Ancora sui tassi (usurai) bancari…

Scritto da: Andrea Mandolesi
8 Agosto 2013

Un breve aggiornamento in materia di usura bancaria.

Sono partite le prime contestazioni alle Banche al fine di ottenere chiarimenti sui tassi applicati ai mutui.

La risposta degli istituti di credito non si è fatta attendere, né il suo contenuto ci ha sorpresi più di tanto.

Se qualcuno pensava che la Banca avrebbe “calato le brache” restituendo il maltolto si sbagliava di grosso.

Personalmente, non avevo dubbi sulla sua resistenza. D’altronde, siamo realistici, la Banca ha troppo potere di posizione per mollare l’osso alla prima richiesta del consumatore.

Se si vuole ottenere qualcosa appare più che mai necessario il ricorso all’autorità giudiziaria.

A mio modesto avviso, anche il ricorso al cosiddetto Arbitro Bancario Finanziario, pur essendo non vincolante per il futuro (nel senso che a prescindere dalla sua decisione il consumatore potrà eventualmente ricorrere all’autorità ordinaria), potrebbe risultare una perdita di tempo proprio per effetto del suo non essere vincolante per il destinatario. Ergo, la Banca potrebbe fregarsene e il cliente sarebbe comunque obbligato ad agire giudizialmente.

Ad ogni buon conto, come dicevo, le Banche stanno rispondendo picche, adducendo la non usurarietà dei tassi applicati ai mutui alla luce della impossibilità, a loro dire, di considerare ai fini del calcolo del tasso soglia anche quello di mora (quando quest’ultimo non sia stato richiesto).

Ovvio che non possiamo accettare né tanto meno condividere una simile difesa, stante, come più volte ribadito, l’istantaneità del reato di usura che si consuma immediatamente al momento della pattuizione degli interessi usurari, indipendentemente dalla loro richiesta.

Ovvero, ciò che rileva ai fini del calcolo dell’usurarietà degli interessi è il momento della loro pattuizione indipendentemente da quando (e se) gli interessi oltre soglia siano stati o meno pagati.

Al contempo, la Banca d’Italia, che non è parte coinvolta ma viene semplicemente informata quale organo di controllo, risponde testualmente che “nello svolgimento dell’attività di vigilanza, la Banca d’Italia verifica, in occasione degli accertamenti ispettivi, la funzionalità delle procedure di calcolo del TEG e delle prescritte segnalazioni trimestrali nonché la corretta pubblicizzazione, presso gli sportelli degli intermediari, delle tabelle con i “tassi soglia”; esamina gli esposti presentati dalla clientela bancaria e finanziaria e svolge gli approfondimenti di competenza, adottando nei confronti dell’intermediario le misure ritenute opportune nelle circostanze specifiche e segnalando, ove del caso, all’Autorità giudiziaria gli aspetti di possibile rilevanza penale riscontrati”. Inoltre fa presente che “non rientra fra le sue competenze la risoluzione di eventuali controversie su singole posizioni contrattuali, essendo la verifica dell’usurarietà dei tassi applicati e le conseguenti valutazioni di carattere civile e/o penale rimesse esclusivamente al vaglio dell’Autorità giudiziaria”.

To be continued….

I tassi usurai delle Banche

Scritto da: Andrea Mandolesi
3 Giugno 2013

E’ tutta mattina che il telefono squilla.

 

Tutti vogliono chiarimenti.

 

Il motivo?

 

Il servizio televisivo di ieri sera delle Iene.

 

Il buon Pelazza, inviato della trasmissione, ha svelato un imbroglio “all’italiana” che, qualora venisse confermato, comporterebbe una sensazionale rivolta popolare in termini di richieste di risarcimento agli istituti di credito risultati colpevoli di aver applicato al consumatore un tasso d’interesse superiore al cosiddetto tasso soglia.

 

Il tasso soglia o di usura, altro non è se non il tasso di riferimento stabilito trimestralmente dalla Banca d’Italia: rappresenta il tasso massimo d’interesse che le banche possono applicare ai clienti. Qualora, però, questa soglia venisse superata la banca commetterebbe un’usura vera e propria ai danni del cliente.

 

Ma veniamo alla domanda ricorrente, ovvero quali siano gli strumenti per capire se sia stato o meno applicato un tasso illegale al proprio mutuo.

 

Reperire i documenti relativi alla propria situazione bancaria è il primo passo e l’istituto di credito è obbligato a fornirli. Una volta consultata la documentazione occorrerà verificare se i tassi applicati dalla banca e comunque risultanti dal contratto di mutuo sottoscritto, siano superiori al predetto tasso soglia e per l’effetto siano da considerarsi usurai e quindi illegittimi.

 

Come egregiamente spiegato nel servizio televisivo, le voci che dovranno essere prese in considerazione saranno: il Tasso annuo e il tasso di mora. La somma di queste due voci non dovrà essere superiore a quella cosiddetta di soglia, stabilita trimestralmente dalla Banca d’Italia per combattere l’usura.

 

Se così fosse, infatti, la clausola sarebbe da considerarsi nulla e non sarebbero dovuti interessi di nessun tipo. Ergo, non solo la banca dovrà restituire gli interessi indebitamente già riscossi, ma non potrà neppure pretenderli in futuro per tutta la durata del contratto.

 

L’art. 1815, comma 2, codice civile, così recita: “se sono convenuti interessi usurari (644,649 c.p.), la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

 

Nella recentissima sentenza n. 350 del 2013, la Suprema Corte ha stabilito che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., co. 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori.

 

Ecco la sentenza:

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 9 gennaio 2013, n. 350

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

 

1.- I.D. ha convenuto in giudizio la s.p.a. Intesa BCI lamentando che il tasso applicato al contratto di mutuo con garanzia ipotecaria stipulato il 19.9.1996 per l’acquisto della propria casa era da considerare usurario. Il Tribunale di Napoli ha rigettato la domanda volta a sentir accertare l’illegittimità della misura degli interessi stabiliti nel contratto di mutuo, in relazione alla rata di Euro 20.052,48 richiesta con lettera del 6.11.2001, sulla base della considerazione che, ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, per la determinazione degli interessi usurari i tassi effettivi globali medi rilevati dal Ministero del Tesoro ai sensi della citata legge devono essere aumentati della metà. Considerato che il D.M. 27 marzo 1998, emesso dal Ministero del Tesoro, prevedeva per la categoria dei mutui il tasso dell’8.29%, ha quindi, escluso che il tasso contrattualmente fissato potesse essere ritenuto usurario.

 

La Corte di appello, con la sentenza impugnata, ha confermato la decisione di primo grado evidenziando che i motivi posti a base dell’appello erano aspecifici rispetto alla motivazione della decisione del Tribunale. L’appellante si era limitato ad invocare apoditticamente la natura usuraria degli interessi pattuiti senza contestare i parametri adottati dal primo giudice per valutare la fondatezza della domanda e senza indicare, in concreto, le ragioni di fatto e di diritto idonee a ribaltare la decisione impugnata. Privi di rilevanza erano i riferimenti allo scopo per cui era stato stipulato il mutuo. Infine, la maggiorazione del 3% prevista per il caso di mora non poteva essere presa in considerazione, data la sua diversa natura, nella determinazione del tasso usurario. Da ultimo, ha ritenuto che le richieste istruttorie di ordinare ex art. 210 c.p.c., l’esibizione del carteggio intercorso tra le parti e di ctu contabile che quantificasse le differenze incassate in eccedenza dalla Banca fossero inammissibili per la loro genericità e per il carattere meramente esplorativo nonchè prive di attinenza con i motivi posti a base del gravame.

 

Inammissibili erano le deduzioni per la prima volta proposte nella comparsa conclusionale ove I.D. cercava di sopperire alle carenze del gravame, indicando, per la prima volta, i tassi, a suo dire applicati (e non quelli pattuiti rilevanti ai fini dell’azione proposta) ed il tasso soglia che riteneva superato.

 

I motivi, sul punto, non erano specifici.

 

2.- Contro la sentenza di appello parte attrice ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi con i quali denuncia 1) vizio di motivazione e 2) violazione dell’art. 1421 c.c.

 

Resiste con controricorso la s.p.a. Italfondiario quale procuratore della s.r.l. Castello Finance in luogo della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa nonchè quale procuratore della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa.

