La riforma Orlando

Scritto da: Andrea Mandolesi
3 Agosto 2017

E’ in vigore da oggi, 3 agosto 2017, la Legge 23 giugno 2017, n. 103, cosiddetta riforma Orlando, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 154 del 4 luglio 2017.

Il provvedimento introduce modifiche di grande rilievo nell’ordinamento penale, sia sul piano del diritto sostanziale sia su quello del diritto processuale; alcune delle novità entrano in vigore fin da subito (il 30° giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta, vale a dire dal 3 agosto), altre invece sono oggetto di specifiche deleghe che dovranno essere attuate dal Governo.

Ecco le principali novità:

Diritto penale sostanziale: la riforma introduce una nuova causa estintiva dei reati, modifica il regime della prescrizione dei reati e inasprisce il trattamento sanzionatorio per i reati di furto, rapina e scambio elettorale politico-mafioso:

Estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie: nei reati perseguibili a querela il giudice può dichiarare l’estinzione del reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente il danno con le restituzioni o il risarcimento e ha eliminato, ove possibile le conseguenze dannose o pericolose del reato.

Inasprimento di pene per alcuni reati contro il patrimonio: è previsto l’aumento dei minimi edittali delle pene detentive e un aumento delle pene pecuniarie per i reati di furto in abitazione e scippo (art. 624-bis c.p.), rapina (art. 628), oltre ad una serie di modifiche in tema di circostanze aggravanti; sono aumentate le pene per il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.), che sarà punito con la reclusione da 6 a 12 anni.

Riforma della disciplina della prescrizione: queste alcune delle novità introdotte, che per espressa previsione si applicano solo ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge:

  1. la decorrenza dei termini di prescrizione per alcuni reati in danno di minori (maltrattamenti in famiglia, tratta di persone, sfruttamento sessuale, violenza sessuale) scatta al compimento del diciottesimo anno di età della vittima, salvo che l’azione penale non sia stata esercitata in precedenza (nel qual caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato);
  2. sospensione della prescrizione: è introdotta una nuova ipotesi di sospensione, legata alla sentenza di condanna in primo grado: il termine di prescrizione resta sospeso fino al deposito della sentenza di appello, e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi; dopo la sentenza di condanna in appello, il termine resta sospeso fino alla pronuncia della sentenza definitiva e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi.
  3. In caso di assoluzione dell’imputato in secondo grado, ovvero di annullamento della sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o di dichiarazione di nullità della decisione, con conseguente restituzione degli atti al giudice ai sensi dell’articolo 604 c.p.p. i periodi di sospensione di un anno e sei mesi (per il giudizio d’appello) e di un anno e sei mesi (per il giudizio di Cassazione) vengano ricomputati ai fini del calcolo del termine di prescrizione.
  4. Anche l’interrogatorio reso alla polizia giudiziaria su delega del P.M. determinerà l’interruzione del corso della prescrizione.
  5. L’interruzione della prescrizione ha effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato, mentre la sospensione solo per gli imputati nei cui confronti si sta procedendo.
  6. L’interruzione della prescrizione non può comportare l’aumento di più della metà del tempo necessario a prescrivere anche per le principali fattispecie di reati contro la pubblica amministrazione.

La legge contiene anche la delega al Governo per la modifica del codice penale, riguardo ai seguenti istituti:

Regime di procedibilità di alcuni reati: prevista la procedibilità a querela dell’offeso per i reati contro la persona puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a 4 anni, eccetto nei seguenti casi:

a. delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) e reati contro il patrimonio;

b. quando la persona offesa è incapace per età o per infermità;

c. quando ricorrono particolari circostanze aggravanti;

d. nei reati contro il patrimonio, quando il danno arrecato alla persona sia di rilevante gravità.

Riforma delle misure di sicurezza personali: tra le novità si segnalano l’espressa previsione del principio di irretroattività nell’applicazione delle misure ed una revisione il regime del c.d. doppio binario (applicazione congiunta di pena e misure di sicurezza), al fine di recare il minor sacrificio possibile della libertà personale.

Riforma del casellario giudiziale, alla luce delle modifiche normative intervenute a livello azionale e europeo in materia di protezione dei dati personali: gli obiettivi da perseguire sono la semplificazione e la riduzione degli adempimenti amministrativi; tra le modifiche previste c’è l’eliminazione delle iscrizioni al fine di adeguarli alla attuale durata media della vita umana e l’eliminazione dell’iscrizione dei provvedimenti applicativi della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto; sono inoltre ridefiniti i limiti temporali per l’eliminazione delle iscrizioni di condanne per fatti di modesta entità.

Diritto processuale: la riforma interviene, fra gli altri, sulla disciplina della incapacità dell’imputato a partecipare al processo, del domicilio eletto, delle indagini preliminari (in particolare in materia di intercettazioni), e dell’archiviazione.

Di seguito, i punti più significativi:

  1. definizione del procedimento per incapacità dell’imputato: vengono distinte le ipotesi a seconda che l’incapacità sia reversibile oppure irreversibile: se, a seguito degli accertamenti svolti, risulta che lo stato mentale dell’imputato è tale da impedire la cosciente partecipazione al procedimento in modo irreversibile, il giudice, revocata l’eventuale ordinanza di sospensione del procedimento, pronuncia sentenza di non luogo a procedere o sentenza di non doversi procedere (salvo che ricorrano i presupposti per l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dalla confisca).
  2. Comunicazione del domicilio eletto: in caso di elezione di domicilio presso il difensore d’ufficio, deve essere comunicato all’autorità procedente, insieme alla dichiarazione di elezione, anche l’assenso del difensore domiciliatario.

Indagini preliminari:

- la persona offesa dal reato potrà chiedere informazioni sullo stato del procedimento penale nel quale ha presentato la denuncia o la querela, decorsi 6 mesi dalla presentazione della denuncia; le informazioni potranno essere rese a condizione che ciò non pregiudichi il segreto investigativo;

- disciplina degli accertamenti tecnici non ripetibili: qualora, prima del conferimento dell’incarico al consulente da parte del P.M., la persona indagata formuli riserva di promuovere incidente probatorio, la riserva perde efficacia se l’incidente non è effettivamente richiesto entro 10 giorni;

- allo scadere del termine di durata massima delle indagini preliminari il P.M. dovrà decidere entro 3 mesi se chiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale, così obbligando il P.M. ad assumere una posizione rispetto alla notizia di reato; in caso contrario l’indagine sarà avocata dal procuratore generale presso la corte d’appello;

- passa da 10 a 20 giorni il termine concesso alla persona offesa per opporsi alla richiesta di archiviazione e chiedere la prosecuzione delle indagini;

- anche per il furto in abitazione o con strappo, oltre che per i delitti commessi con violenza alla persona, il P.M. dovrà notificare all’offeso la richiesta di archiviazione concedendogli 30 giorni (non più 20) per opporsi;

- modifiche al procedimento di archiviazione: nel caso in cui non accolga la richiesta di archiviazione, il giudice dovrà fissare entro 3 mesi la data dell’udienza in camera di consiglio; successivamente all’udienza dovrà provvedere sulle richieste entro il termine di 3 mesi nel caso in cui non ritenga necessarie ulteriori indagini;

- disciplina della nullità del provvedimento di archiviazione: il decreto di archiviazione è nullo se emesso in mancanza dell’avviso alla persona offesa, prima della scadenza del termine entro cui la parte offesa può prendere visione degli atti, o prima della presentazione dell’atto di opposizione. In caso di nullità, l’interessato avrà 15 giorni per proporre reclamo dinanzi al tribunale in composizione monocratica; il tribunale, se il reclamo è fondato, annulla il provvedimento e ordina la restituzione degli atti al giudice che ha emesso il provvedimento. In caso contrario, è prevista la condanna della parte privata che ha proposto il reclamo al pagamento delle spese del procedimento, e, nel caso di inammissibilità anche a quello di una somma in favore della cassa delle ammende;

- il termine entro il quale il P.M. chiede il rinvio a giudizio decorre dal provvedimento di iscrizione nel registro delle notizie di reato.

Disciplina dell’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere:

1) la sentenza emessa in sede di udienza preliminare sarà impugnabile in appello, anziché direttamente in cassazione;

2) la corte d’appello decide sull’impugnazione con rito camerale partecipato;

3) il ricorso per cassazione contro la sentenza di non luogo a procedere pronunciata in appello può essere presentato dall’imputato e dal P.G. presso la corte d’appello per i soli motivi di cui alle lettere a), b) e c) dell’art. 606 c.p.p.;

4) sull’impugnazione della sentenza di appello decide la Corte di Cassazione in camera di consiglio.

Requisiti della sentenza: la sentenza dovrà indicare anche i risultati acquisiti ed i criteri di valutazione della prova adottati avendo riguardo:

a. all’accertamento dei fatti e alle circostanze relative all’imputazione e alla loro qualificazione giuridica;

b. alla punibilità e alla determinazione della pena e della misura di sicurezza;

c. alla responsabilità civile da reato;

d. all’accertamento dei fatti dai quali dipende l’applicazione di norma processuali.

Modifiche in materia di riti speciali: sono previste novità in tema di giudizio abbreviato e sentenze di patteggiamento.

Giudizio abbreviato:

- se la richiesta dell’imputato è presentata subito dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede soltanto dopo che sia decorso l’eventuale termine (massimo 60 giorni) chiesto dal P.M. per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa; in questo caso l’imputato potrà revocare la richiesta di giudizio abbreviato;

- la richiesta di giudizio abbreviato in udienza preliminare comporta la sanatoria delle eventuali nullità (non assolute) e la non rilevabilità delle inutilizzabilità (eccetto quelle derivanti da un divieto probatorio) e la preclusione a sollevare questioni sulla competenza territoriale del giudice;

- in caso di richiesta subordinata ad integrazione probatoria, che venga poi negata dal giudice, l’imputato può chiedere che il processo sia comunque definito all’udienza preliminare o chiedere il patteggiamento;

- riduzione di pena: se il rito abbreviato riguarda un delitto è confermata la diminuzione della pena di un terzo; se invece si tratta di contravvenzione, la pena è ridotta alla metà.

Sentenze di patteggiamento: correzione di errori materiali e impugnazione:

- quando nella sentenza di patteggiamento occorre correggere soltanto la specie o la quantità della pena a seguito di errore nella denominazione o nel computo, vi provvede lo stesso giudice che ha emesso la sentenza;

- in caso di impugnazione del provvedimento da parte del P.M. alla rettifica provvede la Corte di Cassazione senza bisogno di pronunciare annullamento della sentenza;

- il ricorso per Cassazione da parte del P.M. e dell’imputato contro la sentenza che accoglie il patteggiamento può essere presentato soltanto per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato (vizi della volontà), al difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, all’erronea qualificazione del fatto e alla illegalità della pena o delle misure di sicurezza applicate.

Ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie:

- il valore di un giorno di pena detentiva è ridotto da 250 a 75 euro;

- una norma speciale sul ragguaglio è prevista per il procedimento per decreto penale di condanna: il valore giornaliero non può essere inferiore alla somma di euro 75 e non può superare di tre volte tale ammontare.

Disciplina delle impugnazioni: la legge introduce rilevanti novità anche in tema di impugnazioni penali:

a. l’impugnazione può essere proposta personalmente dall’imputato purché non si tratti di ricorso per cassazione;

b. l’atto di impugnazione deve contenere, a pena d’inammissibilità, anche l’indicazione delle prove delle quali si deduce l’inesistenza o l’omessa o erronea valutazione;

c. casi d’appello: è prevista l’inappellabilità anche delle sentenze di proscioglimento relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda o con una pena alternativa;

d. è reintrodotto il c.d. concordato sui motivi in appello: le parti potranno concludere un accordo sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi d’appello, da sottoporre al giudice d’appello, che deciderà in merito in camera di consiglio;

e. Sono esclusi dall’ambito di applicazione del concordato i procedimenti per i delitti di cui all’art. 51, co. 3-bis e 3-quater, per i reati sessuali e i procedimenti contro delinquenti dichiarati abituali, professionali o per tendenza;

f. Se l’accordo comporta una rideterminazione della pena, anche la nuova pena dovrà essere concordata tra le parti e sottoposta al giudice: se il giudice decide di non accogliere il concordato tra le parti, ordina la citazione a comparire al dibattimento; la richiesta e la rinuncia perdono effetto ma potranno essere riproposte nel dibattimento;

g. Il P.G. presso la Corte d’appello dovrà indicare criteri idonei a orientare la valutazione di tutti i P.M. del distretto rispetto al concordato sui motivi in appello;

h. E’ prevista la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale quando l’appello è proposto dal P.M. contro la sentenza di proscioglimento e si basa sulle valutazioni della prova dichiarativa;

Procedimenti dinanzi alla Corte di Cassazione:

- nell’ambito della rimessione del processo penale, in caso di rigetto o inammissibilità della richiesta di rimessione, le parti private che l’hanno richiesta potranno essere condannate a pagare una somma eventualmente aumentata fino al doppio in ragione della causa di inammissibilità del richiesta di rimessione (importi adeguati ogni biennio in base alle variazioni Istat);

- è prevista l’applicazione del rito camerale partecipato anche al ricorso per cassazione avverso provvedimenti cautelari reali;

- inammissibilità del ricorso: nei casi di inammissibilità previsti dall’art. 591 c.p.p., c.1, lett. a), b), c) e d), la Corte dichiara senza formalità di procedura l’inammissibilità del ricorso; sempre senza formalità la Cassazione può dichiarare l’inammissibilità del ricorso contro la sentenza di patteggiamento e contro la sentenza che accoglie il concordato sui motivi in appello;

- se il giudice d’appello conferma la sentenza di proscioglimento, il ricorso per cassazione è possibile solo per i vizi di cui all’art. 606, lettere a), b) e c) c.p.p.;

- la parte non potrà provvedere personalmente alla presentazione del ricorso per cassazione;

- in caso di inammissibilità del ricorso, la sanzione pecuniaria può essere aumentata fino al triplo in ragione della causa di inammissibilità del ricorso, con adeguamento biennale degli importi;

- rimessione dei ricorsi alle Sezioni Unite: le sezioni semplici potranno disporre la rimessione alle Sezioni Unite anche quando non concordino con un principio di diritto già enunciato dalle SS.UU. ma non condiviso dai giudici della sezione; le SS.UU. possono enunciare il principio di diritto anche d’ufficio, quando il ricorso sia stato dichiarato inammissibile per una causa sopravvenuta;

- la Cassazione può procedere all’annullamento della decisione senza rinvio della causa al giudice di merito se non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto e, quanto alla rideterminazione della pena, se può essere effettuata sulla base delle statuizioni del giudice di merito;

- in tema di ricorso straordinario per la correzione dell’errore materiale o di fatto, la rilevazione d’ufficio dell’errore può essere effettuata senza formalità, ma entro 90 giorni dalla deliberazione.

Modifiche alle norme di attuazione del c.p.p. e all’organizzazione dell’ufficio del P.M.

- informazioni sull’azione penale relativa ai reati ambientali: quando esercita l’azione penale per i reati previsti nel codice dell’ambiente o per i reati comunque comportanti un pericolo o un pregiudizio per l’ambiente, il P.M., nell’informare il Ministero dell’ambiente e la Regione interessata, deve dare notizia dell’imputazione;

- fra i processi ai quali deve essere assicurata prioritaria trattazione sono inseriti anche quelli relativi ai delitti di corruzione.

Riorganizzazione dell’ufficio del pubblico ministero: tra le funzioni del procuratore della Repubblica è inserita anche quella di assicurare l’osservanza delle norme relative all’iscrizione delle notizie di reato ne registro.

Disciplina della partecipazione al dibattimento a distanza: la partecipazione a distanza diviene la regola nei seguenti casi:

1. quando la persona si trova in carcere per uno dei delitti di cui agli artt. 51, comma 3- bis, e 407, c.2, lett. a) n. 4) c.p.p. (la partecipazione a distanza si applica anche alle udienze civili);

2. quando la persona è ammessa a misure di protezione la presenza fisica in udienza può comunque essere prevista dal giudice con decreto motivato (mai però per i detenuti soggetti alle misure di detenzione speciale di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario).

3. Fuori dalle ipotesi obbligatorie, la partecipazione a distanza può essere disposta dal giudice, con decreto motivato, anche quando vi siano ragioni specifiche di sicurezza o quando il dibattimento sia particolarmente complesso o debba essere assunta la testimonianza di un recluso.

Delega al Governo per la riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario

La legge delega il Governo ad intervenire sulla materia della disciplina delle intercettazioni.

Queste le principali novità che dovranno essere attuate con uno o più decreti legislativi:

- operazioni captative: nella selezione del materiale da inviare al giudice a sostegno della richiesta di misura cautelare, il P.M. dovrà assicurare anche la riservatezza degli atti contenenti registrazioni di conversazioni o comunicazioni informatiche o telematiche inutilizzabili a qualunque titolo o contenenti dati sensibili non pertinenti all’accertamento delle responsabilità penali o irrilevanti ai fini delle indagini perché riferiti esclusivamente a fatti o circostanze ad esse estranei;

- gli atti non allegati a sostegno della richiesta di misura cautelare dovranno essere custoditi in apposito archivio riservato, con facoltà di esame e ascolto ma non di copia, da parte dei difensori delle parti e del giudice, fino al momento della conclusione della procedura ex art. 268, cc. 6 e 7, c.p.p;

- venuto meno in quel momento il divieto di pubblicazione di cui all’art. 114, c. 1, c.p.p., i difensori delle parti possono ottenere copia degli atti e trascrizione delle intercettazioni ritenuti rilevanti dal giudice o il cui rilascio sia stato autorizzato dal giudice nella fase successiva alla conclusione delle indagini preliminari;

- ai fini della richiesta di giudizio immediato o del deposito successivo all’avviso di conclusione delle indagini, il P.M., quando rilevi che tra gli atti sono presenti registrazioni di conversazioni o comunicazioni informatiche o telematiche inutilizzabili per le ragioni sopra indicate, dovrà chiederne lo stralcio (qualora la procedura non si sia già svolta);

- è prevista l’introduzione di una nuova fattispecie di reato volta a punire la diffusione del contenuto di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni telefoniche captate fraudolentemente, con finalità di recare danno alla reputazione; la punibilità è esclusa quando le registrazioni o le riprese sono utilizzate nell’ambito di un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca;

- la delega prevede inoltre la semplificazione dell’impiego delle intercettazioni nei procedimenti per i reati più gravi contro la pubblica amministrazione;

- immissione di captatori informatici (cd. Trojan) in dispositivi elettronici portatili: sarà prevista una specifica disciplina così articolata:

- l’attivazione del microfono deve avvenire solo in conseguenza di apposito comando inviato da remoto e non con il solo inserimento del captatore informatico, nel rispetto dei limiti stabiliti nel decreto autorizzativo del giudice;

- la registrazione audio sarà avviata dalla polizia giudiziaria o dal personale tecnico incaricato, su indicazione della p.g., che dovrà indicare ora di inizio e fine della registrazione e darne atto nel verbale descrittivo delle modalità di effettuazione delle operazioni;

- l’attivazione del dispositivo sarà sempre ammessa quando si procede per i delitti ex art. 51, commi 3-bis e 3-quater c.p.p.; fuori da tali casi, nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. soltanto se sia in corso l’attività criminosa, nel rispetto dei requisiti previsti per le intercettazioni telefoniche;

- il decreto autorizzativo del giudice deve indicare le ragioni che rendono necessaria questa specifica modalità di intercettazione ai fini delle indagini;

- il trasferimento delle registrazioni deve avvenire soltanto verso il server della Procura e al termine della registrazione il captatore informatico deve essere disattivato e reso definitivamente inutilizzabile su indicazione del personale di p.g. operante;

- è previsto l’utilizzo solo di di programmi informatici conformi ai requisiti tecnici stabiliti con apposito decreto ministeriale;

- quando ricorrano concreti casi di urgenza specificamente indicati che rendano impossibile la richiesta al giudice, solo per i delitti di cui all’art. 51, c. 3-bis e 3-quater c.p.p., il P.M. potrà disporre l’utilizzo di captatori, salvo convalida del giudice entro 48 ore;

- i risultati delle intercettazioni ottenuti tramite impiego di trojan potranno essere utilizzati a fini di prova soltanto dei reati oggetto del provvedimento autorizzativo; potranno essere utilizzati in procedimenti diversi solo se indispensabili per l’accertamento di reati per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza ex art. 380 c.p.p.;

- i risultati di intercettazioni che abbiano coinvolto occasionalmente soggetti estranei ai fatti per cui si procede non potranno essere in alcun modo conoscibili, divulgabili e pubblicabili.

Delega per la riforma del regime delle impugnazioni: la delega affidata al Governo dovrà attuare le seguenti previsioni:

nei procedimenti di competenza del giudice di pace il ricorso per cassazione sarà consentito solo per violazione di legge delle sentenze emesse in grado di appello;

il procuratore generale presso la corte di appello potrà appellare soltanto nei casi di avocazione e di acquiescenza del p.m. presso il giudice di primo grado;

il p.m. sarà legittimato ad appellare avverso la sentenza di condanna solo quando abbia modificato il titolo del reato o abbia escluso la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o che stabilisca una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato;

l’imputato sarà legittimato ad appellare avverso le sentenze di proscioglimento emesse nel dibattimento, salvo che siano pronunciate con le formule “il fatto non sussiste” o “l’imputato non lo ha commesso”.

Delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario: il disegno di legge contiene infine anche la delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario, che dovrà ispirarsi, fra gli altri, ai seguenti criteri e principi direttivi:

- semplificazione delle procedure per le decisioni del magistrato e del tribunale di sorveglianza, anche con la previsione del contraddittorio differito ed eventuale, fatta eccezione per le decisioni riguardanti la revoca delle misure alternative alla detenzione;

- revisione di modalità e presupposti di accesso alle misure alternative e delle preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari;

- previsione di attività di giustizia riparativa;

- aumento di opportunità di lavoro retribuito intramurario ed esterno e di attività di volontariato;

- interventi a tutela delle donne recluse e delle detenute madri.

Tagliandi: solo auto?

Scritto da: Andrea Mandolesi
30 Gennaio 2017

Come ben ricorderanno i nostri fedelissimi lettori, il quesito posto dallo scrivente nel maggio 2010 era il seguente:

“durante i 2 anni di garanzia previsti ex lege di un’autovettura, il consumatore è obbligato ad effettuare i periodici tagliandi presso il rivenditore ufficiale o, invece, potrà rivolgersi anche ad altre officine, purché qualificate? E se dovesse rivolgersi ad altra officina (non ufficiale), avrebbe ugualmente diritto alla copertura in garanzia?”

Ebbene, viste le numerose richieste di chiarimenti pervenute alla nostra attenzione, con precipuo riferimento alla possibilità o meno di estendere la normativa di riferimento anche alle due ruote, riportiamo il nostro pensiero sull’argomento, che, ovviamente, non ha la pretesa di essere da tutti condiviso.

Secondo il richiamato Regolamento 1400 e il D.Lgs. 24/2002, aventi la finalità primaria della tutela del consumatore, il consumatore può scegliere la soluzione più conveniente per lui, beneficiando della concorrenza tra le officine delle reti ufficiali delle case costruttrici e quelle indipendenti, purché siano qualificate.

In buona sostanza, il consumatore può rivolgersi dove meglio crede per la manutenzione ordinaria, purché l’officina sia qualificata ai sensi del Regolamento Europeo 1400/02, e sia in grado di rilasciare un’adeguata certificazione di conformità dei lavori eseguiti, che dimostri che gli stessi sono conformi alle prescrizioni della casa.

Tornando al nostro quesito, sembra che la legislazione nazionale ed europea si riferisca unicamente ad accordi di settore (quello automobilistico), il cui scopo è quello di garantire una sana concorrenza all’interno del mercato comunitario, salvaguardando, altresì, l’interesse primario del consumatore.

In buona sostanza, prima facie, i richiamati regolamenti comunitari sembrano non essere applicabili al mondo delle ruote, trattandosi di accordi relativi al solo settore automobilistico.

Dimenticanza o precisa volontà da parte dei legiferanti?

Seguendo letteralmente la normativa comunitaria esistente in materia, il consumatore “dovrebbe” far eseguire la manutenzione programmata della propria moto esclusivamente presso un’officina della casa madre.

Ciò, si evince seguendo il tenore letterale della normativa di riferimento, rispetto al quale non possiamo che essere in disaccordo.

Infatti, anche nel caso di tagliandi e manutenzioni eseguite sui motocicli, è lecito aspettarsi che non vi siano differenze di trattamento (e soprattutto di conseguenze) rispetto alle agevolazioni di cui, invece, può beneficiare il consumatore del settore auto.

Ciò è vero, a mio avviso, da un lato, per una maggiore salvaguardia dello stesso consumatore, che non solo a livello comunitario ma anche statale riveste primaria tutela.

Dall’altro, l’impasse potrebbe essere comunque risolta attraverso il ricorso allo strumento dell’analogia che, come noto, consentirebbe di ritenere applicabili quelle norme regolamentari che disciplinano la materia (in maniera più favorevole al consumatore), anche al proprietario di una “banale” motocicletta (l’analogia è “quel procedimento mediante il quale l’interprete del diritto, qualora vi sia una lacuna, ovvero quando un caso o una materia non siano espressamente disciplinati, applica le norme previste per casi simili o materie analoghe”).

Ovviamente, come ribadito nel nostro articolo del 2010, deve trattarsi di officine autorizzate e qualificate ai sensi del Regolamento Europeo 1400/02, quindi in grado di rilasciare un’adeguata certificazione di conformità dei lavori eseguiti, che dimostri che gli interventi eseguiti sono conformi alle prescrizioni della casa.

Per questo, nonostante le difficoltà interpretative sopra dette, ritengo che esista, anche per le motociclette, il diritto del consumatore ad eseguire le manutenzioni presso qualunque officina, purché qualificata.

La sospensione del procedimento penale

Scritto da: Andrea Mandolesi
21 Dicembre 2015

La legge n. 67 del 28 aprile 2014 intitolata “Deleghe al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 100 del 2 maggio 2014, introduce rilevanti novità sotto il profilo dell’esecuzione delle pene.

La ratio del richiamato intervento legislativo è da individuarsi nella necessità, da un lato, di deflazionare il carico dei processi dibattimentali pendenti, dall’altro, di diminuire il flusso carcerario “in entrata” eventualmente derivante dalle esecuzioni delle pene detentive, prevedendo definizioni processuali alternative alla sentenza di condanna, che siano al contempo adeguate e proporzionate alla commissione di fatti penalmente rilevanti caratterizzati da contenuta offensività.

La nuova legge, mutuando l‘istituto della messa alla prova in campo minorile, introduce il nuovo istituto anche nei procedimenti a carico di soggetti maggiorenni per fatti commessi dopo il compimento della maggiore età. L’imputato, pertanto, potrà liberamente scegliere di definire la propria vicenda processuale con una pronuncia a sé favorevole, attraverso un percorso di messa alla prova.

In buona sostanza, l’imputato potrà chiedere, dopo l’esercizio dell’azione penale, la sospensione del procedimento con messa alla prova se si procede per reati punti con la sola pena pecuniaria ovvero per reati puniti con pena detentiva (sola o congiunta o alternativa a pena pecuniaria) non superiore nel massimo a quattro anni nonché per delitti di cui all’art. 550 comma 2 c.p.

Si badi bene, inoltre, come la richiesta di “messa alla prova” potrà essere proposta, oralmente o per iscritto, fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli articoli 421 e 422 o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio.

Peraltro, poiché l’ambito di ammissibilità della messa alla prova è determinato con riferimento al limite edittale della pena detentiva, oltre ai reati per i quali la legge prevede la competenza del tribunale in composizione monocratica, la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova è altresì ammessa per i reati puniti con pena edittale non superiore a quattro anni demandati alla competenza del giudice in composizione collegiale.

Ovviamente, la richiesta sarà altresì ammissibile nei procedimenti di competenza del giudice di pace.

Oltre al limite edittale della pena, ulteriore condizione oggettiva prevista dalla legge si ricava dalla previsione contenuta nell’articolo 3 della legge, per il quale la sospensione non può essere concessa più di una volta: detta preclusione è quindi prevista a prescindere dall’esito positivo o non positivo della prova e la sua concreta operatività è ovviamente subordinata alla reale circolazione del relativo dato.

Per quanto concerne, invece, i requisiti soggettivi, la legge in parola prevede che la sospensione non possa applicarsi a quei soggetti che siano stati dichiarati delinquenti o contravventori abituali o professionali o per tendenza.

Non solo.

La normativa prevede, quale ulteriore condizione necessaria affinché possa disporsi la sospensione del processo, che il giudice possa, non solo valutare positivamente l’idoneità del programma trattamentale, ma anche che possa formulare, nei confronti dell’imputato un giudizio prognostico favorevole in ordine alla circostanza che lo stesso si asterrà, in futuro, dal commettere ulteriori reati, potendosi ritenere occasionale il fatto-reato per cui si procede.

La messa alla prova, secondo le previsioni di cui all’art. 168 bis, commi 2 e 3 c.p., comporta, in via obbligatoria:

1. la prestazione di condotte volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché ove possibile il risarcimento del danno;

2. l’affidamento dell’imputato al servizio sociale per lo svolgimento di un preciso programma;

3. la prestazione di lavoro di pubblica utilità, da intendersi quale prestazione non retribuita da svolgersi per un tempo non inferiore a dieci giorni presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le aziende sanitarie o presso enti, anche internazionali.

Da ultimo, per quanto riguarda gli effetti della sospensione del procedimento con messa alla prova, si osserva che, durante il periodo di sospensione, il corso della prescrizione del reato rimarrà sospeso.

Mentre, in caso di esito positivo della messa alla prova, si estingue il reato (ma non le sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge.

Riforma difese d’ufficio

Scritto da: Andrea Mandolesi
11 Febbraio 2015

 

Come noto agli addetti ai lavori, il decreto legislativo n. 6 del 30/01/2015, ha previsto nuove e importanti modifiche in materia di riordino della disciplina della difesa d’ufficio, a norma dell’articolo 16 della riforma forense (legge n. 247 del 31 dicembre 2012).

 

Le nuove disposizioni prevedono, innanzitutto, che l’elenco dei difensori d’ufficio, fino ad oggi gestito direttamente da ciascun consiglio dell’ordine circondariale, venga unificato su base nazionale attribuendo al Consiglio nazionale forense la competenza in ordine alle iscrizioni e al necessario periodico aggiornamento.

 

Infatti, al fine di assicurare la qualificazione professionale, vengono introdotti criteri decisamente più rigorosi per l’iscrizione all’elenco: sono richiesti dei veri e propri corsi di aggiornamento e un esame finale.

 

Ne deriva come non sia più prevista, diciamo finalmente, la possibilità per il “neo avvocato” di sperimentare sulla pelle altrui (quella dell’ignaro cliente) la propria capacità difensiva penale. Insomma, il “potere” di farsi le ossa pur non avendo ancora raggiunto quella esperienza “in udienza” che un simile compito dovrebbe invece certamente possedere.

 

Oggi, infatti, sarà necessario avere una pregressa esperienza professionale di almeno 5 anni in materia penale idonea a consentire l’iscrizione. Oppure, in alternativa, sarà richiesto il requisito del conseguimento del titolo di specialista in diritto penale, la cui regolamentazione attuativa è in via di completamento.

 

La riforma stabilisce, altresì, che il Consiglio nazionale forense provveda sulla richiesta d’iscrizione, previo parere del locale Consiglio dell’ordine, e che, ai fini del mantenimento dell’iscrizione, sia necessario presentare periodicamente la documentazione atta a dimostrare l’effettiva e persistente esperienza nel settore penale da parte dell’iscritto.

 

Peraltro, al precipuo fine di assicurare l’idonea stabilità nell’esercizio della funzione, è previsto che il professionista non possa chiedere la cancellazione dall’elenco prima di due anni dall’avvenuta iscrizione.

 

Da ultimo, si segnala che, in via transitoria, i professionisti attualmente iscritti agli elenchi tenuti dai locali consigli dell’ordine siano iscritti automaticamente all’elenco nazionale con onere di dimostrare, alla scadenza del periodo di un anno dalla data di entrata in vigore del decreto, la presenza dei requisiti richiesti dalla nuova disciplina per il mantenimento dell’iscrizione.

