 153 diventandone il secondo comma. Mentre prima della riforma la rimessione in termini operava solo riguardo alle decadenze dei mezzi istruttori già ammessi, oggi è destinata ad operare in maniera generalizzata. Di sicuro, è destinata ad operare sulle decadenze dalle eccezioni ex art. 167 c.p.c..  Non chiara è l’applicabilità della norma con riferimento ai mezzi di impugnazione.

 

In relazione alla testimonianza scritta, l’art. 257 bis introduce la possibilità per il giudice di disporre l’assunzione della deposizione testimoniale attraverso risposta scritta ai quesiti su cui il teste deve essere interrogato. Infatti, al primo comma prevede che”Il giudice, su accordo delle parti, e tenuto conto di ogni circostanza, può disporre di assumere la deposizione chiedendo al testimone, anche nelle ipotesi di cui all’articolo 203, di fornire, per iscritto e nel termine fissato, le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato”; mentre, l’ultimo comma precisa che il giudice, “esaminate le risposte, o le dichiarazioni, può sempre disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui o davanti al giudice delegato”. Il grosso della disciplina della testimonianza scritta sta nelle disposizioni di attuazione, tra le quali viene inserito l’art. 103 bis (modello di testimonianza) che prescrive che essa sia resa su di un modulo conforme al modello approvato con decreto ministeriale, che individua anche le istruzioni per la sua compilazione. Oltre a una puntigliosa elencazione di modalità l’articolo stabilisce che il modulo “deve altresì contenere l’ammonimento del testimone ai sensi dell’articolo 251 del codice e la formula del giuramento di cui al medesimo articolo”.

 

La riforma introduce, al quarto comma dell’art. 300 c.p.c., la previsione dell’interruzione del processo allorquando l’evento interruttivo riguardi la controparte contumace e venga dichiarato e documentato dall’altra parte.

 

Altra novità, per ciò che riguarda la possibilità di produrre nuovi documenti in appello, norma ispirata a favore della ragionevole durata del processo. L’art. 345 terzo comma viene così riscritto: “Non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che il collegio non li ritenga indispensabili”.

 

Infine, in relazione al cosiddetto calendario del processo, la novella introduce l’art. 81 bis disp. att. che prescrive che il giudice, “sentite le parti e tenuto conto della natura, dell’urgenza e della complessità della causa, fissa il calendario del processo con l’indicazione delle udienze successive e degli incombenti che verranno espletati”. Naturalmente “i termini fissati nel calendario possono essere prorogati, anche d’ufficio, quando sussistono gravi motivi sopravvenuti”. Tuttavia, ”la proroga deve essere richiesta dalle parti prima della scadenza dei termini”.