 

3.1.- Il primo motivo, sub a), contiene riferimenti alla nullità della clausola determinativa degli interessi (con riferimento al tasso ABI) che risulta si proposta in primo grado ma, sebbene implicitamente disattesa dal Tribunale, non risulta specificamente (ma neppure genericamente) riproposta in appello (v. trascrizione dell’atto di appello alle pagg. 3 e 4 del ricorso).

 

Si che la relativa censura è inammissibile.

 

Il profilo della censura relativo all’anatocismo ù che neppure è menzionato nella sentenza impugnata ù risulta dedotto in appello “in considerazione del fatto che con il piano di ammortamento la Banca ha di fatto applicato l’anatocismo vietato dalla legge” (v. trascrizione in ricorso, pag. 4).

 

Nel motivo di ricorso, invece, parte ricorrente lamenta che la banca “pretende interessi sugli interessi infrannuali come emerge dalle quietanze esibite”.

 

Trattasi di censura affatto nuova - oltre che generica - come tale inammissibile.

 

3.2.- Quanto al profilo sub b) (usurarietà dei tassi) va rilevato che parte ricorrente deduce che l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) era del 10.5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27 marzo 1998, che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura dell’8.29%.

 

Tale tasso dovrebbe ritenersi usurario a norma della L. n. 108 del 1996, art. 1, comma 4, tanto più ove si consideri che fu richiesto per l’acquisto di un bene primario quale la casa di abitazione e che dovrebbe tenersi conto della prevista maggiorazione di 3 punti in caso di mora.

 

La censura sub b), nella parte in cui ripete l’assunto - già correttamente disatteso dalla Corte di merito - secondo cui la natura usuraria discenderebbe dalla finalità del mutuo, contratto per l’acquisto della propria casa, è infondata in quanto, ai sensi del nuovo testo dell’art. 644 c.p., comma 3, sono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge ovvero “gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

 

E, a tale scopo, non è sufficiente dedurre che il mutuo è stato stipulato per l’acquisto di un’abitazione.

 

La stessa censura (sub b), invece, è fondata in relazione al tasso usurario perchè dalla trascrizione dell’atto di appello risulta che parte ricorrente aveva specificamente censurato il calcolo del tasso pattuito in raffronto con il tasso soglia senza tenere conto della maggiorazione di tre punti a titolo di mora, laddove, invece, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile - senza necessità di specifica motivazione - l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”; Cass., n. 5324/2003).

 

3.3.- Sulla censura sub c) (relativa al mancato accoglimento di istanze istruttorie) va ricordato che “il provvedimento di cui all’art. 210 cod. proc. civ. è espressione di una facoltà discrezionale rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, che non è tenuto ad indicare le ragioni per le quali ritiene di avvalersi, o no, del relativo potere, il cui mancato esercizio non può, quindi, formare oggetto di ricorso per cassazione, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione” (Sez. 2, Sentenza n. 22196 del 29/10/2010). Peraltro, l’esibizione a norma dell’art. 210 c.p.c., non può essere ordinata allorchè l’istante avrebbe potuto di propria iniziativa acquisire la documentazione in questione (Sez. 1, Sentenza n. 149 del 10/01/2003), come nella concreta fattispecie.

 

Il ricorrente, poi, nulla deduce in ordine alla decisività di tale mezzo istruttorio, anche in considerazione di ciò, che la domanda era limitata alla rata richiesta con lettera del 6.11.2001 e il cui importo risulta determinato in Euro 20.052,48, in relazione alla quale soltanto erano state formulate le conclusioni in primo grado e in appello (”la non debenza dell’importo reclamato dalla banca”).

 

4.- Quanto al secondo motivo, la censura è infondata, posto che, pur trattandosi di questione (di diritto) rilevabile d’ufficio (nullità della convenzione di interessi usurari), gli elementi in fatto sui quali la questione era fondata e, dunque, l’indicazione del tasso applicato contenuta (soltanto) nella comparsa conclusionale non poteva che essere ritenuta tardiva, tenuto conto della necessità che i motivi di appello, ex art. 342 c.p.c., siano specifici e che con la comparsa conclusionale non possono essere dedotte nuove circostanze di fatto che non siano state già dedotte con l’atto di appello.

 

E’ vero, infatti, che la deduzione della nullità delle clausole che prevedono un tasso d’interesse usurario è rilevabile anche d’ufficio, non integrando gli estremi di un’eccezione in senso stretto, bensì una mera difesa, che può essere avanzata anche in appello, nonchè formulata in comparsa conclusionale, ma ciò a condizione che “sia fondata su elementi già acquisiti al giudizio” (Sez. 1, Sentenza n. 21080 del 28/10/2005).

 

5.- Infine, quanto alle difese della banca e alla reiterazione della questione di nullità dell’atto di citazione, va rilevato che non risulta impugnata con ricorso incidentale l’affermazione della sentenza della corte di merito (che la resistente ritiene erronea) circa la necessità di riproposizione della questione stessa con appello incidentale e la conseguente inammissibilità dell’eccezione.

 

Si che sul punto si è formato il giudicato interno.

 

Da ultimo, quanto all’asserita carenza di interesse ad agire dell’attrice in ordine alla proposta domanda di accertamento negativo, è appena il caso di evidenziare che l’interesse è sorto dalla richiesta rivolta dalla banca alla mutuataria. Richiesta che si assume relativa a somme non dovute, previa declaratoria di nullità della pattuizione di interessi che si assumono usurari.

 

6.- La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alla censura accolta (determinazione del tasso soglia comprensivo della maggiorazione per la mora) con rinvio alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione per nuovo esame e per il regolamento delle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il secondo motivo di ricorso, accoglie il primo nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e rinvia per nuovo esame e per il regolamento delle spese alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione.

 

 

Fossi in voi, ci darei un’occhiata…..

 

Le novità condominiali

Scritto da: Andrea Mandolesi
20 Dicembre 2012

Queste le novità in materia di condominio introdotte dalla legge del 11 dicembre 2012 n. 220.

Per fare l’amministratore è necessario essere in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado.

Niente registro (previsto dalla disciplina transitoria) ma restano alcuni requisiti necessari (godimento dei diritti civili, titolo di studio, formazione, assicurazione professionale).

La durata in carica dell’amministratore passa da uno a due anni.

La revoca dell’amministratore può essere deliberata in ogni tempo dall’assemblea, con la maggioranza prevista per la sua nomina oppure con le modalità previste dal regolamento di condominio.

Sono inoltre elencati nel dettaglio i casi in cui condomini, anche singolarmente, possono chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare eventuali violazioni e revocare il mandato all’amministratore (quale, ad esempio, la mancata apertura o la mancata utilizzazione del conto corrente condominiale).

Importantissima novità anche in relazione agli animali di compagnia.

Finalmente, infatti, non può essere vietato il possesso di animali domestici.

L’articolo 16 del disegno di legge stabilisce espressamente che “Le norme del regolamento non possono porre limiti alle destinazioni d’uso delle unità di proprietà esclusiva né vietare di possedere o detenere animali da compagnia”.

Anche l’amministratore del condominio dovrà essere assicurato.

L’amministratore, all’atto della nomina deve presentare ai condomini una polizza individuale di responsabilità civile per gli atti compiuti nell’esercizio del mandato i cui oneri sono posti a carico dei condomini.

Altra rilevante novità è quella che al comma 7 dell’articolo 1129, così come modificato dall’articolo 9 del disegno di legge, impone all’amministratore di far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio.

Ovviamente, ciascun condomino potrà accedervi per prendere visione e/o estrarre copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica.

Il nuovo articolo 1117-ter (introdotto dall’articolo 2 del disegno di legge) prevede che in caso di attività che incidano negativamente e in modo sostanziale sulle destinazioni d’uso delle parti comuni, l’amministratore o i condomini, anche singolarmente, possano diffidare l’esecutore e chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare la violazione, anche mediante azioni giudiziarie.

E’ prevista la possibilità per il singolo condomino di rinunciare all’utilizzo delle parti comuni, come l’impianto di riscaldamento e di condizionamento, qualora dalla sua rinuncia non derivino notevoli squilibri di funzionamento né aggravi di spesa per gli altri condomini.

Altra novità in materia digitale.