 

 

Di seguito il testo del decreto:

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;

Visto l’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400;

Vista la legge 31 dicembre 2012, n. 247, recante nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense;

Visto, in particolare, l’articolo 16 della citata legge n. 247 del 2012 che ha delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo recante il riordino della materia relativa alla difesa d’ufficio, in base ai criteri direttivi rappresentati dalla previsione dei criteri e delle modalità di accesso a una lista unica, mediante indicazione dei requisiti che assicurino la stabilità e la competenza della difesa tecnica d’ufficio;

Sentito il Consiglio nazionale forense, che ha emesso il relativo parere nella seduta del 20 giugno 2014;

Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 30 ottobre 2014

Acquisiti i pareri delle competenti commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 29 gennaio 2015;

Sulla proposta del Ministro della giustizia;

Emana

il seguente decreto legislativo:

 

Art. 1

Modifiche all’articolo 29 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale.

1. All’articolo 29 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) i commi 1 e 1-bis sono sostituiti dai seguenti:

«1. Il Consiglio nazionale forense predispone e aggiorna, con cadenza trimestrale, l’elenco alfabetico degli avvocati iscritti negli albi, disponibili ad assumere le difese d’ufficio.

1-bis. L’inserimento nell’elenco di cui al comma 1 e’ disposto sulla base di almeno uno dei seguenti requisiti:

a) partecipazione a un corso biennale di formazione e aggiornamento professionale in materia penale, organizzato dal Consiglio dell’ordine circondariale o da una Camera penale territoriale o dall’Unione delle Camere penali, della durata complessiva di almeno 90 ore e con superamento di esame finale;

b) iscrizione all’albo da almeno cinque anni ed esperienza nella materia penale, comprovata dalla produzione di idonea documentazione;

c) conseguimento del titolo di specialista in diritto penale, secondo quanto previsto dall’articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.»;

b) dopo il comma 1-bis sono inseriti i seguenti:

«1-ter. La domanda di inserimento nell’elenco nazionale di cui al comma 1 e’ presentata al Consiglio dell’ordine circondariale di appartenenza, che provvede alla trasmissione degli atti, con allegato parere, al Consiglio nazionale forense. Avverso la decisione di rigetto della domanda e’ ammessa opposizione ai sensi dell’articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199.

1-quater. Ai fini della permanenza nell’elenco dei difensori d’ufficio sono condizioni necessarie:

a) non avere riportato sanzioni disciplinari definitive superiori all’ammonimento;

b) l’esercizio continuativo di attivita’ nel settore penale comprovato dalla partecipazione ad almeno dieci udienze camerali o dibattimentali per anno, escluse quelle di mero rinvio.

1-quinquies. Il professionista iscritto nell’elenco nazionale deve presentare, con cadenza annuale, la relativa documentazione al Consiglio dell’ordine circondariale, che la inoltra, con allegato parere, al Consiglio nazionale forense. In caso di mancata presentazione della documentazione, il professionista e’ cancellato d’ufficio dall’elenco nazionale.

1-sexies. I professionisti iscritti all’elenco nazionale non possono chiedere la cancellazione dallo stesso prima del termine di due anni.».

Art. 2

Disposizione transitoria

1. Gli iscritti negli elenchi dei difensori d’ufficio predisposti dai Consigli dell’ordine circondariali sono iscritti automaticamente, dalla data di entrata in vigore del presente decreto, nell’elenco nazionale previsto dall’articolo 29, comma 1, delle disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale. Alla scadenza del termine di un anno, il professionista che intenda mantenere l’iscrizione deve presentare la documentazione prevista dall’articolo 29, comma 1-quater, delle disposizioni medesime.

Art. 3

Modifiche all’articolo 97 del codice di procedura penale

1. Il comma 2 dell’articolo 97 del codice di procedura penale e’ sostituito dal seguente:

«2. Il difensore d’ufficio nominato ai sensi del comma 1 e’ individuato nell’ambito degli iscritti all’elenco nazionale di cui all’articolo 29 delle disposizioni di attuazione. I Consigli dell’ordine circondariali di ciascun distretto di Corte d’appello predispongono, mediante un apposito ufficio centralizzato, l’elenco dei professionisti iscritti all’albo e facenti parte dell’elenco nazionale ai fini della nomina su richiesta dell’autorita’ giudiziaria e della polizia giudiziaria. Il Consiglio nazionale forense fissa, con cadenza annuale, i criteri generali per la nomina dei difensori d’ufficio sulla base della prossimita’ alla sede del procedimento e della reperibilita’.».

Art. 4

Clausola di invarianza finanziaria

1. Dall’attuazione delle disposizioni del presente decreto non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addi’ 30 gennaio 2015.


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Negoziazione assistita

Scritto da: Andrea Mandolesi
10 Ottobre 2014

Come noto, il decreto legge del 12 settembre 2014, n. 132, recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile, ha apportato modifiche alla disciplina della separazione personale dei coniugi, della cessazione degli effetti civili e dello scioglimento del matrimonio.

Il senso dell’intervento dovrebbe essere quello della semplificazione delle procedure.

In particolare, l’art. 6 entrato in vigore lo scorso 13 settembre 2014 (quindi già perfettamente operativo), introduce la possibilità per i coniugi di richiedere, al posto del “superato” atto di separazione o divorzio, una negoziazione assistita, senza più necessità di rivolgersi al tribunale.

Le modalità dei vari adempimenti da osservare sono state peraltro oggetto di una recente circolare del Ministero dell’Interno che ha tentato di chiarirne gli aspetti più importanti.

Anche alla luce di queste delucidazioni ministeriali è quindi possibile dedurre che:

1) I coniugi potranno decidere di concludere una convenzione di negoziazione assistita da un legale, ad eccezione del caso in cui vi siano figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave oppure economicamente non autosufficienti.

2) Entro il termine di 10 giorni, all’avvocato della parte è fatto obbligo di trasmettere una copia dell’accordo, previa autenticazione, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto.

3) L’accordo deve altresì essere munito delle certificazioni di cui al D.P.R. n. 396/2000.

4) E’ previsto che in caso di violazione dell’obbligo di cui al punto 2), l’avvocato incorra in una sanzione amministrativa pecuniaria da € 5.000 ad € 50.000.

Per ciò che attiene agli effetti degli accordi, si precisa che questi decorreranno dalla data certificata negli accordi stessi e che dovrà essere riportata nelle annotazioni a margine dell’atto di matrimonio e di nascita di entrambi i coniugi ed indicata nella scheda anagrafica individuale degli interessati.

Inviato l’atto termina il lavoro del legale: dopo aver trasmesso la convenzione di negoziaziazione, non è previsto alcun atto di impulso successivo ad opera dell’avvocato stesso.

E’ infatti l’ufficiale dello stato civile colui che deve procedere alla registrazione dei provvedimenti di cui trattasi e alla conseguente annotazione a margine dell’atto di matrimonio e di nascita di entrambi i coniugi ed alla comunicazione in anagrafe per i conseguenti aggiornamenti.

Pertanto, compete sempre all’ufficiale di stato civile del comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, curare l’esatta esecuzione degli adempimenti che discendono dal ricevimento dell’accordo, nei sensi della nuova normativa.

Ad ulteriore chiarimento, ai fini della corretta individuazione dell’ufficiale di stato civile competente, si precisa che il matrimonio iscritto è quello celebrato con rito civile la cui iscrizione avviene nel comune di celebrazione. Il matrimonio trascritto è quello celebrato con rito religioso (concordatario o di altri culti religiosi) la cui trascrizione avviene nel comune di celebrazione, o quello celebrato all’estero la cui trascrizione avviene nel comune di residenza o di iscrizione.

Il divorzio breve

Scritto da: Andrea Mandolesi
31 Maggio 2014

La legge sul divorzio breve è ad un passo dalla approvazione.

Passa alla Camera, infatti, la legge sul divorzio breve che, direi finalmente, riduce drasticamente i tempi dello scioglimento del matrimonio a 12 mesi in caso di contenzioso e a 6 mesi per quelli consensuali.

Intanto, non serviranno più 3 anni dal momento della separazione per chiedere il divorzio. Il termine diventa, infatti, 12 mesi in caso di separazione giudiziale e di 6 mesi per quella consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Se la separazione è giudiziale, il termine decorrerà dalla notifica del ricorso.

Importante ricordare che la legge appena approvata dalla Camera dei Deputati, se riceverà l’ok anche dal Senato, sarà operativa anche per i procedimenti in corso.

Novità, infine, anche con riferimento alla comunione legale dei beni che si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale.

Il decreto svuota carceri

Scritto da: Andrea Mandolesi
14 Marzo 2014

Come noto, è entrato ufficialmente in vigore il cosiddetto decreto svuota carceri, per qualcuno un piccolo indulto.

Diventa legge un provvedimento che dovrebbe sfoltire la presenza nelle carceri, in virtù di alcune misure introdotte nel decreto: in primis, l’acceso al beneficio dell’affidamento in prova al servizio sociale che ora, grazie alla riforma, diventa accessibile anche per i condannati fino ai 4 anni.

Altra novità di rilievo riguarda la liberazione anticipata, che per effetto del decreto appena approvato ha visto uno sconto di pena aumentato a 75 giorni per ogni semestre, invece dei 45 in vigore fino ai giorni scorsi.

Altre novità riguardano l’aumento del ricorso al braccialetto elettronico, l’istituzione di un Garante nazionale dei detenuti, maggiore facilità di espulsione per detenuti stranieri.

Questo il testo del provvedimento:

LEGGE 21 febbraio 2014, n. 10

Conversione in  legge,  con  modificazioni,  del  decreto-legge   23 dicembre 2013, n. 146, recante misure urgenti in tema di  tutela  dei diritti fondamentali dei detenuti e di  riduzione  controllata  della popolazione carceraria. (GU n.43 del 21-2-2014)

Vigente al: 22-2-2014

La Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga

la seguente legge:

Art. 1

1.Il decreto-legge  23  dicembre  2013,  n.  146,  recante  misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e  di riduzione controllata della popolazione carceraria, e’ convertito  in legge con le modificazioni riportate in allegato alla presente legge.

2. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a  quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.   La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.  Data a Roma, addi’ 21 febbraio 2014  NAPOLITANO  Letta,  Presidente  del   Consiglio dei ministri  Alfano, Vicepresidente del Consiglio  dei ministri e Ministro dell’interno  Cancellieri, Ministro della giustizia  Visto, il Guardasigilli: Cancellieri  Allegato  Modificazioni apportate in sede di conversione  al decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146  All’articolo 2:  dopo il comma 1 sono aggiunti i seguenti:  «1-bis. All’articolo 380, comma 2,  lettera  h),  del  codice  di procedura penale,  le  parole:  “salvo  che  ricorra  la  circostanza prevista dal comma 5 del medesimo  articolo”  sono  sostituite  dalle seguenti: “salvo che per i delitti di cui al  comma  5  del  medesimo articolo”.  1-ter. All’articolo 19, comma 5, delle disposizioni sul  processo penale a  carico  di  imputati  minorenni,  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “,  salvo  che  per  i  delitti  di  cui all’articolo 73, comma 5, del testo  unico  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 9 ottobre  1990,  n.  309,  e  successive modificazioni”».  All’articolo 3:  al comma 1:  alla lettera a), capoverso Art. 35, numero 1), le  parole:  «al direttore dell’ufficio ispettivo,» sono soppresse;  alla lettera b), capoverso Art. 35-bis:  al comma 3 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «entro il termine indicato dal giudice»;  il comma 4 e’ sostituito dai seguenti:  « 4. Avverso la decisione del magistrato  di  sorveglianza  e’ ammesso reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di  quindici giorni dalla notificazione o comunicazione  dell’avviso  di  deposito della decisione stessa.          4-bis.  La  decisione  del  tribunale  di   sorveglianza   e’ ricorribile per cassazione per violazione di  legge  nel  termine  di quindici giorni dalla notificazione o  comunicazione  dell’avviso  di deposito della decisione stessa»;  al comma 6, la lettera c) e’ soppressa;        alla  lettera  e),  le  parole:  «su  proposta  del   direttore dell’ufficio  di  esecuzione  penale  esterna,  dal   magistrato   di sorveglianza,  anche  in  forma  orale  nei  casi  di  urgenza»  sono sostituite dalle  seguenti:  «nei  casi  di  urgenza,  dal  direttore dell’ufficio di esecuzione  penale  esterna,  che  ne  da’  immediata comunicazione al magistrato di  sorveglianza  e  ne  riferisce  nella relazione di cui al comma 10»;  dopo il comma 1 e’ inserito il seguente:  «1-bis.  In  attesa  dell’espletamento  dei  concorsi  pubblici finalizzati alla copertura dei posti vacanti nell’organico del  ruolo dei dirigenti dell’esecuzione penale esterna, per un periodo  di  tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di  conversione  del presente decreto, in deroga a quanto previsto dagli articoli  3  e  4 del decreto legislativo 15 febbraio  2006,  n.  63,  le  funzioni  di dirigente dell’esecuzione penale esterna possono  essere  svolte  dai funzionari   inseriti   nel   ruolo   dei   dirigenti   di   istituto penitenziario».  All’articolo 4:  al comma 1 sono premesse le seguenti parole: «Ad esclusione dei condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis  della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni,»;  il comma 4 e’ soppresso;  al comma 5 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole:  «,  ne’ ai condannati che  siano  stati  ammessi  all’esecuzione  della  pena presso il domicilio o che si  trovino  agli  arresti  domiciliari  ai sensi dell’articolo 656, comma 10, del codice di procedura penale».  All’articolo 6:  al comma 1, lettera a), capoverso,  le  parole:  «previsti  dal presente testo unico, per i quali  e’  stabilita  la  pena  detentiva superiore nel massimo a due anni»  sono  sostituite  dalle  seguenti: «previsti dall’articolo 12, commi 1, 3, 3-bis e 3-ter,  del  presente testo unico».  All’articolo 7:  al comma 2, secondo periodo, le parole: «decreto del presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite dalle seguenti:  «decreto del Presidente della Repubblica»;  al comma 3, primo periodo, le  parole:  «non  possono  assumere cariche  istituzionali,   anche   elettive,   ovvero   incarichi   di responsabilita’ in partiti politici» sono sostituite dalle  seguenti: «non possono ricoprire cariche istituzionali, anche elettive,  ovvero incarichi in partiti politici».

TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 23 dicembre 2013, n. 146

Testo del  decreto-legge  23  dicembre  2013,  n.  146  (in  Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 300 del 23 dicembre 2013), coordinato con la legge di conversione 21 febbraio 2014, n. 10 (in questa stessa Gazzetta Ufficiale alla pag. 14), recante: «Misure urgenti in tema di tutela  dei  diritti  fondamentali  dei  detenuti  e   di   riduzione controllata della popolazione carceraria.». (14A01371) (GU n.43 del 21-2-2014)

Vigente al: 21-2-2014

Avvertenza: Il testo coordinato qui pubblicato è stato redatto dal Ministero della giustizia ai sensi dell’art. 11, comma 1, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione  delle  leggi,  sull’emanazione  dei decreti  del  Presidente  della  Repubblica  e  sulle   pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985, n.1092, nonche’ dell’art.10, comma 3, del medesimo testo unico, al solo fine di facilitare la  lettura  sia  delle  disposizioni  del decreto-legge, integrate con le modifiche apportate  dalla  legge  di conversione, che di quelle richiamate nel decreto, trascritte nelle note. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui riportati. Le modifiche apportate dalla legge di conversione sono stampate con caratteri corsivi. Tali modifiche sono riportate in video tra i segni (( … )). A norma dell’art.15, comma 5, della legge 23 agosto 1988, n.  400 (Disciplina dell’attivita’ di Governo e ordinamento della  Presidenza del Consiglio dei Ministri), le modifiche apportate  dalla  legge  di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della  sua pubblicazione.

Art. 1

Modifiche al codice di procedura penale

1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447, di approvazione del codice di procedura penale,  sono  apportate le seguenti modificazioni:    a) all’articolo 275-bis, comma 1, primo periodo, le parole  «se  lo ritiene necessario» sono sostituite dalle seguenti parole: «salvo che le ritenga non necessarie». b) all’articolo 678, il comma 1 e’ sostituito dal seguente: «1. Salvo quanto stabilito  dal  successivo  comma  1-bis,  il tribunale di sorveglianza nelle  materie  di  sua  competenza, e il magistrato di  sorveglianza, nelle materie attinenti ai ricoveri previsti  dall’articolo  148 del codice penale, alle misure di sicurezza e alla dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato o di tendenza a delinquere procedono, a richiesta del  pubblico ministero, dell’interessato, del difensore  o  di  ufficio,  a  norma dell’articolo  666. Tuttavia, quando vi e’  motivo  di   dubitare dell’identita’ fisica di una persona, procedono a norma dell’articolo 667 comma 4.»; c) all’articolo 678, dopo il comma 1 e’ aggiunto  il  seguente comma: «1-bis. Il magistrato di sorveglianza, nelle materie  attinenti alla rateizzazione e alla conversione  delle  pene  pecuniarie,  alla remissione del debito e alla esecuzione della semidetenzione e  della liberta’ controllata, ed il tribunale di sorveglianza, nelle  materie relative  alle  richieste  di  riabilitazione  ed  alla   valutazione sull’esito dell’affidamento in prova al servizio  sociale,  anche  in casi particolari, procedono a norma dell’articolo 667 comma 4.». 2. L’efficacia della disposizione di cui al comma 1, lettera a), e’ differita al giorno successivo a  quello  della  pubblicazione  nella Gazzetta  Ufficiale  della  Repubblica  italiana   della   legge   di conversione del presente decreto.

Art. 2

Modifiche al testo unico delle leggi in materia di  disciplina  degli   stupefacenti   e   sostanze   psicotrope,   prevenzione,   cura   e   riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza. Delitto  di   condotte illecite in tema di sostanze stupefacenti o psicotrope  di   lieve entità.

1. Al decreto del Presidente della Repubblica 9  ottobre  1990,  n. 309 sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 73, il comma 5 e’ sostituito dal seguente comma:  «5. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave  reato,  chiunque commette uno dei fatti previsti dal  presente  articolo  che,  per  i mezzi, la modalità  o  le  circostanze  dell’azione  ovvero  per  la qualità e quantità delle sostanze, e’ di lieve entità,  e’  punito con le pene della reclusione da uno a cinque anni e  della  multa  da euro 3.000 a euro 26.000.»; b) all’articolo 94, il comma 5 e’ abrogato. (( 1-bis. All’articolo 380, comma 2,  lettera  h),  del  codice  di procedura penale,  le  parole:  «salvo  che  ricorra  la  circostanza prevista dal comma 5 del medesimo  articolo»  sono  sostituite  dalle seguenti: «salvo che per i delitti di cui al  comma  5  del  medesimo articolo».1-ter. All’articolo 19, comma 5, delle  disposizioni  sul  processo penale a  carico  di  imputati  minorenni,  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «,  salvo  che  per  i  delitti  di  cui all’articolo 73, comma 5, del testo  unico  di  cui  al  decreto  del Presidente della Repubblica 9 ottobre  1990,  n.  309,  e  successive modificazioni». ))

Art. 3

Modifiche all’ordinamento penitenziario

1. Alla legge 26 luglio 1975, n. 354  sono  apportate  le  seguenti modificazioni: a) l’articolo 35 e’ così sostituito: «Art. 35. (Diritto di reclamo). - I detenuti e gli  internati possono rivolgere istanze o reclami orali o scritti, anche  in  busta chiusa: 1) al direttore dell’istituto, al provveditore regionale,  al  capo del dipartimento dell’amministrazione  penitenziaria  e  al  Ministro della giustizia; 2) alle autorità giudiziarie e sanitarie in visita all’istituto; 3) al garante nazionale e ai garanti regionali o locali dei diritti dei detenuti; 4) al presidente della giunta regionale; 5) al magistrato di sorveglianza; 6) al Capo dello Stato»; b) dopo l’articolo 35 e’ aggiunto il seguente: «35-bis  (Reclamo  giurisdizionale).  -

1. Il   procedimento relativo al reclamo di cui all’articolo 69, comma  6,  si  svolge  ai sensi degli articoli 666 e 678 del codice di procedura penale.  Salvi i casi di manifesta inammissibilità della  richiesta  a  norma dell’articolo 666, comma 2 del  codice  di  procedura  penale,  il magistrato di sorveglianza fissa la data dell’udienza e  ne  fa  dare avviso anche  all’amministrazione  interessata,  che  ha  diritto  di comparire ovvero di trasmettere osservazioni e richieste.    2. Il reclamo di cui  all’articolo  69,  comma  6,  lettera  a)  e’ proposto  nel  termine  di  dieci  giorni  dalla  comunicazione   del provvedimento.

3. In caso di accoglimento, il magistrato  di  sorveglianza,  nelle ipotesi  di  cui  all’articolo  69,  comma  6,  lettera  a),  dispone l’annullamento  del  provvedimento  di  irrogazione  della   sanzione disciplinare. Nelle ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6,  lettera b), accertate la sussistenza e l’attualita’ del  pregiudizio,  ordina all’amministrazione di porre rimedio (( entro il termine indicato dal giudice. ))

4. (( Avverso  la  decisione  del  magistrato  di  sorveglianza  e’ ammesso reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di  quindici giorni dalla notificazione o comunicazione  dell’avviso  di  deposito della decisione stessa.  4-bis. La decisione del tribunale di  sorveglianza  e’  ricorribile per cassazione per violazione di legge nel termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione  dell’avviso  di  deposito  della decisione stessa. ))

5. In  caso  di mancata  esecuzione  del  provvedimento  non  più soggetto ad impugnazione, l’interessato o il suo difensore munito  di procura speciale possono richiedere l’ottemperanza al  magistrato  di sorveglianza  che  ha  emesso  il  provvedimento.  Si  osservano   le disposizioni di cui agli articoli 666 e 678 del codice  di  procedura penale.

6. Il magistrato di sorveglianza, se accoglie la richiesta: a)  ordina  l’ottemperanza,  indicando   modalità  e tempi  di adempimento, tenuto conto del programma  attuativo predisposto dall’amministrazione al fine di  dare  esecuzione  al  provvedimento, sempre che detto programma sia compatibile con il soddisfacimento del diritto;    b) dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o  elusione  del provvedimento rimasto ineseguito;    c) (( (soppressa). ))    d) nomina, ove occorra, un commissario ad acta.

7. Il magistrato di sorveglianza conosce  di  tutte  le  questioni relative all’esatta ottemperanza, ivi comprese quelle  inerenti  agli atti del commissario.

8. Avverso il provvedimento emesso in  sede  di  ottemperanza  e’ sempre ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge.»; c) all’articolo 47, dopo il comma  3,  e’  aggiunto  il  seguente comma:«3-bis. L’affidamento in prova può, altresì, essere  concesso al condannato che deve espiare una pena, anche residua, non superiore a quattro  anni  di  detenzione,  quando  abbia  serbato,  quantomeno nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in espiazione di pena, in esecuzione di una misura cautelare ovvero  in libertà, un comportamento tale da consentire il giudizio di  cui  al comma 2.»; d) all’articolo 47, il comma 4 e’ sostituito dal seguente comma: «4. L’istanza di affidamento in prova al  servizio  sociale  e’ proposta, dopo che  ha  avuto  inizio l’esecuzione della pena, al tribunale di sorveglianza competente  in relazione al luogo dell’esecuzione. Quando sussiste un grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, l’istanza può essere proposta al magistrato di sorveglianza competente in  relazione  al  luogo  di detenzione.  Il magistrato  di  sorveglianza,  quando  sono  offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei  presupposti  per l’ammissione  all’affidamento  in  prova  e  al   grave   pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione e  non  vi  sia pericolo  di  fuga,  dispone  la   liberazione   del   condannato   e l’applicazione provvisoria dell’affidamento in prova  con  ordinanza. L’ordinanza conserva efficacia fino alla decisione del  tribunale  di sorveglianza, cui il magistrato trasmette  immediatamente  gli  atti, che decide entro sessanta giorni.»;    e) all’articolo  47,  comma  8,  infine  e’  aggiunto  il  seguente periodo: «Le deroghe temporanee alle prescrizioni  sono  autorizzate, (( nei casi di urgenza,  dal  direttore  dell’ufficio  di  esecuzione penale esterna, che ne da’ immediata comunicazione al  magistrato  di sorveglianza e ne riferisce nella relazione di cui al comma 10»; ))    f) all’articolo 47-ter, il comma 4-bis e’ abrogato;    g) l’articolo 51-bis e’ cosi’ sostituito:        «51-bis (Sopravvenienza di nuovi  titoli  di  privazione  della liberta’). - 1.  Quando,  durante  l’attuazione  dell’affidamento  in prova al servizio sociale o  della  detenzione  domiciliare  o  della detenzione  domiciliare  speciale  o  del  regime  di   semiliberta’, sopravviene un titolo di  esecuzione  di  altra  pena  detentiva,  il pubblico  ministero   informa   immediatamente   il   magistrato   di sorveglianza, formulando contestualmente  le  proprie  richieste.  Il magistrato di sorveglianza, se rileva, tenuto conto del cumulo  delle pene, che permangono le condizioni di cui al comma 1 dell’articolo 47 o ai commi  1  e  1-bis  dell’articolo  47-ter  o  ai  commi  1  e  2 dell’articolo 47-quinquies o ai primi  tre  commi  dell’articolo  50, dispone con ordinanza la prosecuzione della misura in corso; in  caso contrario, ne dispone la cessazione.    2. Avverso il provvedimento di cui al comma 1 e’ ammesso reclamo ai sensi dell’articolo 69-bis.»;      h) dopo l’articolo 58-quater e’ aggiunto il seguente articolo:        «58-quinquies    (Particolari    modalità     di     controllo nell’esecuzione della detenzione domiciliare). - 1. Nel disporre  la detenzione domiciliare, il magistrato o il tribunale di  sorveglianza possono prescrivere  procedure  di  controllo  anche  mediante  mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, conformi alle  caratteristiche funzionali e operative degli apparati di  cui  le  Forze  di  polizia abbiano l’effettiva disponibilità. Allo stesso modo può provvedersi nel corso dell’esecuzione  della  misura.  Si  applicano,  in  quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 275-bis  del  codice di procedura penale.».    i) all’articolo 69 sono apportate le seguenti modificazioni:    1)  al  comma  5,  le  parole  «nel  corso  del  trattamento»  sono soppresse;        2) il comma 6 e’ sostituito dal seguente:    «6. Provvede a norma dell’articolo 35-bis sui reclami dei  detenuti e degli internati concernenti:    a)  le  condizioni  di  esercizio  del  potere   disciplinare, la costituzione   e   la   competenza   dell’organo   disciplinare,   la contestazione degli addebiti e la facoltà di discolpa; nei  casi  di cui all’articolo 39, comma 1, numeri 4 e  5,  e’  valutato  anche  il merito dei provvedimenti adottati;    b) l’inosservanza da  parte  dell’amministrazione  di  disposizioni previste dalla presente legge e dal relativo regolamento, dalla quale derivi al detenuto o all’internato un  attuale  e  grave  pregiudizio all’esercizio dei diritti.».    ((  1-bis.  In  attesa  dell’espletamento  dei  concorsi   pubblici finalizzati alla copertura dei posti vacanti nell’organico del  ruolo dei dirigenti dell’esecuzione penale esterna, per un periodo  di  tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di  conversione  del presente decreto, in deroga a quanto previsto dagli articoli  3  e  4 del decreto legislativo 15 febbraio  2006,  n.  63,  le  funzioni  di dirigente dell’esecuzione penale esterna possono  essere  svolte  dai funzionari   inseriti   nel   ruolo   dei   dirigenti   di   istituto penitenziario. ))    2. L’efficacia della disposizione contenuta nel  comma  1,  lettera h), capoverso 1, e’ differita al giorno  successivo  a  quello  della pubblicazione nella  Gazzetta  Ufficiale  della  Repubblica  italiana della legge di conversione del presente decreto.

Art. 4

Liberazione anticipata speciale

1. Ad esclusione dei condannati per  taluno  dei  delitti  previsti dall’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e  successive modificazioni, per un periodo di due anni dalla data  di  entrata  in vigore del presente decreto, la detrazione di pena  concessa  con  la liberazione anticipata  prevista  dall’articolo  54  della  legge  26 luglio 1975, n. 354 e’ pari a settantacinque giorni per ogni  singolo semestre di pena scontata.

2. Ai condannati che, a decorrere dal 1º gennaio 2010, abbiano gia’ usufruito della liberazione  anticipata,  e’  riconosciuta  per  ogni singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre  che nel  corso  dell’esecuzione  successivamente  alla  concessione   del beneficio abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione.

3. La detrazione prevista dal comma precedente si applica anche  ai semestri di pena in corso di espiazione  alla  data  dell’1º  gennaio 2010.

4. (( (soppresso). ))

5. Le disposizioni di cui ai commi precedenti non si  applicano  ai condannati  ammessi  all’affidamento  in  prova  e  alla   detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in parte, in esecuzione di tali misure alternative, (( ne’  ai  condannati  che siano stati ammessi all’esecuzione della pena presso il  domicilio  o che si trovino agli arresti domiciliari ai sensi  dell’articolo  656, comma 10, del codice di procedura penale. ))

Art. 5

Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non  superiori a diciotto mesi.

1. All’articolo 1 della legge 26 novembre 2010, n. 199,  modificata dall’articolo  3  del  decreto-legge  22  dicembre  2011,   n.   211, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9, le parole:  «Fino  alla  completa  attuazione  del  piano  straordinario penitenziario nonche’ in attesa della riforma della disciplina  delle misure alternative alla detenzione  e,  comunque,  non  oltre  il  31 dicembre 2013,» sono soppresse.

Art. 6

Modifiche al testo unico in materia di immigrazione

1. All’articolo 16 del decreto legislativo 25 luglio 1998,  n.  286 sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 5, il secondo  periodo  e’  sostituito  dal  seguente periodo: «Essa non puo’ essere disposta  nei  casi  di  condanna  per  i delitti (( previsti dall’articolo 12, commi 1, 3, 3-bis e 3-ter,  del presente testo unico, )) ovvero  per  uno  o  piu’  delitti  previsti dall’articolo 407, comma  2,  lettera  a)  del  codice  di  procedura penale, fatta eccezione per quelli consumati o tentati  di  cui  agli articoli 628, terzo comma e 629, secondo comma, del codice»;      b) al comma 5, dopo il secondo periodo e’ aggiunto il seguente:        «In caso di  concorso  di  reati  o  di  unificazione  di  pene concorrenti, l’espulsione e’ disposta anche quando sia stata  espiata la parte di  pena  relativa  alla  condanna  per  reati  che  non  la consentono.»;      c) dopo il comma 5 sono aggiunti i seguenti commi:        «5-bis. Nei casi di cui al comma 5, all’atto  dell’ingresso  in carcere  di  un  cittadino  straniero,  la  direzione   dell’istituto penitenziario richiede al questore del luogo  le  informazioni  sulla identità e nazionalità dello stesso. Nei medesimi casi, il questore avvia la procedura  di  identificazione  interessando  le  competenti autorità diplomatiche  e  procede  all’eventuale   espulsione   dei cittadini stranieri identificati.  A  tal  fine,  il  Ministro  della giustizia ed il Ministro dell’interno adottano i necessari  strumenti di coordinamento.    5-ter. Le informazioni sulla identità e nazionalità del  detenuto straniero  sono  inserite  nella  cartella  personale  dello   stesso prevista dall’articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230.»;      d) il comma 6 e’ sostituito dal seguente comma:   «6. Salvo che il questore comunichi che non e’ stato  possibile procedere   all’identificazione   dello   straniero,   la   direzione dell’istituto penitenziario trasmette gli atti utili  per  l’adozione del  provvedimento  di  espulsione  al  magistrato  di   sorveglianza competente in relazione al luogo di  detenzione  del  condannato.  Il magistrato decide con decreto motivato, senza formalità. Il  decreto e’  comunicato  al  pubblico  ministero,  allo  straniero  e  al  suo difensore, i  quali,  entro  il  termine  di  dieci  giorni,  possono proporre opposizione dinanzi al  tribunale  di  sorveglianza.  Se  lo straniero non e’ assistito da un difensore di fiducia, il  magistrato provvede alla nomina di un difensore d’ufficio. Il  tribunale  decide nel termine di 20 giorni.».

Art. 7

Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private  della libertà personale.

1. E’ istituito, presso il Ministero della  giustizia, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, di seguito denominato «Garante nazionale».