Su richiesta dell’assemblea l’amministratore è tenuto, infatti, ad attivare un sito internet del condominio ad accesso individuale protetto da una parola chiave, che consenta agli aventi diritto di consultare ed estrarre copia in formato digitale di atti e rendiconti mensili.

Le spese per l’attivazione e la gestione del sito internet sono ovviamente poste a carico dei condomini.

Il valore proporzionale di ciascuna unità immobiliare è espresso in millesimi in apposita tabella allegata al regolamento di condominio.

Tali valori possono essere rettificati o modificati, anche nell’interesse di un solo condomino, con la maggioranza prevista dall’articolo 1136, secondo comma, del codice civile, nei seguenti casi:

1) quando risulta che siano conseguenza di un errore;

2) quando, per le mutate condizioni di una parte dell’edificio, in conseguenza di sopraelevazione, di incremento di superfici o di incremento o diminuzione delle unità immobiliari, è alterato per più di un quinto il valore proporzionale dell’unità immobiliare anche di un solo condomino. In tal caso il relativo costo è sostenuto da chi ha dato luogo alla variazione.

Ai soli fini della revisione dei valori proporzionali espressi nella tabella millesimale allegata al regolamento di condominio ai sensi dell’articolo 68, può essere convenuto in giudizio unicamente il condominio in persona dell’amministratore. Questi è tenuto a darne senza indugio notizia all’assemblea dei condomini. L’amministratore che non adempie a quest’obbligo può essere revocato ed è tenuto al risarcimento degli eventuali danni.

Le deliberazioni concernenti l’installazione sulle parti comuni dell’edificio d’impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall’assemblea con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio.

Ebbrezza in motorino

Scritto da: Andrea Mandolesi
14 Settembre 2012

Si segnala all’attenzione dei lettori, la recentissima sentenza della Suprema Corte in materia di guida in stato di ebbrezza, con la quale gli ermellini hanno ritenuto corretta la previsione della sospensione della patente nei confronti di coloro che guidano il motorino sotto l’effetto dell’alcool (Cassazione penale, sez. IV, sent.13.08.2012 n. 32439).

Questa, in breve, la vicenda.

Il conducente del motorino, che veniva sorpreso alla guida in stato di ebbrezza e per l’effetto patteggiava le pena per il reato di cui all’art. 186 cds, vedeva altresì disporsi l’applicazione della sanzione accessoria della sospensione della patente di guida.

Di talché, veniva proposto ricorso per cassazione sostenendo l’illegittimità della sospensione, sul presupposto che, per la guida di ciclomotori, il conseguimento della patente non è in alcun modo necessario né richiesto.

La Corte rigettava il ricorso richiamando la norma di cui all’art. 116 cds, così come modificata dal D.lgs. 9/2002, in vigore dal 30 giugno 2003, che prevede, per la guida di ciclomotori, la necessità di aver compiuto i 14 anni e, contestualmente, quella di aver conseguito il certificato di idoneità. La richiamata norma è stata successivamente modificata con le novelle l. 214/2003 e l. 168/2005 che, a decorrere dal 1 ottobre 2005, hanno imposto il conseguimento di detto certificato a tutti coloro che avessero compiuto la maggiore età a partire dalla medesima data e che non fossero già titolari di patente.

Ciò posto, e in considerazione del fatto che l’articolo in esame equipara i requisiti fisici e psichici richiesti per la guida di ciclomotori a quelli prescritti per il rilascio della patente, la Corte ha ritenuto che, con riferimento al titolo abilitativo richiesto, il conducente di un ciclomotore sia omologabile al conducente di autoveicolo; tanto è vero che, “per il principio per cui il più contiene il meno” la titolarità di patente costituisce di per sé motivo di esonero dall’obbligo di conseguimento del certificato di idoneità e che il possessore di detto certificato è tenuto alla restituzione del medesimo in sede di rilascio della patente.

Posto, dunque, che la patente costituisce un mero equipollente anagrafico del certificato di idoneità, la Corte deduce che, il titolare di patente sorpreso alla guida di ciclomotore in stato di ebbrezza, è soggetto alle medesime sanzioni accessorie prescritte per il conducente di autoveicolo colto nelle medesime condizioni di alterazione fisico-psichica, ovvero alla sospensione della patente; inoltre, continua la Corte, il titolare di certificato di idoneità sorpreso ebbro alla guida di ciclomotore sarà assoggettabile alla sospensione del detto certificato, stante l’identità di ratio e funzione sottesa ad entrambe i titoli abilitativi.

Pertanto, a detta della Suprema Corte, va esente dall’applicazione della sanzione accessoria soltanto il ciclista circolante in stato di ebrezza, posto che, per la guida della bicicletta, non è richiesto il conseguimento di alcun titolo abilitativo, come già ribadito dalle Sezioni Unite con sentenza n. 12316/2002.

Di seguito il testo integrale:

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 7 giugno - 13 agosto 2012, n. 32439

Svolgimento del processo:

Il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi applicava a D.B. G. ai sensi dell’art. 444 c.p.p. la pena concordata tra le parti, e ritenuta di giustizia, per il reato, previsto dall’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), di guida di un ciclomotore in stato di ebbrezza. Il giudicante disponeva altresì la sospensione della patente di guida per la durata di un anno. Ricorre per cassazione il D.B., con tempestivo atto di impugnazione, deducendo violazione di legge in ordine alla disposta sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, muovendo dal rilievo che il reato era stato commesso alla guida di un veicolo per il quale non è prevista la patente, trattandosi di una “Vespa Piaggio” 50 cc, e citando taluni precedenti di questa Corte.

Motivi della decisione

Il ricorso deve essere rigettato per le ragioni di seguito indicate.

Va certamente confermato il principio enunciato a suo tempo dalle Sezioni Unite di questa Corte secondo cui “non può essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che discenda per legge da illeciti posti in essere con violazione delle norme sulla circolazione stradale, a chi li abbia commessi conducendo veicoli per la cui guida non sia richiesta alcuna abilitazione o, se richiesta, non sia stata mai conseguita; nè, tanto meno, può essergli precluso, per un periodo corrispondente alla durata della sospensione, il diritto ad ottenerla nel caso in cui non ne sia ancora in possesso” (Sez. U, n. 12316 del 30/01/2002 Cc. - dep. 29/03/2002 - Rv. 221039). Mette conto sottolineare che quanto alla individuazione del veicolo in relazione al quale, nel caso di guida dello stesso in stato di ebbrezza, non è richiesta alcuna abilitazione, così come precisato dalle Sezioni Unite, bisogna por mente ad un veicolo la cui guida sia consentita del tutto liberamente, senza cioè la necessità di alcuna abilitazione o certificazione di idoneità (alla guida), come ad esempio la bicicletta; giova evidenziare, a conferma di tale assunto, che la fattispecie sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite, nell’occasione appena ricordata, riguardava proprio un’ipotesi di guida (in stato di ebbrezza) di una bicicletta.

Orbene, analogo discorso non può farsi, ad avviso del Collegio, in relazione alla guida di un ciclomotore: si ritiene, in base al dato testuale delle disposizioni di riferimento, di non poter condividere l’affermazione della sentenza di questa Corte n. 9991 del 2009, citata dal ricorrente, secondo la quale non sarebbe possibile applicare la sanzione della sospensione della patente in relazione alla guida di un ciclomotore, trattandosi di veicolo per la cui guida non sarebbe richiesta alcuna abilitazione. Ed invero, secondo quanto disposto dall’art. 116 C.d.S., per la guida di un ciclomotore da parte di un minore che abbia compiuto i 14 anni, in forza della modifica introdotta con D.Lgs. n. 9 del 2002 - in vigore dal 30 giugno 2003 - è necessario aver conseguito il certificato di idoneità alla guida, “rilasciato dal competente ufficio del Dipartimento per i trasporti terrestri a seguito di specifico corso con prova finale organizzato secondo le modalità di cui al comma 11 bis”. Con successive modifiche introdotte con il D.L. n. 151 del 2003, conv. in L. n. 214 del 2003, e con il D.L. n. 115 del 2005, conv. in L. n. 168 del 2005, l’obbligo di conseguire detto certificato, a decorrere dal 1 ottobre 2005, andava esteso a coloro i quali “compiano la maggiore età a partire dalla medesima data e che non siano titolari di patente di guida”, stabilendo altresì la procedura da seguire per il conseguimento del certificato in argomento per coloro i quali al 30 settembre 2005 “abbiano compiuto la maggiore età”; ancora, l’art. 116 C.d.S., comma 1 quater, stabilisce che “i requisiti fisici e psichici richiesti per la guida dei ciclomotori sono quelli prescritti per la patente di categoria A, ivi compresa quella speciale”. E’ dunque agevole desumere dalle disposizioni appena ricordate che il certificato di idoneità per la guida dei ciclomotori è un vero e proprio titolo di abilitazione alla guida, del tutto assimilabile, quanto alla “ratio” ed alla sua funzione, con specifico riferimento alla guida dei ciclomotori, alla patente di guida. Ciò trova conferma nella disposizione successiva, di cui ai comma 1 quinquies, secondo il quale non possono conseguire il certificato di idoneità alla guida di ciclomotori i conducenti già muniti di patente di guida (per l’evidente ragione che “il più contiene il meno”), con l’ulteriore specificazione che i titolari di certificazione di idoneità alla guida di ciclomotori sono tenuti a restituirlo all’atto del conseguimento della patente.