2. Il Garante nazionale e’ costituito  in  collegio,  composto  dal presidente e da due membri, i quali restano in carica per cinque anni non prorogabili. Essi sono scelti tra persone, non  dipendenti  delle pubbliche amministrazioni, che assicurano indipendenza  e  competenza nelle discipline afferenti  la  tutela  dei  diritti  umani,  e  sono nominati, previa delibera del Consiglio dei ministri, con ((  decreto del Presidente della Repubblica, )) sentite le competenti commissioni parlamentari.

3. I componenti del Garante  nazionale  ((  non  possono  ricoprire cariche istituzionali, anche elettive, ovvero  incarichi  in  partiti politici. )) Sono immediatamente sostituiti in  caso  di  dimissioni, morte, incompatibilità sopravvenuta, accertato impedimento fisico  o psichico, grave violazione dei doveri  inerenti  all’ufficio,  ovvero nel caso in cui riportino condanna penale definitiva per delitto  non colposo. Essi non hanno  diritto  ad  indennità  od  emolumenti  per l’attività prestata, fermo restando il  diritto  al  rimborso  delle spese.

4. Alle dipendenze del  Garante  nazionale,  che  si  avvale  delle strutture e delle risorse messe a  disposizione  dal  Ministro  della giustizia, e’ istituito un ufficio composto da personale dello stesso Ministero, scelto in funzione delle conoscenze acquisite negli ambiti di  competenza  del  Garante.  La  struttura   e   la   composizione dell’ufficio sono determinate con successivo regolamento del Ministro della giustizia, da adottarsi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

5. Il Garante nazionale, oltre a promuovere e favorire rapporti  di collaborazione con i garanti territoriali, ovvero  con  altre  figure istituzionali comunque denominate, che hanno competenza nelle  stesse materie:    a) vigila, affinché  l’esecuzione  della  custodia  dei  detenuti, degli internati, dei soggetti  sottoposti  a  custodia  cautelare  in carcere o ad altre forme di limitazione della libertà personale  sia attuata in conformità alle  norme  e  ai  principi  stabiliti  dalla Costituzione, dalle  convenzioni  internazionali  sui  diritti  umani ratificate dall’Italia, dalle leggi dello Stato e dai regolamenti;    b)  visita,  senza  necessità  di  autorizzazione,  gli   istituti penitenziari, gli ospedali psichiatrici  giudiziari  e  le  strutture sanitarie destinate ad accogliere le persone sottoposte a  misure  di sicurezza detentive, le comunità terapeutiche  e  di  accoglienza  o comunque le strutture pubbliche e private  dove  si  trovano  persone sottoposte a misure alternative o alla misura cautelare degli arresti domiciliari, gli  istituti  penali  per  minori  e  le  comunità  di accoglienza per  minori  sottoposti  a  provvedimenti  dell’autorità’ giudiziaria, nonché,  previo  avviso  e  senza  che  da  ciò  possa derivare danno per le attività investigative in corso, le camere  di sicurezza delle Forze di polizia,  accedendo,  senza  restrizioni,  a qualunque  locale  adibito  o  comunque  funzionale   alle   esigenze restrittive;    c) prende visione, previo consenso anche verbale  dell’interessato, degli atti contenuti nel fascicolo della persona detenuta  o  privata della libertà  personale  e  comunque  degli  atti  riferibili  alle condizioni di detenzione o di privazione della libertà;    d)  richiede  alle  amministrazioni  responsabili  delle  strutture indicate alla lettera b) le informazioni e i documenti necessari; nel caso in cui l’amministrazione non fornisca risposta  nel  termine  di trenta giorni, informa il magistrato  di  sorveglianza  competente  e può richiedere l’emissione di un ordine di esibizione;    e) verifica il  rispetto  degli  adempimenti  connessi  ai  diritti previsti agli articoli 20, 21, 22, e 23 del  regolamento  di  cui  al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto  1999,  n.  394,  e successive modificazioni, presso i centri  di  identificazione  e  di espulsione previsti dall’articolo  14  del  testo  unico  di  cui  al decreto  legislativo  25  luglio   1998,   n.   286,   e   successive modificazioni,  accedendo  senza  restrizione  alcuna  in   qualunque locale;    f)   formula   specifiche    raccomandazioni    all’amministrazione interessata, se accerta violazioni alle norme dell’ordinamento ovvero la  fondatezza  delle  istanze  e  dei  reclami  proposti  ai   sensi dell’articolo   35   della   legge   26   luglio   1975,   n.    354. L’amministrazione  interessata,  in  caso  di  diniego,  comunica  il dissenso motivato nel termine di trenta giorni;    g) trasmette annualmente una  relazione  sull’attivita’  svolta  ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera  dei  deputati, nonche’ al Ministro dell’interno e al Ministro della giustizia.

Art. 8

Disposizioni di proroga per  l’adozione  dei  decreti  relativi  alle   agevolazioni e agli sgravi  per  l’anno  2013  da  riconoscersi  ai   datori di lavoro in favore di detenuti ed internati.

1. E’ prorogato per un periodo massimo di  sei  mesi,  a  decorrere dall’entrata  in  vigore  del  presente  decreto,  il   termine   per l’adozione,  per  l’anno  2013,  dei  decreti  del   Ministro   della Giustizia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle  finanze e con il Ministro del lavoro  e  delle  politiche  sociali,  previsti dall’articolo  4  della  legge  22  giugno   2000,   n.   193,   come successivamente modificata, e dall’articolo  4,  comma  3-bis,  della legge 8 novembre 1991, n. 381, come  successivamente  modificata,  ai fini  rispettivamente  della   determinazione   delle   modalità  e dell’entità’ delle agevolazioni e degli sgravi fiscali, concessi  per l’anno 2013 sulla  base  delle  risorse  destinate  dal  decreto  del Presidente del Consiglio dei ministri in attuazione dell’articolo  1, comma 270, della legge 24 dicembre 2012,  n.  228,  in  favore  delle imprese che assumono lavoratori detenuti o internati,  anche  ammessi al  lavoro  all’esterno,  e   per   l’individuazione   della   misura percentuale  della  riduzione  delle   aliquote   complessive   della contribuzione  per  l’assicurazione  obbligatoria  previdenziale   ed assistenziale dovute alle cooperative  sociali  per  la  retribuzione corrisposta ai lavoratori detenuti  o  internati,  anche  ammessi  al lavoro  all’esterno,  o  ai  lavoratori  ex  degenti  degli  ospedali psichiatrici giudiziari.

2. L’ammontare massimo dei crediti di imposta  mensili  concessi  a norma  dell’articolo  3  della  legge  22  giugno  2000,  n.  193,  e successive modificazioni,  deve  intendersi  esteso  all’intero  anno 2013.

Art. 9

Copertura finanziaria

1.  All’attuazione  delle  disposizioni  del  presente  decreto  si provvede mediante  l’utilizzo  delle  risorse  umane,  strumentali  e finanziarie disponibili  a  legislazione  vigente  e  senza  nuovi  o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

Art. 10

Entrata in vigore

1. Il presente decreto entra  in  vigore  il  giorno  successivo  a quello  della  sua  pubblicazione  nella  Gazzetta  Ufficiale   della Repubblica italiana e sara’ presentato alle Camere per la conversione in legge.

AIAS

Scritto da: Andrea Mandolesi
7 Ottobre 2013

Lo studio legale Mandolesi è lieto di dare il benvenuto alla prima associazione tra avvocati dello sport.

 

E’ da pochissimo nata, infatti, l’AIAS, ovvero l’Associazione Italiana Avvocati dello Sport: trattasi di un’associazione con carattere volontario che opera sul territorio nazionale e internazionale, senza scopo di lucro. Il suo obiettivo è quello di creare e consolidare un network di avvocati nel settore del diritto dello sport.

 

Nel rispetto del suo statuto l’AIAS si adopera per la formazione continua degli associati e ad adottare tutte le iniziative utili in tal senso (seminari, convegni, pubblicazioni, convenzioni con privati ed enti di categoria).

 

Per maggiori informazioni consulta www.avvocatisport.it

Ancora sui tassi (usurai) bancari…

Scritto da: Andrea Mandolesi
8 Agosto 2013

Un breve aggiornamento in materia di usura bancaria.

Sono partite le prime contestazioni alle Banche al fine di ottenere chiarimenti sui tassi applicati ai mutui.

La risposta degli istituti di credito non si è fatta attendere, né il suo contenuto ci ha sorpresi più di tanto.

Se qualcuno pensava che la Banca avrebbe “calato le brache” restituendo il maltolto si sbagliava di grosso.

Personalmente, non avevo dubbi sulla sua resistenza. D’altronde, siamo realistici, la Banca ha troppo potere di posizione per mollare l’osso alla prima richiesta del consumatore.

Se si vuole ottenere qualcosa appare più che mai necessario il ricorso all’autorità giudiziaria.

A mio modesto avviso, anche il ricorso al cosiddetto Arbitro Bancario Finanziario, pur essendo non vincolante per il futuro (nel senso che a prescindere dalla sua decisione il consumatore potrà eventualmente ricorrere all’autorità ordinaria), potrebbe risultare una perdita di tempo proprio per effetto del suo non essere vincolante per il destinatario. Ergo, la Banca potrebbe fregarsene e il cliente sarebbe comunque obbligato ad agire giudizialmente.

Ad ogni buon conto, come dicevo, le Banche stanno rispondendo picche, adducendo la non usurarietà dei tassi applicati ai mutui alla luce della impossibilità, a loro dire, di considerare ai fini del calcolo del tasso soglia anche quello di mora (quando quest’ultimo non sia stato richiesto).

Ovvio che non possiamo accettare né tanto meno condividere una simile difesa, stante, come più volte ribadito, l’istantaneità del reato di usura che si consuma immediatamente al momento della pattuizione degli interessi usurari, indipendentemente dalla loro richiesta.

Ovvero, ciò che rileva ai fini del calcolo dell’usurarietà degli interessi è il momento della loro pattuizione indipendentemente da quando (e se) gli interessi oltre soglia siano stati o meno pagati.

Al contempo, la Banca d’Italia, che non è parte coinvolta ma viene semplicemente informata quale organo di controllo, risponde testualmente che “nello svolgimento dell’attività di vigilanza, la Banca d’Italia verifica, in occasione degli accertamenti ispettivi, la funzionalità delle procedure di calcolo del TEG e delle prescritte segnalazioni trimestrali nonché la corretta pubblicizzazione, presso gli sportelli degli intermediari, delle tabelle con i “tassi soglia”; esamina gli esposti presentati dalla clientela bancaria e finanziaria e svolge gli approfondimenti di competenza, adottando nei confronti dell’intermediario le misure ritenute opportune nelle circostanze specifiche e segnalando, ove del caso, all’Autorità giudiziaria gli aspetti di possibile rilevanza penale riscontrati”. Inoltre fa presente che “non rientra fra le sue competenze la risoluzione di eventuali controversie su singole posizioni contrattuali, essendo la verifica dell’usurarietà dei tassi applicati e le conseguenti valutazioni di carattere civile e/o penale rimesse esclusivamente al vaglio dell’Autorità giudiziaria”.