Da tutto quanto sopra esposto, ne deriva che nel caso di guida di un ciclomotore in stato di ebbrezza da parte di un soggetto munito di patente di guida, tale titolo abilitativo ha una idoneità ed un’efficacia assorbente rispetto al certificato di idoneità, con l’ulteriore conseguenza che la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, prevista quale sanzione amministrativa obbligatoria anche in caso di sentenza di patteggiamento, deve necessariamente avere ad oggetto la patente di guida, in quanto titolo che abilita il soggetto “anche” alla guida del ciclomotore. Giova ricordare che recentemente è stata affermata da questa Corte l’applicabilità della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, prevista per il reato di guida in stato di ebbrezza, a qualsiasi titolo abilitativo alla guida, ivi incluso il certificato di idoneità alla guida di ciclomotori, (cfr. Sez. Feriale, n. 32806 del 17/08/2011 Ud. - dep. 22/08/2011 - Rv. 251006).

Precisato dunque che per la guida dei ciclomotori, ad avviso di questo Collegio, è richiesto, per un soggetto maggiorenne alla data del 30 settembre 2005 (ed è il caso del D.B. in quanto nato in data 11 agosto 1976), un titolo di abilitazione alla guida (certificato di idoneità oppure patente di guida se conseguita), non risulta pertinente, in relazione allo specifico motivo di ricorso, l’altro precedente evocato dal ricorrente - sentenza di questa Corte n. 867 del 1999 - in quanto concernente fattispecie relativa alla guida di un ciclomotore da parte di soggetto non titolare di patente:

il D.B., invero, nemmeno ha allegato di non essere titolare di patente di guida.

Al rigetto del ricorso segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

31 Maggio 2012

Si segnala all’attenzione dei lettori un’interessantissima sentenza, in punto di rifiuto alla sottoposizione del test alcolemico.

La quarta sezione penale della suprema Corte, infatti, con la sentenza n. 18134 del 2012, ha stabilito che, qualora non sia stato possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcolemico nel sangue fosse o meno superiore al limite di 0,8 g/l, il trasgressore dovrà per l’effetto essere ritenuto responsabile della ipotesi meno grave, ormai depenalizzata.

Questi, brevemente, i fatti oggetto di processo.

Nella fattispecie analizzata dalla Corte, è stato discusso il caso di un uomo, condannato in entrambi i gradi di giudizio, poiché “aveva guidato in stato di ebbrezza e si era, altresì, rifiutato di sottoporsi all’alcool test“.

Reati unificati dal vincolo della continuazione con conseguente condanna ad un mese di arresto, nonché €. 900,00 di ammenda, oltre naturalmente sospensione della patente di guida per un mese.

L’imputato ricorreva in Cassazione giudicando gli elementi sintomatici rilevati non idonei alla dimostrazione della sussistenza dello stato di ebbrezza.

I giudici di legittimità, con la sentenza in commento, hanno assolto l’imputato ritenendo i fatti ascritti all’imputato non previsti dalla legge come reato.

Ha sostenuto la Corte, che lo stato di ebbrezza può essere accertato con qualsiasi mezzo, tuttavia, precisa la Consulta, qualora non risulti possibile stabilire con precisione se il tasso alcolemico sia superiore a 0,8 g/l, il trasgressore dovrà ritenersi responsabile, in base al principio del favor rei, della ipotesi meno grave, oggi depenalizzata.

Nella decisione in commento si legge testualmente che “…Quanto alla contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, osserva il Collegio che costituisce pacifico e consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. ex multis le più recenti pronunzie: Sez. 4, n. 28787 del 2011; Sez. 4, n. 43017 del 2011) quello secondo il quale lo stato di ebbrezza, per tutte le ipotesi previste dall’art. 186 cod. strada, può esser accertato con qualsiasi mezzo e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall’accertamento strumentale. Vero è peraltro che, qualora non sia possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcoolemico era superiore al limite di 0,8 gr./l. il trasgressore doveva ritenersi responsabile, In nome del principio del favor rei, dell’ipotesi meno grave (fascia A), attualmente depenalizzata per effetto della novella di cui alla legge 29 luglio 2010, n. 120. Nel caso in esame, gli elementi sintomatici rilevati e testé descritti, in difetto di altri dati indiziari, non consentono di individuare un preciso gradiente di etilemia tale da indurre a ritenere sussistenti taluna delle più gravi fattispecie contravvenzionali previste dall’art. 186 cod. strada“.

Pertanto, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, in quanto secondo il sopra ricordato ragionamento, gli elementi sintomatici non hanno permesso di individuare un preciso grado di etilemia.

Di seguito il testo integrale della sentenza in commento.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 7 febbraio - 14 maggio 2012, n. 18134 (Presidente Sirena - Relatore Casella)

Ritenuto in fatto

Con sentenza in data 15 ottobre 2008, la Corte d’appello di Palermo confermava la sentenza emessa il 27 aprile 2009 dal Tribunale di Palermo che aveva giudicato V.S. responsabile delle contravvenzioni di cui all’art. 186, commi 2 e 7 cod. strada (per aver guidato in Palermo l’8 febbraio 2007, l’autovettura tg. (…), in stato di ebbrezza alcoolica e per essersi rifiutato di sottoporsi ad accertamento alcoolemico). Per l’effetto l’imputato veniva condannato,unificati i reati sotto il vincolo della continuazione, alla pena di UN mese di arresto ed Euro 900,00 di ammenda, applicata la sospensione della patente di guida per UN mese.

La Corte distrettuale, condividendo gli assunti argomentativi della sentenza di primo grado, ha ribadito,a dimostrazione dell’affermazione della penale responsabilità del prevenuto ed in conformità all’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, la sufficienza,ai fini della prova dello stato di ebbrezza in cui versava l’imputato, delle tipiche condizioni sintomatiche (alito fortemente vinoso; linguaggio sconnesso; eccessiva ed immotivata euforia; andatura barcollante; ecc.) rilevate dagli agenti operanti della Questura di Palermo (e descritte nel verbale di contestazione), giunti sul luogo in cui era stato segnalato che un’autovettura Audi 100, percorrendo via Terrasanta, aveva speronato vetture in sosta, danneggiandole e creando in tal modo allarme nei passanti.

Il V. inoltre, alla richiesta degli agenti di sottoporsi al test alcoolemico, aveva opposto un netto rifiuto.

L’imputato ricorre per la cassazione della sentenza, per tramite del difensore, deducendo vizi di violazione di legge e di difetto ed illogicità della motivazione, avendo la Corte distrettuale errato nel giudicare idonei a dimostrare la sussistenza dello stato di ebbrezza,gli elementi sintomatici rilevati dalla P.G., laddove, a seguito della riforma normativa della fattispecie contravvenzionale in questione, introdotta nell’anno 2007, l’accertamento di siffatto status deve esser positivamente eseguito secondo le modalità tecniche previste dall’art. 186, commi 3 e 4 cod.strada: le uniche che possano fornire la precisa individuazione dei valori numerici del tasso alcoolemico quale presupposto dell’affermazione della penale responsabilità dell’imputato.

Lamenta altresì il ricorrente il diniego, con motivazione meramente apodittica, delle attenuanti generiche, cui i Giudici d’appello sarebbero pervenuti richiamando unicamente i precedenti penali dell’imputato.

Considerato in diritto

L’impugnata sentenza deve esser annullata senza rinvio a’ sensi degli artt. 129 e 620 lett. a) cod.proc.pen., non risultando previsti come reato, entrambi fatti ascritti all’imputato.

Quanto alla contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, osserva il Collegio che costituisce pacifico e consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. ex multis le più recenti pronunzie: Sez. 4 n. 28787 del 2011; Sez. 4 n. 43017 del 2011) quello secondo il quale lo stato di ebbrezza, per tutte le ipotesi previste dall’art. 186 cod. strada, può esser accertato con qualsiasi mezzo e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall’accertamento strumentale. Vero è peraltro che, qualora non sia possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcoolemico era superiore al limite di 0,8 gr./l. il trasgressore doveva ritenersi responsabile, in nome del principio del favor rei, dell’ipotesi meno grave (fascia A), attualmente depenalizzata per effetto della novella di cui alla legge 29 luglio 2010 n. 120. Nel caso in esame, gli elementi sintomatici rilevati e testé descritti, in difetto di altri dati indiziari, non consentono di individuare un preciso gradiente di etilemia tale da indurre a ritenere sussistenti taluna delle più gravi fattispecie contravvenzionali previste dall’art. 186 cod. strada.

In relazione all’altro addebito di rifiuto di sottoporsi all’alcooltest, rileva la Corte che, In ossequio all’art. 2, comma 2 cod. pen., non può non trovare applicazione l’art. 5 del D.L. 3 agosto 2007 n. 117 (in vigore dal 4 agosto 2007) convertito nella L. 2 ottobre 2007 n. 160 che, dopo la commissione della violazione de qua avvenuta l’8 febbraio 2007, ha sostituito l’art. 186, comma 7 cod. strada (vigente a detta data e concernente un’ipotesi contravvenzionale) introducendo una fattispecie di semplice illecito amministrativo punito esclusivamente con sanzione amministrativa pecuniaria. Non rileva ovviamente in contrario (atteso il principio costituzionale di irretroattività della legge penale: art. 25, comma 2 Cost. ed il disposto dell’art. 2, comma 1 cod. pen.) il fatto che a in seguito dell’entrata in vigore - a decorrere dal 27 maggio 2008 - dell’art. 4 del D.L. 23 maggio 2008 n. 92 convertito nella L. 24 luglio 2008 n. 125 - sia divenuto nuovamente reato (come peraltro è a tutt’oggi) la stessa condotta di rifiuto del conducente di veicolo di sottoporsi ad alcooltest.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i fatti non sono preveduti dalla legge come reato.

Mediazione, sinistri e condominio

Scritto da: Andrea Mandolesi
30 Marzo 2012

Dal 20 marzo scorso, è diventato obbligatorio procedere alla mediazione anche nelle materie condominiali e, soprattutto, nelle responsabilità da circolazione stradale, la cui vigenza era stata posticipata di dodici mesi.

Non solo, quindi, non è stata prevista l’eliminazione del nuovo istituto, così tanto aspramente criticato dall’avvocatura tutta, ma il suo utilizzo è stato esteso anche ad altre materie.

Chissà, come si augurano i consumatori, se l’istituto in esame potrà realmente apportare quei benefici tanto sbandierati in termini di speditezza ed economia processuale.

I dati forniti dagli organi a ciò preposti sembrano dare ragione al nuovo istituto di mediazione. Dai predetti dati risulta che vi sarebbe l’adesione dell’invitato solo nel 30,62% dei casi. Ma il dato di assoluto rilievo è che, nei casi in cui il “chiamato” aderisce, il 52,58% delle mediazioni si concludono con un verbale di conciliazione.

Personalmente, nonostante le statistiche sembrerebbero dire il contrario, non sono tanto convinto della bontà della procedura di mediazione. Innanzitutto perché il compito di mediare spetta, in ogni caso ed a prescindere da qualsivoglia obbligo di legge, al legale.  Ogni avvocato ha prima di tutto l’obbligo di perseguire gli interessi del proprio assistito. E, per fare ciò, non può che tentare la via della risoluzione amichevole della insorgenda controversia.

L’altro principale motivo che mi fa dubitare sulla reale efficacia dell’istituto de quo è costituito dall’aspetto economico: infatti, attivare la procedura conciliativa non è gratuito. Il consumatore si trova nella condizione di dover sborsare denaro non più una volta sola ma due volte. Come dire, oltre il danno la beffa.

La ratio dell’istituto di mediazione è sicuramente apprezzabile ma ritengo che non si raggiunga lo scopo prefissato. O comunque, anche se parzialmente detto scopo fosse raggiunto, quelli che ne beneficerebbero non sarebbero forse le persone economicamente più deboli.

Ma questo, sia chiaro, è soltanto il mio modestissimo parere.

Ritornando al tema dell’intervento, anche le controversie in materia condominiale e di risarcimento del danno da circolazione stradale e dei natanti dovranno essere precedute dall’esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione.

Già dal marzo 2011 è entrato in vigore il regime dell’obbligatorietà del tentativo di mediazione per molte della materie indicate nell’articolo 5 D.Lgs. 28/2010, ovvero: diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto d’azienda, risarcimento del danno da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.

C’è stato, inoltre, un progressivo rafforzamento delle sanzioni per la mancata partecipazione si è giunti con la recente modifica all’articolo 8 Decreto Legislativo 28 del 2010 che ha introdotto una sanzione ulteriore per la mancata partecipazione senza giustificato motivo. Essa non rappresenterà più soltanto un argomento di prova ex art. 116 c.p.c. ma determinerà l’obbligo per la parte che non si presenta di corrispondere una sanzione pecuniaria pari al valore del contributo unificato dovuto per la causa.

Le controversie riguardanti la responsabilità per sinistri stradali, che saranno di certo numerosissime, potranno trovare un’efficace soluzione con la mediazione a condizione che le compagnie assicurative aderiscano alla procedura. Fino a questo momento, infatti, nei casi di chiamata quasi sempre le società assicurative hanno sempre rifiutato l’”invito” alla mediazione. Sarà certamente importante la preparazione e la disponibilità delle compagnie di assicurazione al negoziato, affinché la mediazione in RCA non si esaurisca in una sorta di liquidazione di secondo livello, dopo il tentativo di liquidazione stragiudiziale del sinistro.

Quanto alle controversie vertenti in materia di condominio, un primo problema potrà essere determinato dall’individuazione dell’ambito di applicazione della disciplina: la norma sembra riferirsi a qualunque controversia in cui sia interessato un edificio condominiale. Non solo. Altri problemi possono porsi circa i poteri dell’amministratore e circa i rapporti tra riservatezza, accordo e deliberazione assembleare di accettazione dell’accordo di conciliazione eventualmente raggiunto. La efficacia della mediazione in simili casi sarà ancora più complicata se si pensi all’alto numero di persone coinvolte nella conciliazione e al tasso di conflittualità che, di solito, è  connaturato in simili controversie.

Parcella e restituzione documenti

Scritto da: Andrea Mandolesi
3 Gennaio 2012

Anche se non sono state saldate le competenze del legale, il cliente ha diritto a vedersi restituita la documentazione di causa. In buona sostanza, il mancato pagamento delle spese legali non legittima l’avvocato a negare e/o condizionare i diritti del cliente o l’adempimento delle prestazioni professionali.

Questo è quanto sancito dalla recentissima sentenza in commento.

La sentenza del 17 novembre 2011, n. 24080, in materia di deontologia professionale, ha confermando la natura di illecito disciplinare per quell’avvocato che non consegni al cliente i documenti richiesti, anche nel caso in cui non abbia ricevuto il pagamento delle spese e delle competenze legali. Secondo gli ermellini, infatti, anche la formale messa a disposizione della documentazione non esclude la responsabilità disciplinare del professionista qualora, di fatto, ne venga impedita la materiale apprensione.

Nella sentenza in esame, dopo aver revocato il mandato al professionista, il cliente aveva presentato un esposto nei suoi confronti poiché, dopo la revoca della sua nomina, non si era adoperato affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni, agendo, invece, in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute.