To be continued….

I tassi usurai delle Banche

Scritto da: Andrea Mandolesi
3 Giugno 2013

E’ tutta mattina che il telefono squilla.

 

Tutti vogliono chiarimenti.

 

Il motivo?

 

Il servizio televisivo di ieri sera delle Iene.

 

Il buon Pelazza, inviato della trasmissione, ha svelato un imbroglio “all’italiana” che, qualora venisse confermato, comporterebbe una sensazionale rivolta popolare in termini di richieste di risarcimento agli istituti di credito risultati colpevoli di aver applicato al consumatore un tasso d’interesse superiore al cosiddetto tasso soglia.

 

Il tasso soglia o di usura, altro non è se non il tasso di riferimento stabilito trimestralmente dalla Banca d’Italia: rappresenta il tasso massimo d’interesse che le banche possono applicare ai clienti. Qualora, però, questa soglia venisse superata la banca commetterebbe un’usura vera e propria ai danni del cliente.

 

Ma veniamo alla domanda ricorrente, ovvero quali siano gli strumenti per capire se sia stato o meno applicato un tasso illegale al proprio mutuo.

 

Reperire i documenti relativi alla propria situazione bancaria è il primo passo e l’istituto di credito è obbligato a fornirli. Una volta consultata la documentazione occorrerà verificare se i tassi applicati dalla banca e comunque risultanti dal contratto di mutuo sottoscritto, siano superiori al predetto tasso soglia e per l’effetto siano da considerarsi usurai e quindi illegittimi.

 

Come egregiamente spiegato nel servizio televisivo, le voci che dovranno essere prese in considerazione saranno: il Tasso annuo e il tasso di mora. La somma di queste due voci non dovrà essere superiore a quella cosiddetta di soglia, stabilita trimestralmente dalla Banca d’Italia per combattere l’usura.

 

Se così fosse, infatti, la clausola sarebbe da considerarsi nulla e non sarebbero dovuti interessi di nessun tipo. Ergo, non solo la banca dovrà restituire gli interessi indebitamente già riscossi, ma non potrà neppure pretenderli in futuro per tutta la durata del contratto.

 

L’art. 1815, comma 2, codice civile, così recita: “se sono convenuti interessi usurari (644,649 c.p.), la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

 

Nella recentissima sentenza n. 350 del 2013, la Suprema Corte ha stabilito che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., co. 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori.

 

Ecco la sentenza:

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 9 gennaio 2013, n. 350

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

 

1.- I.D. ha convenuto in giudizio la s.p.a. Intesa BCI lamentando che il tasso applicato al contratto di mutuo con garanzia ipotecaria stipulato il 19.9.1996 per l’acquisto della propria casa era da considerare usurario. Il Tribunale di Napoli ha rigettato la domanda volta a sentir accertare l’illegittimità della misura degli interessi stabiliti nel contratto di mutuo, in relazione alla rata di Euro 20.052,48 richiesta con lettera del 6.11.2001, sulla base della considerazione che, ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, per la determinazione degli interessi usurari i tassi effettivi globali medi rilevati dal Ministero del Tesoro ai sensi della citata legge devono essere aumentati della metà. Considerato che il D.M. 27 marzo 1998, emesso dal Ministero del Tesoro, prevedeva per la categoria dei mutui il tasso dell’8.29%, ha quindi, escluso che il tasso contrattualmente fissato potesse essere ritenuto usurario.

 

La Corte di appello, con la sentenza impugnata, ha confermato la decisione di primo grado evidenziando che i motivi posti a base dell’appello erano aspecifici rispetto alla motivazione della decisione del Tribunale. L’appellante si era limitato ad invocare apoditticamente la natura usuraria degli interessi pattuiti senza contestare i parametri adottati dal primo giudice per valutare la fondatezza della domanda e senza indicare, in concreto, le ragioni di fatto e di diritto idonee a ribaltare la decisione impugnata. Privi di rilevanza erano i riferimenti allo scopo per cui era stato stipulato il mutuo. Infine, la maggiorazione del 3% prevista per il caso di mora non poteva essere presa in considerazione, data la sua diversa natura, nella determinazione del tasso usurario. Da ultimo, ha ritenuto che le richieste istruttorie di ordinare ex art. 210 c.p.c., l’esibizione del carteggio intercorso tra le parti e di ctu contabile che quantificasse le differenze incassate in eccedenza dalla Banca fossero inammissibili per la loro genericità e per il carattere meramente esplorativo nonchè prive di attinenza con i motivi posti a base del gravame.

 

Inammissibili erano le deduzioni per la prima volta proposte nella comparsa conclusionale ove I.D. cercava di sopperire alle carenze del gravame, indicando, per la prima volta, i tassi, a suo dire applicati (e non quelli pattuiti rilevanti ai fini dell’azione proposta) ed il tasso soglia che riteneva superato.

 

I motivi, sul punto, non erano specifici.

 

2.- Contro la sentenza di appello parte attrice ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi con i quali denuncia 1) vizio di motivazione e 2) violazione dell’art. 1421 c.c.

 

Resiste con controricorso la s.p.a. Italfondiario quale procuratore della s.r.l. Castello Finance in luogo della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa nonchè quale procuratore della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa.

 

3.1.- Il primo motivo, sub a), contiene riferimenti alla nullità della clausola determinativa degli interessi (con riferimento al tasso ABI) che risulta si proposta in primo grado ma, sebbene implicitamente disattesa dal Tribunale, non risulta specificamente (ma neppure genericamente) riproposta in appello (v. trascrizione dell’atto di appello alle pagg. 3 e 4 del ricorso).

 

Si che la relativa censura è inammissibile.

 

Il profilo della censura relativo all’anatocismo ù che neppure è menzionato nella sentenza impugnata ù risulta dedotto in appello “in considerazione del fatto che con il piano di ammortamento la Banca ha di fatto applicato l’anatocismo vietato dalla legge” (v. trascrizione in ricorso, pag. 4).

 

Nel motivo di ricorso, invece, parte ricorrente lamenta che la banca “pretende interessi sugli interessi infrannuali come emerge dalle quietanze esibite”.

 

Trattasi di censura affatto nuova - oltre che generica - come tale inammissibile.

 

3.2.- Quanto al profilo sub b) (usurarietà dei tassi) va rilevato che parte ricorrente deduce che l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) era del 10.5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27 marzo 1998, che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura dell’8.29%.

 

Tale tasso dovrebbe ritenersi usurario a norma della L. n. 108 del 1996, art. 1, comma 4, tanto più ove si consideri che fu richiesto per l’acquisto di un bene primario quale la casa di abitazione e che dovrebbe tenersi conto della prevista maggiorazione di 3 punti in caso di mora.

 

La censura sub b), nella parte in cui ripete l’assunto - già correttamente disatteso dalla Corte di merito - secondo cui la natura usuraria discenderebbe dalla finalità del mutuo, contratto per l’acquisto della propria casa, è infondata in quanto, ai sensi del nuovo testo dell’art. 644 c.p., comma 3, sono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge ovvero “gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

 

E, a tale scopo, non è sufficiente dedurre che il mutuo è stato stipulato per l’acquisto di un’abitazione.

 

La stessa censura (sub b), invece, è fondata in relazione al tasso usurario perchè dalla trascrizione dell’atto di appello risulta che parte ricorrente aveva specificamente censurato il calcolo del tasso pattuito in raffronto con il tasso soglia senza tenere conto della maggiorazione di tre punti a titolo di mora, laddove, invece, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile - senza necessità di specifica motivazione - l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”; Cass., n. 5324/2003).

 

3.3.- Sulla censura sub c) (relativa al mancato accoglimento di istanze istruttorie) va ricordato che “il provvedimento di cui all’art. 210 cod. proc. civ. è espressione di una facoltà discrezionale rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, che non è tenuto ad indicare le ragioni per le quali ritiene di avvalersi, o no, del relativo potere, il cui mancato esercizio non può, quindi, formare oggetto di ricorso per cassazione, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione” (Sez. 2, Sentenza n. 22196 del 29/10/2010). Peraltro, l’esibizione a norma dell’art. 210 c.p.c., non può essere ordinata allorchè l’istante avrebbe potuto di propria iniziativa acquisire la documentazione in questione (Sez. 1, Sentenza n. 149 del 10/01/2003), come nella concreta fattispecie.

 

Il ricorrente, poi, nulla deduce in ordine alla decisività di tale mezzo istruttorio, anche in considerazione di ciò, che la domanda era limitata alla rata richiesta con lettera del 6.11.2001 e il cui importo risulta determinato in Euro 20.052,48, in relazione alla quale soltanto erano state formulate le conclusioni in primo grado e in appello (”la non debenza dell’importo reclamato dalla banca”).

 

4.- Quanto al secondo motivo, la censura è infondata, posto che, pur trattandosi di questione (di diritto) rilevabile d’ufficio (nullità della convenzione di interessi usurari), gli elementi in fatto sui quali la questione era fondata e, dunque, l’indicazione del tasso applicato contenuta (soltanto) nella comparsa conclusionale non poteva che essere ritenuta tardiva, tenuto conto della necessità che i motivi di appello, ex art. 342 c.p.c., siano specifici e che con la comparsa conclusionale non possono essere dedotte nuove circostanze di fatto che non siano state già dedotte con l’atto di appello.

 

E’ vero, infatti, che la deduzione della nullità delle clausole che prevedono un tasso d’interesse usurario è rilevabile anche d’ufficio, non integrando gli estremi di un’eccezione in senso stretto, bensì una mera difesa, che può essere avanzata anche in appello, nonchè formulata in comparsa conclusionale, ma ciò a condizione che “sia fondata su elementi già acquisiti al giudizio” (Sez. 1, Sentenza n. 21080 del 28/10/2005).

 

5.- Infine, quanto alle difese della banca e alla reiterazione della questione di nullità dell’atto di citazione, va rilevato che non risulta impugnata con ricorso incidentale l’affermazione della sentenza della corte di merito (che la resistente ritiene erronea) circa la necessità di riproposizione della questione stessa con appello incidentale e la conseguente inammissibilità dell’eccezione.

 

Si che sul punto si è formato il giudicato interno.

 

Da ultimo, quanto all’asserita carenza di interesse ad agire dell’attrice in ordine alla proposta domanda di accertamento negativo, è appena il caso di evidenziare che l’interesse è sorto dalla richiesta rivolta dalla banca alla mutuataria. Richiesta che si assume relativa a somme non dovute, previa declaratoria di nullità della pattuizione di interessi che si assumono usurari.

 

6.- La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alla censura accolta (determinazione del tasso soglia comprensivo della maggiorazione per la mora) con rinvio alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione per nuovo esame e per il regolamento delle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il secondo motivo di ricorso, accoglie il primo nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e rinvia per nuovo esame e per il regolamento delle spese alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione.

 

 

Fossi in voi, ci darei un’occhiata…..