A carico del legale veniva per l’effetto aperto un procedimento disciplinare per aver violato gli artt. 32, 42 e 43 Codice Deontologico Forense, nonché per la violazione degli artt. 5, 6, 7 e 8 c.d.f. in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al suo assistito, che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta, documenti necessari per l’attività di difesa.

Ha osservato il Consiglio Nazionale che risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione dell’assistito perché, in ogni caso, è certo che l’avvocato non potesse non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al cliente di procedere in forma esecutiva.

Di seguito il testo integrale della sentenza.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 8 - 17 novembre 2011, n. 24080 (Presidente Vittoria - Relatore Tirelli)

Svolgimento del processo

Con atto spedito in data 23/3/2011, l’avv. P.D. ha proposto ricorso contro la decisione in epigrafe indicata, inviatagli a mezzo posta il 21/2/2011 e ritirata il successivo 24/2/2011.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza non ha svolto attività difensiva e la controversia è stata decisa all’esito della pubblica udienza dell’8/11/2011.

Motivi della decisione

Dalla lettura della sentenza impugnata emerge in fatto che dopo avergli revocato ogni mandato, il sig. L.M. ha presentato un esposto nei confronti dell’avv. D.P., a carico del quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza ha poi aperto procedimento disciplinare per i seguenti capi d’incolpazione: 1) per avere violato gli artt. 33, 42 e 43 CDF perché, dopo la revoca della sua nomina a difensore avvenuta con racc. r.r. del 25 luglio 2006, ricevuta il 3 agosto 2006, non si adoperava affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni per l’assistito sig. M.L. ed anzi, agiva in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute ed in particolare: a) richiedendo in data 3 novembre 2006 (e cioè a revoca già avvenuta), due copie autentiche con formula esecutiva della sentenza n. 789/2006 dei Giudice di Pace di Monza, pronunciata nella causa M.L./Comune di Villasanta ed Esatri spa e non consegnandole né al cliente né al nuovo difensore precludendo e/o comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa la prosecuzione della difesa ed in particolare l’esecuzione del titolo in esame; b) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia delle fatture relative agli assegni fatti sulla Banca Popolare di Bergamo per l’importo rispettivamente di Euro 250,00, 1.000,00 e 1.400,00, precludendo in tal modo e comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa l’eventuale attività di recupero di detti importi e comunque non fornendo al cliente informazioni che è obbligato a fornire ex art. 42 co. II CDF; c) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia della documentazione inerente un sinistro trattato nell’interesse del sig. L..M. con la Fondiaria Ass.ni (e in particolare copia della quietanza che ha definito il sinistro), violando in tal modo il disposto di cui all’art. 42 CDF ed impedendo e/o comunque rendendo più difficoltosa l’attività di verifica inerente la posizione.

2) Per aver violato gli artt. 5, 6, 7 e 8 CDF in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al sig. L.M., suo assistito che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta a far tempo dal 25 luglio - 3 agosto 2006, i documenti di cui al capo 1)… E ciò nonostante esplicito impegno in tal senso assunto avanti alla Commissione Disciplinare dell’Ordine di Monza in data 26 marzo 2007″.

Citato a giudizio per l’udienza del 6 aprile 2009, l’avv. P. ha depositato memoria ed al termine del dibattimento il Consiglio dell’Ordine lo ha assolto da una parte degli addebiti, infliggendogli la sanzione della censura per la mancata consegna delle copie della sentenza del Giudice di pace. L’avv. P. si è gravato al Consiglio Nazionale Forense che, però, ha rigettato l’appello con decisione contro cui l’incolpato ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, con il primo dei quali ha dedotto violazione di legge ed incongruità della motivazione, in quanto il giudice a quo avrebbe dovuto riconoscere la insanabile contradditto-rietà della pronuncia del Consiglio dell’Ordine, che nel dispositivo aveva riferito la condanna ai capi le e 2, mentre nella motivazione l’aveva assolto da tali addebiti, ritenendolo responsabile di quelli di cui ai punti la e 2.

Con il secondo motivo, l’avv. P. ha sostenuto che il sig. M. non gli aveva corrisposto alcun compenso, per cui non poteva aver risentito nessun danno dalla mancata messa in esecuzione della sentenza del Giudice di pace, il quale si era limitato a condannare il Comune di Villasanta solo al rimborso di quelle spese legali che il M. non aveva, in realtà, mai pagato.

Con il terzo motivo, l’avv. P. ha nuovamente dedotto la violazione di legge e l’incongruenza della motivazione, sottolineando da un lato che la richiesta delle copie non aveva rappresentato un atto processuale o, in ogni caso, un’iniziativa arbitraria, bensì la semplice attuazione di una precisa volontà del M. e, dall’altro, che dal canto suo non era tenuto ad andare a consegnarle, ma soltanto a metterle a disposizione come, del resto, aveva puntualmente fatto senza frapporre alcun ostacolo al loro ritiro da parte dell’ex cliente che, anzi, aveva dovuto ad un certo punto citare addirittura in giudizio per costringerlo a prendere quanto, solo apparentemente, invocava.

Con il quarto motivo, l’avv. P. ha infine lamentato che pur avendo egli dedotto la inammissibilità della motivazione dal Consiglio dell’Ordine, che aveva giustificato l’applicazione della censura con l’esistenza di altri procedimenti disciplinari non ancora conclusi, il Consiglio Nazionale non aveva minimamente risposto, ma si era limitato a confermare la sanzione sulla base di argomentazioni diverse da quelle utilizzate dal Consiglio locale.

Così riassunte le difese del ricorrente, osserva il Collegio che secondo il Consiglio Nazionale Forense, l’inesatto richiamo dei capi d’incolpazione operato dal dispositivo della decisione del Consiglio dell’Ordine era stato il frutto di un mero errore materiale che aveva determinato una semplice discrepanza chiaramente percepibile e, perciò, incapace d’ingenerare ragionevoli dubbi sul contenuto e le ragioni della condanna dell’incolpato che, infatti, aveva impugnato in modo ampio ed articolato, mostrando così di non aver risentito alcun pregiudizio del suo diritto di difesa. Trattandosi di valutazione di merito non inficiata da vizi logici o giuridici né adeguatamente contestata dall’incolpato, che in violazione del principio di autosufficienza del ricorso non ha nemmeno riprodotto il testo del provvedimento del Consiglio dell’Ordine, il primo motivo del ricorso dev’essere di conseguenza rigettato.

Parimenti da rigettare è anche il secondo motivo, a proposito del quale è sufficiente sottolineare che l’inadempimento del M. agli obblighi su di lui gravanti nei rapporti interni con il proprio difensore, non poteva comportare il venir meno del suo interesse a disporre del titolo esecutivo per ottenere, nei rapporti esterni con il Comune, il pagamento delle somme da quest’ultimo dovute.

Quanto al terzo motivo, giova innanzitutto precisare che il Consiglio Nazionale non si è interrogato sulla natura, processuale o meno, della richiesta delle copie né ha sostenuto che l’avv. P. avrebbe dovuto spingersi a consegnarle anziché limitarsi a metterle a disposizione, ma si è attenuto alle risultanze istruttorie, ritenendo ampiamente dimostrato dalle raccomandate in atti, nonché dalle dichiarazioni del M. e del suo nuovo difensore, che ad un certo punto della vicenda l’incolpato aveva cominciato a porre in essere una condotta finalizzata ad ostacolare il suo ex cliente. In un quadro del genere, ha osservato il Consiglio Nazionale, risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione del M., perché anche a prescindere dal fatto che la presentazione dell’istanza era avvenuta tre mesi dopo la revoca del mandato e, cioè, quando l’ex dente aveva già più volte domandato la restituzione della documentazione, quello che in realtà contava era che l’avv. P. non poteva non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al M. di procedere in forma esecutiva.

Malgrado tale consapevolezza, l’avv. P. si era però “univocamente mosso nella direzione di evitare la consegna delle copie della sentenza, ed” era “questo l’atteggiamento sostanziale che” andava iscritto a suo carico, “nessun rilievo potendosi dare a declaratorie di disponibilità” cui, al di là delle forme, erano “puntualmente seguiti atteggiamenti di segno” esattamente contrario.

In considerazione di quanto sopra, il Consiglio Nazionale ha quindi concluso per la sussistenza della responsabilità disciplinare dell’avv. P., esprimendo in tal modo un giudizio che non può essere sindacato in questa sede perché basato su di una ricostruzione dell’accaduto immune da errori logici o giuridici.

Pure il terzo motivo del ricorso dev’essere, pertanto, rigettato al pari, d’altronde, del quarto, in relazione al quale sembra sufficiente rilevare che a fronte di una motivazione incongrua del Consiglio dell’Ordine, il CNF non era certo vincolato a darne atto e ad annullare di conseguenza la sanzione della censura, in quanto essendo anche lui giudice del merito (C. Cass. n. 8429 del 2004 e 15972 del 2009), ben poteva legittimamente confermarla sulla base di considerazioni diverse che, nel caso di specie, sono state ragionevolmente indicate nella “rilevanza del comportamento illecito” e nel mancato compimento di “alcun atto emendativo” da parte dell’incolpato.

Nulla per le spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza e la natura di parte in senso solo formale del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Molestie con posta elettronica?

Scritto da: Andrea Mandolesi
31 Ottobre 2011

 

Di sicuro interesse, stante il continuo e progressivo aumento della cosiddetta comunicazione “virtuale”, è la recentissima sentenza della sezione penale della Corte di Cassazione, che ha stabilito come l’invio di e.mail non possa integrare il reato di cui all’art. 660 codice penale.

 

 

Il richiamato articolo, dal titolo “molestie o disturbo alle persone”, così recita: “chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a €. 516”.

 

 

In buona sostanza, secondo gli ermellini la molestia non può dirsi integrata poiché manca, nel caso specifico della posta elettronica, un’immediata interazione tra colui che la invia e colui che la riceve e per l’effetto difetta una vera e propria intrusione, potendo il destinatario sottrarsi alla ricezione della stessa, cosa invece impossibile nel caso del telefono.

 

 

In buona sostanza, viene equiparato il caso della e.mail a quello della molestia trasmessa a mezzo lettera.

 

 

Vediamo nello specifico la motivazione della suprema Corte, con particolare riferimento al quarto motivo di censura, ritenuto determinante dai Giudici, che più interessa il caso che occupa: insussistenza del fatto di reato per il fatto che le molestie erano avvenute tramite internet e tale modalità sfuggirebbe alla tipizzazione della condotta come descritta dall’art. 660 c.p..

 

 

La Corte richiama il precedente giurisprudenziale in senso contrario di questa stessa Sezione (Sez. 1, 17/30.6.2010, D’Alessandro, Rv 247558) che esclude l’ipotizzabilità del reato de qua nel caso di molestie recate con il mezzo della posta elettronica, perché in tal caso nessuna immediata interazione tra il mittente ed il destinatario si verificherebbe né veruna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo. Contrariamente alla molestia recata con il telefono, alla quale il destinatario non può sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, nel caso di molestia tramite posta elettronica una tale forzata intrusione nella libertà di comunicazione non si potrebbe, secondo il predetto precedente, verificare, come di certo non si verifica nel caso di molestia trasmessa tramite lettera.

 

 

Il principio deve, ad avviso della Corte, essere condiviso ma con la necessaria precisazione, con riferimento alla posta elettronica, imposta dal progresso tecnologico nella misura in cui esso consente già fin d’ora con un telefono “attrezzato” la trasmissione di voci e di suoni in modalità sincrona,che avvertono non solo l’invio e la contestuale recezione di sms (short messages system) - in tal senso già, Sez. 3, 26.6.2004, Modena, Rv 229464 - ma anche l’invio e la recezione di posta elettronica, con l’alta probabilità in un prossimo futuro della medesima trasmissione, di suoni in modalità sincrona, tramite computer, collegato per necessità alla linea telefonica, che costituisce la tassativa, per la espressa indicazione dell’art. 660 c.p., modalità di trasmissione della molestia, alternativa a quella, a carattere topografico, del luogo pubblico o aperto al pubblico in cui si svolge la condotta costitutiva del reato.

 

 

Invero l’attuale tecnologia è in grado di veicolare, in entrata ed in uscita, tramite apparecchi telefonici, sia fissi che mobili, anche di non ultimissima generazione, sia sms (short messages system) sia e-mail. Il carattere sincronico o a-sincronico del contenuto della comunicazione, elemento distintivo secondo una tesi più restrittiva dal quale si dovrebbe ricavare il criterio per espungere dalla previsione dell’art. 660 c.p., per l’appunto, le comunicazione asincrona, non è affatto dirimente. Invero entrambe le comunicazioni sono sempre segnalate da un avvertimento acustico che ne indica l’arrivo, e che può, specie nel caso di spamming, costituito dall’affollamento indesiderato del servizio di posta elettronica con petulanti e-mail, recare quella molestia e quel disturbo alla persona che di questa lede con pari intensità la libertà di comunicazione costituzionalmente garantita. In tal caso è palese l’invasività dell’avvertimento al quale il destinatario non può sottrarsi se non dismettendo l’uso del telefono, con conseguente lesione, per la forzata privazione, della propria tranquillità e privacy, da un lato, con la compromissione della propria libertà di comunicazione, dall’altro.

 

 

Nella specie, però, il carattere invasivo, senza possibilità di sottrarsi al suono molesto, dell’avvertimento dell’arrivo della posta elettronica non può dirsi realizzato perché gli imputati comunicavano con le persone offese tramite computer ed in tanto la posta elettronica con questo mezzo inviata poteva essere letta in quanto i destinatari di essa, per nulla avvertiti dell’arrivo, avessero deciso di “aprire” la posta elettronica pervenuta.

 

 

Situazione del tutto simile alla recezione della posta per lettera, che viene riposta nella cassetta, per l’appunto, delle lettere ed alla quale il destinatario accede per sua volontà, senza peraltro essere stato condizionato da segni o rumori premonitori.

 

 

In definitiva il principio rigoroso della tipicità, espressione delle ragioni di stretta legalità che devono presiedere all’interpretazione della legge penale, nella specie l’art. 660 c.p., impone che al termine telefono, espressivo dell’instrumentum della contravvenzione de qua, venga equiparato qualsiasi mezzo di trasmissione, tramite rete telefonica e rete cellulare delle bande di frequenza, di voci e di suoni imposti al destinatario, senza possibilità per lui di sottrarsi alla immediata interazione con il mittente.

 

 

P.Q.M.

 

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

 

 

Le nuove regole sui rimpatri

Scritto da: Andrea Mandolesi
22 Agosto 2011

 

Il decreto legge n. 89 del 23 gugno 2011, recante “Disposizioni urgenti per il completamento dell’attuazione della direttiva 2044/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari” è stato definitivamente approvato dal Senato.

 

Di seguito le principali e rilevanti modifiche.

 

Articolo 1. Cittadini Ue e loro familiari.

Lettere b) - f).

 

E’ stato soppresso l’obbligo del visto d’ingresso per il diritto di soggiorno fino a 3 mesi del familiare non comunitario. Ai fini della verifica della sussistenza del requisito della diponibilità delle risorse sufficienti al soggiorno oltre i 3 mesi, deve essere valutata la situazione complessiva personale dell’interessato, in particolare le spese di alloggio a qualsiasi titolo sia. Per l’iscrizione anagrafica dei familiari, sarà sufficiente un documento rilasciato dall’autorità del Paese d’origine. La verifica delle condizioni per il mantenimento del diritto di soggiorno può essere disposta solo in presenza di ragionevoli e fondati dubbi. Il possesso del documento di iscrizione non è più condizione necessaria per il mantenimento del diritto.

 

Lettera g).

 

Sono stati modificati i presupposti per limitare il diritto di ingresso e di soggiorno. Tra i cosiddetti motivi di sicurezza dello Stato, infatti, vi rientrano anche le eventuali condanne per i delitti contro la personalità dello Stato. In caso di allontanamento del comunitario per “motivi imperativi di sicurezza”, la minacci ai diritti della persona o della incolumità pubblica deve essere concreta, effettiva e sufficientemente grave, laddove, invece, prima della conversione era solamente concreta e attuale. E’ aumentata la competenza del Prefetto in materia di provvedimenti di allontanamento. Infine, l’immediata esecutività del provvedimento è subordinata alla incompatibilità con la civile e sicura convivenza della permanenza sul territorio del cittadino comunitario.

 

Lettera h).

 

Il ricorso all’assistenza sociale da parte del comunitario non è causa automatica di allontanamento, ma deve essere valutato caso per caso. Una volta cessato il diritto a permanere e qualora resti inottemperato il primo ordine di allontanamento, il prefetto, valutato il singolo caso, emette un nuovo provvedimento, immediatamente eseguito dal questore. La differenza rispetto alla precedente normativa è che l’inottemperanza non costituisce più reato.

 

Lettera i).

 

L’Italia rispnde entro 2 mesi alla richiesta di informazioni su un proprio cittadino da parte di uno stato membro.

 

Articolo 2. Modifiche al Codice di procedura penale.

 

Sono estese ai familiari le modalità di allontanamento dall’Italia del cittadino comunitario.

 

Articolo 3. Cittadini extracomunitari.

 

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari viene rilasciato dal questore. Inoltre, per agevolare l’uscita degli irregolari, chi verrà sorpreso alle frontiere in uscita dall’Italia non sarà denunciato per ingresso e soggiorno illegale.

 

Espulsione.

 

L’espulsione (di competenza del Prefetto) è disposta caso per caso. Può essere decisa anche per il rifiuto di rilascio del permesso di soggiorno o per il superamento dei 3 mesi del permesso di soggiorno breve (rilasciato per visite, turismo, affari).

 

Accompagnamento alla frontiera.

 

L’accompagnamento è limitato ai casi di rischio di fuga, permesso scaduto o fraudolento, mancato allontanamento volontario, quando ci sia stata condanna penale etc.

 

Allontanamento volontario.

 

In tutti gli altri casi viene concesso un termine per la partenza volontaria su richiesta dell’interessato a cui il questore potrà applicare misure per assicurarne l’effettività. In caso di mancato rispetto dell’ordine è prevista una multa da 3 mila a 18 mila euro, mentre il divieto di reingresso può variare da un minimo di 3 ad un massimo di 5 anni. Lo straniero, inoltre, deve dimostrare di avere risorse sufficienti per mantenersi nel periodo concesso per l’allontanamento volontario. Il questore gli chiede altre garanzie, quali la consegna del passaporto, oppure l’obbligo di dimora e di presentazione. Detto provvedimento viene quindi comunicato al Giudice di pace entro 48 ore e quest’ultimo avrà altre 48 ore per convalidarlo. Qualora lo straniero violi anche solo una delle misure, può essere espulso senza ulteriore nulla osta.

 

Lettera d). Trattenimento nei CIE.

 

Lo straniero può essere trattenuto nei Cei se sussistono situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l’effettuazione dell’allontanamento. Il fermo sarà disposto per il tempo strettamente necessario e nel Cie più vicino tra quelli esistenti o creati dall’Interno e potrà essere motivato anche dalla necessità di prestare soccorso allo straniero. In alternativa, è previsot che il questore possa trattenere il passaporto o disporre l’obbligo di dimora o di anche presentazione periodica presso un ufficio di pubblica sicurezza territorialmente competente.

 

Articolo 3, comma 1. Lettera d).

Trattenimento.

 

Lo straniero irregolare deve restare nel Cie per 30 giorni, ma questo periodo può essere prorogato di altri 30 giorni se si verificano difficoltà sull’accertamento dell’identità o sull’acquisizione dei documenti di viaggio. La permanenza nei centri può essere allungata di ulteriori 60 giorni più altri 60 giorni, per un totale di 180 giorni, periodo che non può essere superato. Se in questo periodo non fosse stato possibile procedere con l’allontanamento dello straniero, il questore può chiedere al giudice di pace la proroga del trattenimento per altri 60 giorni, fino ad un massimo di un anno. Se non è possbile trattenere il clandestino del Cie o se è trascorso il periodo di permenenza nel centro, il questore può ordinare l’espulsione che deve avvenire entro 7 giorni.

 

Lettera d).

Sanzioni.

 

Salvo giustificato motivo, la mancata ottemperanza all’ordine di espulsione impartito dal questore è sanzionata con una multa da 10 mila a 20 mila euro. L’importo scende anche fino a 6 mila, se l’espulsione dello straniero è stata disposta in base alla norma che prevede il programma di rimpatrio volontario e assistito.

 

Nella valutazione della condotta dello straniero il giudice deve anche valutare se al cittadino irregolare sia stata stata consegnata la documentazione prevista in caso di espulsione. Il giudice deve poi acccertare la cooperazione dello straniero all’esecuzione del provvedimento di espulsione.

 

Nel caso di inottemperanza dell’ordine di espulsione il procedimento nei confronti dello straniero irregolare sarà penale e non davanti a un giudice di pace.

 

Nel caso, invece, di allontanamento dello straniero dal Cie può essere adottato un nuovo provvedimento di trattenimento, la cui durata massima è di 18 mesi.

 

Lettera e). Rimpatri.

 

Quando lo straniero è ammesso al programma di rimpatrio, il prefetto ne dà notizia al questore competente che sospende eventuali provvedimenti a carico. Se l’interessato però si sottrae al programma di rimpatrio, il questore ne ordina l’accompagnamento immediato alla frontiera.

 

Lettera e), f) e g).

 

Le disposizioni sul rimpatrio assistito non si applicano se c’è rischio di fuga o se l’interessato è già stato raggiunto da provvedimenti di espulsione o se sia destinatario di un provvedimento di estradizione o di un mandato di arresto europeo.

 

Lettera g) bis. Minori.

 

Il permesso di soggiorno può essere rilasciato per motivi di studio o lavoro ai minori non accompagnati, previo parere del Comitato per i minori stranieri.

 

Articolo 4.

 

Il giudice di pace è competente sui reati legati all’inottemperanza ai provvedimenti che dispongono il termine per la partenza volontaria e all’ordine del questore di lasciare il territorio nazionale.

Stalking e condominio

Scritto da: Andrea Mandolesi
27 Giugno 2011

 

L’oramai famoso reato di Stalking, così come disciplinato e punito dall’articolo 612-bis, dal titolo “atti persecutori”, recita testualmente: salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

 

Con la recentissima sentenza della suprema corte (25.05.2011, n. 20895), il cosiddetto reato di stalking, che generalmente troviamo applicato a relazioni interpersonali, soprattutto di coppia, pare trovare una sua collocazione anche all’interno del condominio: deve essere punito, infatti, chi molesta ripetutamente i condomini di un edificio provocando agli stessi un forte stato di ansia.

 

Con la richiamata sentenza, la corte di legittimità ha precisato che, ai fini del riconoscimento del reato in parola, non è necessario che il comportamento persecutorio sia tenuto verso una stessa persona, ben potendo riguardare, ad esempio, più persone non direttamente oggetto degli stessi atti persecutori (come appunto i singoli condomini).

 

La condotta criminosa, idonea ad integrare il reato in commento, consiste nella ripetizione di atti qualificati persecutori: la minaccia rivolta nei confronti di una sola persona può coinvolgerne altre o, in ogni caso, costituire molestia, come nella ipotesi di chi minacci “d’abitudine ogni persona attendendo ogni mattina nello stesso posto un mezzo di trasporto per recarsi al lavoro”.

 

In base all’interpretazione della Corte è “ineludibile l’implicazione che l’offesa arrecata ad una persona per la sua appartenenza ad un genere turbi di per sé ogni altra che faccia parte dello stesso genere”. E “se la condotta è reiterata indiscriminatamente contro talaltra, perché vive nello stesso luogo privato, sì da esserne per questa ragione occasionalmente destinataria come la precedente persona minacciata o molestata, il fatto genere all’evidenza turbamento in entrambe”.

 

La sentenza richiamata precisa come debba essere considerata anche l’ansia nonché il turbamento che una condotta persecutoria può generare nei confronti dei singoli condomini anche qualora questi non siano direttamente oggetto degli stessi atti persecutori.

 

E’ sufficiente, quindi, ai fini di una pronuncia di condanna che qualcuno ponga in essere atti persecutori in modo da cagionare un perdurante stato di paura o, comunque, un fondato timore di pericolo per l’incolumità propria o di persone prossime, o ancora la costrizione al cambiamento delle proprie abitudini di vita.